corte-dei-conti“Ipertrofia spesa corrente connotata da un elevato grado di rigidità strutturale. Ove perdurante difficilmente sostenibile nel tempo…”.

Sembra la diagnosi di un medico scrupoloso, estrapolata dal contesto, la relazione della sezione di controllo della Corte dei Conti, firmata dal Presidente Graffeo. Invece è l’analisi, puntuale dei magistrati contabili, che offrono un quadro realistico della condizione dei comuni siciliani, alle prese con i conti in rosso. La causa della malattia in progress, avverte la Corte, è “la progressiva erosione della liquidità e i gravi squilibri di cassa”. E andando più a fondo gli oneri derivanti da interessi passivi e rimborso dei prestiti, che ammontano al 45,8 per cento, il 12 per cento in più rispetto alla media nazionale.


Se i comuni italiani sono poveri, quelli siciliani, dunque, sono poverissimi, e se non cambia qualcosa, il futuro potrebbe diventare tenebroso.

La relazione fa un quadro impietoso: il 94 per cento delle risorse dei comuni viene utilizzata per le spese correnti, appena il 6 per cento per gli investimenti pubbici. Ciò significa che nemmeno Mandrake, in generale, è in grado di cambiare le cose. La mission delle amministratore locale, dunque, la produttività della spesa, lavorare perché le risorse pubbliche destinate alla spesa corrente offrano servizi di buona qualità ed efficienza. Ma non è un risultato a portata di mano. La rigidità non riguarda soltanto il bilancio, ma anche la normativa, la mobilità del personale, il patrimonio di competenze, talvolta mal utilizzato o immobilizzato da veti incrociati, di natura politica e sindacale. E quel 6 per cento destinato agli investimenti, inoltre, non sempre viene speso nella maniera migliore.

La Corte dei Conti non entra dentro i meccanismi della politica e le consuetudini degli amministratori, ma si limita, com’è suo dovere, ad offrire lo stato dell’arte, segnalando le criticità.

Nel triennio 20111/2013 la spesa pro capite dei siciliani è aumentata da 906 a 960 euro, una cifra quest’ultima che rimane, seppur lievemente, sotto la media nazionale, che è di 963 euro annui, e ben più in basso di quella delle Regioni a statuto speciale, che è di 1.055 euro pro capite.

Il 37 per cento delle spese correnti è destinato a funzioni amministrative, di gestione e controllo; il 27 per cento alla gestione del territorio e dell’ambiente (al di sopra della media nazionale), e il 12 per cento alla spesa sociale (in rapida salita a causa della crisi economica).

In relazione ai fattori produttivi, e dunque interventi di bilancio, le prestazioni per i servizi assorbono il 42 per cento, le spese pere il personale utilizza il 33 per cento (sono “voci” entrambi in diminuizione di circa il 14/15 per cento).

Il contenimento della spesa in questi due settori potrebbe essere stato ottenuto attraverso una governance illuminata, ma potrebbe essere il risultato di una crisi di liquidità. I comuni hanno meno soldi e spendono meno, a danno della qualità dei servizi.

In termini di cassa, avverte la Corte dei Conti rifacendosi ai dati del Siope, si evidenzia un incremento del 5,6 per cento della spesa corrente, che passa da 4.294,9 a 4.536,8 milioni di euro nel 2014 (rispetto al 2011). Nel 2013 il divario ammonta a 159 milioni di euro, che l’anno successivo arriva a 367,6 milioni di euro

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