Caro Direttore,
un recente articolo del prof. Enzo Di Natali, pubblicato sul tuo giornale, col titolo “Qual è la lingua ufficiale di Canicattì in una città che ha perduto la sua identità?” mi spinge a rompere il mio lungo silenzio sulle pagine di Canicattìweb per chiederti ospitalità, al fine di commentare la sintesi storica dell’ultimo ventennio, in materia di “identità”, rappresentataci in termini preoccupati da Enzo Di Natali. Ho pure molto apprezzato gli stimolanti commenti di un tuo lettore, buzz lightyear, il quale ha ampliato intelligentemente il dibattito.
Inviarti questo mio contributo è ardua impresa poiché la variegata articolazione dei concetti da essi espressi, spaziando dal problema attuale e delicato dell’immigrazione (Di Natali) sino a giungere alla valutazione del ruolo della borghesia canicattinese ed all’incidenza negativa causata dalla cessazione di tre banche locali (buzz lightyear), richiederebbe una conoscenza di fenomeni sociali ed economici che, purtroppo, non credo di possedere. Tuttavia, nel convincimento che nessuno mi tirerà delle pietre per mie eventuali inesattezze, voglio provare a rispondere, con molta semplicità e da uomo della strada, almeno ad uno solo di loro: al prof. Di Natali. Lo faccio, preliminarmente, per esprimergli il mio apprezzamento per l’analisi da egli fatta.
Estrapolo dal suo articolo una parte che ritengo assai significativa: “In questo ventennio – scrive Enzo Di Natali – abbiamo assistito ad un capovolgimento epocale e impensabile, per il quale le autorità proposte avrebbero dovuto controllare o razionalizzare il numero degli immigrati per evitare quello che è avvenuto: la perdita dell’identità di una città che non sa più quale lingua si parla o quale sia la lingua ufficiale”.
Temo che oggi in molti, come il prof. Di Natali, ci stiamo interrogando su demagogiche valutazioni che, in un recentissimo passato, hanno tollerato, anzi forse incoraggiato, frequenti e consistenti arrivi di cittadini stranieri, tipici di esodi biblici, provenienti da diverse nazioni ad economia debole o flagellate da inaudite violenze.
Di Natali affonda il dito su una piaga che oggi andrebbe curata (ovviamente nell’ipotesi in cui non si sia già formata una incurabile cancrena). E’ una piaga che probabilmente si sarebbe potuta evitare se la prevenzione non avesse avuto, come operatori, uomini spinti da opportunistiche valutazioni di convenienza, incapaci di vedere oltre gli angusti confini dell’egoismo e della irrefrenabile demagogia generando, sotto la spinta di dannosi pietismi, situazioni che non solo accrescono problemi di ordine pubblico, ma addirittura aumentano a dismisura il “rischio paese”.
E’ evidente che noi possiamo limitarci ad un contributo valutativo solo limitatamente ai nostri confini territoriali. E possiamo, invero, farlo con miglior puntualità posto che viviamo in una città che il problema dell’immigrazione lo conosce da diversi anni, prima con l’arrivo di qualche centinaio di nordafricani, successivamente con l’arrivo di alcune migliaia di rumeni e ora con l’arrivo di molti profughi.
Non credo di svelare segreti se affermo che la presenza di manodopera (spesso a bassissimo costo e disposta a fare lavori che noi non amiamo fare) è stata una bella risorsa nel passato, quando l’economia godeva miglior salute. Ma oggi le mutate condizioni economiche non consentono più di ospitare nuove “forze lavoro” perché esse inciderebbero negativamente sulle dinamiche occupazionali dei nostri lavoratori.
Per regolamentare gli arrivi di questi poveri cristi da alcune delle nazioni di provenienza, come la Romania, poco si sarebbe potuto fare poiché la libera circolazione nei paesi aderenti all’Unione Europea viene garantita a chiunque, quindi anche ai rumeni che stazionano in piazza IV Novembre, come ci ha ricordato nel suo articolo Enzo Di Natali
Le considerazioni che lo stesso autore ha ritenuto di sintetizzare con la frase che qui riporto “le autorità a ciò preposte avrebbero dovuto controllare o razionalizzare il numero degli immigrati” mi trovano d’accordo se esse si riferiscono all’immigrazione da paesi non aderenti all’Unione Europea, pur nell’ambito e nel rispetto delle convenzioni internazionali esistenti.
Sono certo che il prof. Di Natali (persona che ho sempre apprezzato per il senso dell’equilibrio e per l’elevata cultura) condividerà la considerazione secondo cui non vi sono sensibili differenze tra il rumeno che viene in Italia a rompersi i fianchi, sottopagato e spesso sfruttato, rispetto all’algerino ed al tunisino che qui arrivano, spesso su insicuri barconi, e da noi, giustamente, accolti e rifocillati. E’ ovvio che i nordafricani, rispetto ai rumeni, hanno delle motivazioni in più per fuggire dalla loro terra. Ma è anche vero che il fenomeno dell’immigrazione proveniente dalle coste africane, per l’enorme consistenza degli sbarchi, ci sta esponendo a rischi di imprevedibile portata poiché la sempre crescente massiccia presenza di persone, di cultura e di religione assai diverse dalle nostre, potrebbe farci realmente diventare minoranza in casa nostra. Sa bene il prof. Di Natali delle difficoltà che sono emerse e continuano ad emergere anche in alcune scuole ove viene persino messa in discussione l’esposizione del simbolo sacro e principale della nostra fede: il Crocefisso. E, come se ciò non bastasse, persino qualche dirigente scolastico si pone il problema del turbamento dei nostri ospiti musulmani al punto da sospendere, nella propria scuola, i festeggiamenti dellla principale festa della cristianità: il Natale. E, purtroppo, non trovo elementi di conforto nelle recenti “aperture” della Chiesa verso una tolleranza che, schiudendo le porte ad un preoccupante relativismo, temo che possa indurre ad un ulteriore indebolimento della nostra cultura, della nostra identità e del nostro essere cristiani.
Noi italiani siamo purtroppo avvezzi ad usare scorciatoie varie nel tentativo di evitare di dire ciò che pensiamo, soprattutto quando le cose che pensiamo non collimano con le idee dominanti. E siamo anche incapaci di riconoscere i nostri torti anche quando essi sono di evidenza assoluta. Forse abbiamo persino paura di esternare le nostre preoccupazioni davanti ad un fenomeno, quello delle abnormi immigrazioni, che, non potendo più essere declinato come semplice accoglienza o solidarietà, comincia a generare problemi di ordine pubblico e di sicurezza che quotidianamente si aggravano.
Cosa fare oggi? Io non lo so. Ma certamente so che l’eccessivo concentramento, in una medesima località, di persone di omogenea cultura potrebbe non agevolare la decantata integrazione. Certo, le competenti Autorità non tralasceranno di valutare anche tali delicati aspetti razionalizzando la distribuzione dei profughi immigrati sul nostro territorio.
Al prof. Di Natali non può sfuggire che eccessivo buonismo e non condivisibili valutazioni ideologiche hanno contribuito e continuano a contribuire all’apertura di porte che, ragioni di opportunità e di semplice prevenzione, avrebbero dovuto e dovrebbero indurci a tenere, quanto meno, socchiuse.
Cordialità
Un cittadino cattolico
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