“Non abbiamo nessuna colpa, abbiamo solamente commissionato i lavori di cui se ne occupavano ditte esecutrici impegnate nella realizzazione della piattaforma. La tragedia è stata causata dalla manovra tempestiva di chi guidava la betoniera.”
Respingono le accuse e si difendono gli imprenditori davanti al giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Agrigento Alessandra Vella nell’ambito della richiesta a giudizio scaturita dalla morte di Giovanni Callea, un operaio di 44 anni di Licata, rimasto folgorato l’11 maggio 2017 mentre stava effettuando dei lavori all’interno di un cantiere. I due imprenditori, difesi dall’avvocato Giuseppe Barba, si sono sottoposti a interrogatorio in cui hanno respinto con forza le accuse mosse. La Omnia è la ditta che ha commissionato i lavori di realizzazione di una piattaforma in cemento.
L’operaio, che stava spargendo il calcestruzzo, rimase folgorato dopo aver toccato dei fili in seguito ad una – secondo l’impianto accusatorio – manovra improvvisa dell’autobetoniera. La richiesta di rinvio a giudizio, oltre che per i titolari della ditta, è stata avanzata anche nei confronti di Enrico Angelo Florio, che era alla guida della betoniera, Carmelo Spiteri, 53 anni, Sonia Carità, 38 anni, Francesco Urso, 39 anni.
Le ditte a cui erano stati commissionati i lavori erano due: “Casa sicura società cooperativa” di Spiteri, che doveva materialmente realizzarle, e la Betonmix di Urso e Carità che fornì il calcestruzzo.
Il giudice ha disposto il rinvio al prossimo 29 maggio quando saranno sentiti anche le altre quattro persone coinvolte rappresentate dagli avvocati Francesco Sanfilippo, Antonio Ragusa, Angelo Balsamo, Michele Ambra e Stefania Xerra.












