Il corona virus come la livella. C’è chi lo definisce una guerra, chi un terremoto, chi uno tsunami. Ma il corona virus non è nulla di tutto questo. Non ha una divisa,non  lascia macerie e non sommerge città. E’ invisibile, trasparente, silenzioso e ha la faccia di ognuno di noi ed è talmente subdolo che con l’intento di non assomigliare a nessuno ci ha anche  azzerato i connotati estetici, rendend0ci tutti un’unica mascherina.  Oramai i nostri visi ridotte a piccole toppe di pezza, non riescono a raccontare più nulla di noi .

Gli sguardi, tutti impauriti, guardinghi, sospettosi fuoriescono dal bordo di quell’appendice tenuta dagli elastici, come gli occhi di un bambino appena nato che non capisce bene dove sia finito. E come un neonato anche noi sembriamo avere abbandonato quella placenta fatta di normalità, di baci, di abbracci, di serate in pizzeria, di gite fuori porta con gli amici. Tutto sembra un lontano ricordo. Si gioca a condividere nei gruppi WhatsApp foto di quando eravamo normali, , istantanee che fotografano abbracci e baci che  oggi ci danno un brivido solo a guardarle. In soli venti giorni  il corona virus ha tirato fuori la parte migliore e peggiore di noi, ci ha reclusi, senza processo , senza condanna.


Ci ha divisi, senza deportarci, ci ha isolati senza allagare le nostre citta. Il corona virus non è una guerra ma uccide come i proiettili di un soldato, non è un terremoto, ma ci ha sotterrato sotto le macerie richiudendoci in casa, non è uno tsunami, ma ci ha inondato di lacrime e disperazione per ciò che sta succedendo nel mondo.  Ci ha resi generosi e ingordi nello stesso istante, coraggiosi e vigliacchi, ricchi e poveri, e ci ha accomunati tutti, belli e brutti in un’unica mascherina.

Cosa vuole fare ancora di noi il Covid 19 non si è ben capito. E’ nell’immagine del Papa la rappresentazione plastica della nostra fragilità . In quella enorme piazza vuota tuonano le sue parole, che arrivano al cuore di tutti, credenti e non. E mentre quella piazza somiglia sempre di più a tutte le piazze delle nostre città, i balconi hanno smesso di cantare e hanno iniziato a pregare. Siamo fragili come foglie al vento pronti a cadere al primo colpo di tosse.

Cesare Sciabarrà