Il tuo lavoro da sempre si ispira alla natura come elemento primordiale di rigenerazione che con la
sua forza e la sua bellezza mette in moto una riflessione su come l’uomo, immerso in equilibri universali,
sussista in questo sistema naturale.
Partendo dalla tua ultima personale “Come pietre nel paesaggio” che narra i tuoi ultimi tre anni
di ricerca e che sarà in mostra dal 12 settembre 2020 a settembre 2021 presso Castello Chiaramontano
di Racalmuto a cura di Alessandro Pinto, vorrei chiederti se puoi raccontarci, in larghe
linee, come colleghi il paesaggio naturale con il paesaggio fisico del corpo e in quale relazione i
materiali che usi sono funzionali nella narrazione.
In questa occasione presenterò una selezione di sculture e di progetti realizzati recentemente.
Una parte delle opere esposte è già stata presentata in altre occasioni espositive
come “Arcadio/Terra in moto” e “Paludi”. Tutta la produzione recente, chiamata “Come Pietre
nel Paesaggio” è inedita e realizzata nell’ultimo anno. Presento, in qualche modo, la testimonianza
della tempesta o le scorie di un vissuto, la tempesta della vita da cui ciascuno
di noi, in forme diverse, è investito.
In questi anni il mio interesse è stato rivolto ad indagare i singoli elementi naturali che formano
il nostro paesaggio, in particolare alcuni elementi che trovo interessanti anche dal
punto di vista materico/espressivo. Sono elementi che ho sempre osservato, sin dalla mia
infanzia, e ne conosco le forme e le superfici. Come in un furto, sottraggo qualcosa dalle
vallate gessose/saline del nostro paesaggio, innestandolo in frammenti o corpi di gesso. E’
una mostra sul paesaggio che ci ospita e che ci avvolge, in cui ci specchiamo e riconosciamo
anche da un punto di vista identitario. Il paesaggio non solo sotto un aspetto fisico
ma anche culturale, introspettivo. Noi siamo paesaggio e il paesaggio è il riflesso dei nostri
comportamenti o di come noi decidiamo di abitarlo e conviverci.
Spesso esploro il territorio ove risiedo e sottraggo ad esso ciò che cattura il mio sguardo,
come alcuni elementi che lo compongono, ad esempio boccioli di acanto, scheletri di ferule
e in ultimo le pietre di alabastro e il sale per manipolarli, mutandoli e rendendoli materia
primaria delle mie sculture, fatte di forme e volumi che disegnano nel vuoto. Sono elementi
che in qualche modo prendo in prestito per organizzarli in contesti installativi, dove spesso
divengono elementi simbolici di morte e rinascita. Sono uno strumento per raccontare della
nostra relazione con il mondo.
La base materica che ho sempre utilizzato è il gesso, un materiale considerato povero, ricavato
dalle rocce alabastrine. Infatti, in una delle sale del pianterreno ho cercato di ricreare,
simbolicamente una sorta di laboratorio, uno spazio dove avviene la metamorfosi, il luogo
della trasformazione, dal paesaggio alabastrino al corpo.
Tornando indietro alla tua penultima mostra, in “Paludi” (2019) è possibile percepire come la natura
abbia preso il sopravvento in questa relazione ancestrale con l’uomo. In “Paludi”, la figura umana
è sovrastata da elementi vegetali. La natura si contorce e si fonde con il corpo umano avvolgendolo,
attraversandolo in una presa che non permette nessuna possibilità di movimento. L’uomo
inerme si lascia sovrastare in uno stato di immobilità che non permette fuga. C’è uno stato di calma
e accettazione nelle marmoree sculture di fattezza umana, come nell’attesa di una trasformazione
in questa fine dolce e lenta. Puoi raccontarci in maniera più approfondita dove porta questo
sonno che cristallizza le tue opere in Paludi? E se questa immobilità degli elementi, magnificamente
rappresentata dalla sperimentazione dei materiali, porta a un nuovo equilibrio che si sta ormai
sgretolando?
Non credo che questo sonno possa portare ad una soluzione e neanche che possa essere
l’arte a fornirla. L’artista in genere con gli svariati strumenti artistici (cinema, installazioni
scultura ecc.) narra con il proprio linguaggio la personale relazione col mondo. Francisco
Goya intitola una sua incisione “Il sueno de la razon produce monstruos”.
Lo cito, simbolicamente, poiché “Paludi“ racconta del sonno comatoso della ragione di una
società fragile, anestetizzata dai nuovi strumenti di comunicazione, social e quant’altro, che
veicolano informazioni spesso in maniera distorta, mirate a mettere in discussione le fondamenta
di una civiltà, condizionando perfino il sistema politico. Accade oggi tutto ciò che
si temeva negli anni settanta, quando si discuteva del futuro, dei benefici e dei pericoli della
diffusione degli strumenti informatici e dell’automatismo. Il futuro che si temeva allora è la
realtà di oggi. I benefici che sono sotto gli occhi di tutti ed hanno stravolto il mondo, così
pure i pericoli.
Dal crollo ideologico del mondo diviso in due blocchi, siamo transitati in un sistema mediatico
basato sulla manipolazione, rendendoci tutti inermi, impotenti e disarmati. Da queste
premesse nasce il senso delle sculture dal titolo “Paludi”, dove i tessuti del corpo vengono
riassorbiti dalla potenza della natura, forse per trasportarci all’origine, ovvero al fango.
La tua risposta apre uno scenario cinico ma anche molto lucido di quella che è la condizione, non
solo umana ma della collettività. Una società che viene sopraffatta dalla sua stessa evoluzione
tecnologica. Dove la macchina prende il sopravvento sulla stessa natura dell’uomo cambiandone
le priorità in una sorta di controllo del pensiero stesso. Forse George Orwell in “1984” non aveva
una visione così distopica del futuro. Attraverso la materia grezza e sovrastante, sembra quasi che
i tuoi soggetti naturali e umani si fermino in un’attesa eterna, come se aspettino di essere inglobati
completamente per rimescolarsi in quell’equilibrio cosmico ormai perso. Durante un’intervista che
racconta il tuo progetto “Dalle dure pietre”, spieghi come il tuo esercizio di raccolta di elementi
naturali, legati al paesaggio siculo, non sia casuale ma ogni bocciolo racconta “il senso di tutto ciò
che nasce e non cresce”. Puoi ampliare questa concetto e raccontarci anche quanto incide la tua
pratica di osservazione dell’ambiente circostante nella tua fase progettuale?
Il progetto “Dalle Dure Pietre” è una raccolta di opere esposte al Parco Archeologico della
Valle dei Templi e in una parte alla cappella di Santa Sofia presso il Palazzo dei Giganti di
Agrigento. Le sculture sono state realizzate calcando dal vero una serie di elementi naturali,
boccioli di acanto, di ferula, girasoli e bozzoli di semi, raccolti nel nostro territorio. Questi
elementi in natura hanno un ciclo di vita annuale, di nascita, di sviluppo e di morte.
Avendoli calcati dal vero, nonché ottenuti degli stampi con materiali specifici, li ho tradotti
in gesso alabastrino ed ho realizzato delle forme. Tutto ciò per me aveva ed ha tutt’ora un
valore simbolico, avendo fissato in queste forme questa singolare energia che sprigiona la
natura durante una specifica stagione dell’anno, rendendoli pietrificati, quasi dei fossili.
Osservo costantemente la natura e da essa traggo spunti per costruire forme e concetti.
Tutto ciò mi ha spinto a riflettere trovando delle analogie tra l’energia della natura vegetale
con l’energia della natura umana e su alcuni aspetti comportamentali dei nostri territori.
L’uomo istintivamente semina di continuo e da questa semina scaturiscono idee e progetti
che spesso muoiono prima di nascere e questo rallenta la normale evoluzione sociale.
Non voglio spostare il problema in politica, tanto meno regionalizzare il problema, ma una
realtà sociale si evolve se c’è un’interazione, una vitalità costante di ciascuno di noi, sia
come semplici cittadini che come classe dirigente. Raggiunta la media età ciascuno di noi è
portato a fare una disamina e tirare le somme della propria esperienza di vita vissuta e non
meno delle aspettative giovanili. Lo spopolamento delle aree depresse del mondo e per
qualsiasi ragione è sotto gli occhi di tutti.
Si, per me l’arte non può mentire su questo disagio globale e non mente neanche quando si
presenta solo come pura bellezza. L’arte è trasgressione, è protesta, è politica e il disagio
globale lo urlano con forza le nuove generazione di artisti, registi, scultori, pittori e fotografi.
Tu mi chiedi quanto incida la mia pratica di osservazione dell’ambiente circostante nella
fase progettuale. Per poterti rispondere devo necessariamente raccontarti delle mie esperienze
vissute che cinicamente definisco due vite e spero di non apparire o cedere ad una
sorta di romanticismo stereotipato, ma è il mio bagaglio che porto a seguito. Premesso che
culturalmente provengo da una famiglia di pastori radicata nell’entroterra siciliana, definita
da Sciascia “La Sicilia fredda”, la mia infanzia e l’età giovanile l’ho vissuta vivendo in campagna
con la mia famiglia ed essendo il secondogenito di cinque figli, sin dall’età scolare,
ho iniziato a dare una mano in famiglia come tutti i figli dei lavoratori autonomi della mia
generazione. Ho vissuto la mia giovinezza faticosamente frequentando la scuola il mattino,
ed il pomeriggio aiutavo ad accudire il gregge di famiglia.
Nelle caldissime estati siciliane, le cosiddette vacanze, le trascorrevo gran parte delle giornate
ad accudire il gregge nei pascoli. Ero bruciato dal sole, il tempo era fermo. Trascorrevo
le giornate in silenzio osservando profondamente tutto ciò da cui ero circondato, le forme
delle colline, alberi, natura selvaggia e animali. Credo che tutto ciò ha condizionato la mia
intera esistenza, sia nella formazione umana sia nella scelta degli strumenti linguisticoespressivi.
Ciò nonostante, continuavo a frequentare le scuole artistiche senza interruzioni
fino a raggiungere la scuola di scultura dell’Accademia di Belle Arti di Palermo, il luogo dov’è
iniziato il mio viaggio con la scultura.
Oggi, per scelta, continuo a vivere nelle campagne dove ho trascorso la mia infanzia e creativamente,
come in un rigurgito, riaffiora tutto ciò che ho analizzato con lo sguardo in quegli
anni e che in qualche modo appartiene alla mia formazione visiva.
Il racconto, legato alla tua infanzia, porta la memoria di un tempo che sembra molto lontano anche
se in realtà così lontano non è. Eppure quel rapporto tanto stretto con la terra e il lavoro, quel dilatarsi
del tempo che permette dei ritmi di vita lenti che consentono di fermarsi a riflettere su ciò che
ci circonda e cosa stiamo facendo, oggi sembra non esistere più. Questa tua pratica di cristallizzare
il tempo nasce sicuramente da un legame molto profondo con l’ambiente naturale e le tue opere
portano lo spettatore a fermarsi, a riflettere a un livello più intimo su quello che anima le tue creature
inanimate. Come in “Terra in corpo” e in “Paludi” così anche in “Come pietre nel paesaggio”
le sculture raccontano un mondo onirico fatto di uomini, mitologia, natura e storia. Il tuo lavoro rimanda
al mondo delle “Metamorfosi” di Ovidio e alla mitologia greca dove ninfe, dei e semidei vivono
con le stesse paure e pulsioni degli uomini. Puoi raccontarci da dove viene la tua formazione
letteraria e artistica? Quali sono quegli autori e artisti che ti hanno accompagnato nel tuo lavoro di
ricerca e perché?
Hanno scritto in molti in merito alle mie sculture delle “Metamorfosi” di Ovidio, ma per me
le metamorfosi sono un modo per raccontare l’introspezione o il disagio dell’uomo contemporaneo;
gli innesti di tronchi, carbone, radici o vegetazione sono elementi simbolici (morte
e rinascita). Più che di Ovidio, li ritengo, di memoria Kafkiana.
In merito alla mia formazione posso dirti che da ragazzo (quindici /sedici anni) collezionavo
dei fascicoli di una collana enciclopedica “Arte Moderna” (dall’impressionismo agli anni
Settanta) pubblicati dai “Fratelli Fabbri Editori”, che ancora conservo. Fu la prima finestra
che mi si aprì verso il mondo dell’arte contemporanea ed ogni settimana era una continua
scoperta di artisti e delle loro opere. Ero interessato alla scultura, così ho imparato a conoscere
alcuni artefici della scultura del Novecento. Agli inizi degli anni Ottanta, il mio vero
approccio alla scultura è iniziato in ambito accademico, ho avuto la fortuna di incontrare
due figure per me molto importanti, Salvatore Rizzuti e Domenico Annicchiarico, il primo
scultore siciliano ed il secondo romano. Il primo mi diede conferma di cosa stavo cercando
nella scultura, oltre a come costruire una forma nello spazio, il secondo mi fece conoscere
gli strumenti tecnici per realizzarla, nonché le varie tecniche di formatura in silicone, alginato
e l’utilizzo dei vari materiali della scultura. Ad ogni modo, entrambi hanno alimentato la
fiammella che c’era in me. In quegli anni non erano ancora diffusi i nuovi strumenti di comunicazione,
ed i canali più diffusi erano i libri e i cataloghi di mostre che si realizzavano
magari altrove. Fu così che acquistai “La Scultura del Novecento” di Mario de Micheli e fu
una grande scoperta della scultura italiana sino agli anni Settanta. Con i miei pochi colleghi
eravamo sempre in cerca nelle bancarelle dell’usato, perché in libreria i manuali d’arte erano
costosi e introvabili, di cataloghi di mostre o monografie, e la scoperta di qualche scultore
diventava un evento importante. In fondo eravamo in cerca di modelli di riferimento
con i quali rispecchiarci, cercavamo di conoscere gli autori del dibattito artistico di quel
momento. Per me furono anni fervidi, anni di indagine dove è facile ergere alcuni autori a
modelli identificativi sino a sposarne il pensiero, la loro visione. Penso che tutto ciò sia necessario
per un giovane che si approccia all’arte, in quanto aiuta a comprendere dei valori e
conoscere sé stessi. Da ragazzo ero contaminato da ideali che hanno caratterizzato la scultura
italiana della metà del Novecento (valori plastici, forma e superficie) e mi riferisco dalla
generazione dei maestri italiani del primo Novecento come Adolf Wildt, Marino Marini, Manzù
e Fazzini, dei loro contemporanei come Alberto Giacometti e Moore. Ero legato soprattutto
alla materia e all’espressività della forma e di tutta la scultura figurativa italiana ancora
operante in quell’epoca, come Giuliano Vangi, Finotti, Agenore Fabbri, Floriano Bodini, Ugo
Attardi ecc…
Solo qualche anno più in avanti la mia visione iniziò a mutare a seguito di frequenti crisi,
dove si rimette tutto in discussione, distruggendo tutto per percorrere nuovi sentieri e approcciandosi
così ad altre esperienze, in quel caso di matrice vagamente pop, come l’utilizzo
del colore o di calchi dal corpo vivente dopo le grandi lezioni di George Segal. Oggi, almeno
in questo, tutto è cambiato. Il confronto con la produzione artistica contemporanea
avviene principalmente attraverso strumenti tecnologici, dove la scultura viene consumata
con un’immagine pubblicata sui social. Comunque ho sempre lavorato tanto, come un bisogno
fisiologico e mentre realizzo, sfruttando le mie risorse, modifico le mie visioni.
Le tue opere spesso vengono installate in spazi aperti o molto ampi e molte di queste portano lo
spettatore all’esigenza di girarci intorno; mi sorge spontaneo domandarti se durante la creazione
delle tue sculture tieni in considerazione lo spazio che poi abiteranno o se è per te una problematica
esclusivamente legata all’allestimento. Concludendo vorrei ampliare la domanda a qual è il tuo
rapporto con l’ambiente e lo spazio scultoreo?
Sicuramente posso confermarti che non è un problema di allestimento, non penso mai all’allestimento
durante la fase di ideazione, magari ne immagino lo sviluppo nello spazio, il contesto o
come potrà essere ambientata. In merito al mio rapporto con lo spazio posso confessarti che ho
paura del vuoto, ne sono attratto come una forte calamita e questo mi ha creato da sempre diversi
problemi modificando i miei comportamenti e come puoi immaginare, tutti i limiti del disagio.
Il pieno e il vuoto sono la mia ossessione, ho da sempre avuto una tormentata relazione
con lo spazio e quindi cerco un equilibrio occupandolo. Trovo una sorta di serenità in mezzo
a spazi pieni di volumi, come in natura con gli alberi, che sono delle sculture naturali.
Il tuo racconto sul contatto con l’ambiente circostante e con i materiali e la pratica di una ricerca
iniziata con modalità diverse rispetto a quelle contemporanee permette di ricordarci come fosse
difficile, prima dell’avvento delle nuove tecnologie, reperire informazioni o spostarsi. Oggi le “immagini”
sono alla portata di tutti, ed è possibile comunicare e confrontarsi anche con artisti che vivono
dall’altro lato del mondo con estrema facilità. Eppure, nonostante la tua testimonianza riconduca
a un tempo che sembra non sia mai esistito, il tuo lavoro ha un fortissimo respiro contemporaneo
che tocca dei temi molto attuali come il riavvicinamento al mondo naturale o il disagio della
condizione umana. Questo apre una riflessione su come, pur cambiando i tempi e le esigenze,
l’uomo conserva delle necessità ataviche di indagine che non mutano con il passare del tempo,
sebbene spesso siamo portati a condurre uno stile di vita che contrasta fortemente con quelle che
sono le nostre esigenze primordiali. Ringraziandoti per il tuo racconto molto intimo che porta a
molteplici spunti di riflessione, prima di concludere vorrei chiederti se puoi raccontarci, a cosa stai
lavorando e se puoi darci qualche anticipazione.
Come accennavo prima, io sono in un moto continuo, mi diverte più trascorrere il mio tempo
nel mio laboratorio, per me è un luogo a tratti sacro, dove realizzo le mie visioni. L’unico
problema è il tempo. La scultura concepita in questa maniera a volte impone delle fasi lunghe
e laboriose. Se ti riferisci ai progetti espositivi, posso dirti che non vivo con la frenesia
di esporre. Ovviamente quando mi viene chiesto e le condizioni sono favorevoli accetto,
nonostante la grande fatica. Non ho un sistema e non mi sono mai preoccupato di averlo.
Oggi sono impegnato in “Come Pietre nel Paesaggio” negli spazi del Castello Chiaramontano
di Racalmuto, il mio paese natale, prossimamente non so.












