Il comune di Agrigento ha pensato di intitolare una via della città a Sergio Ramelli, uno studente di destra, militante del Fronte della Gioventù, organizzazione giovanile del Movimento Sociale, assassinato da ragazzi extraparlamentari legati ad Avanguardia Operaia nel 1975, nel pieno dei cosiddetti anni di Piombo. Un periodo storico molto travagliato che, accanto a lotte sociali che cambiarono profondamente la società italiana, produsse anche violenze di piazza, lotta armata, terrorismo.
Ora, con tutto il rispetto per Ramelli e i tanti morti di sinistra e di destra, vittime della violenza politica che ha insanguinato quel decennio, che senso ha questa operazione a distanza di tanti anni e in un contesto molto lontano, nel tempo e nello spazio, da quel clima politico e da quegli eventi?
E perché, invece di ricordare tutti i morti, per evidenziare il rifiuto di ogni forma di violenza, ci si limita a ricordare un giovane di una sola parte politica, peraltro collocata fuori dall’arco costituzionale e dai valori della Repubblica antifascista nata dalla Resistenza?
Forse si vuole cercare il consenso facile di una parte politica, omaggiare ad ogni costo lo spirito dei tempi e la destra revanscista, dimenticando senso di opportunità ed equilibrio istituzionale.
Si ha la sensazione che sia anche una trovata ad arte per suscitare polemiche, magari per far passare in secondo piano un quinquennio di insuccessi e disastri amministrativi.
Laddove non si hanno le credenziali per riscuotere consenso per l’azione di governo, si strumentalizza la morte violenta di un ragazzo per cercare di recuperare terreno con ammiccamenti ideologici alla desta post-fascista.
Una vicenda grave e penosa.
Il segretario cittadino
Nino Cuffaro


















