I vescovi italiani hanno espresso all’unanimità parere favorevole alla richiesta di elevare il beato Rosario Angelo Livatino a patrono dei magistrati italiani. Lo si legge nel comunicato finale dell’82ª Assemblea generale della Cei, svoltasi in Vaticano dal 25 al 28 maggio (qui). Dopo il placet dell’Assemblea, la richiesta sarà presentata al competente Dicastero vaticano per la conferma. I Vescovi nell’esprimere il parere favorevole, hanno riconosciuto “l’esemplarità e l’attualità del suo messaggio: come ha sottolineato Leone XIV, “col suo impegno incrollabile per la giustizia, ha testimoniato che la legalità non è un insieme di norme, ma uno stile di vita, e quindi un possibile cammino di santità”. Dopo il placet dei Vescovi, la richiesta verrà presentata al competente Dicastero Vaticano per la conferma.

Livatino patrono: il seme del Giusto nella terra della giustizia


Il cammino che sta conducendo il Beato Rosario Angelo Livatino verso la proclamazione a patrono dei magistrati italiani non è un semplice adempimento canonico formale, ma un evento gravido di significato per l’intera comunità nazionale. Nelle preziose riflessioni storico-giuridiche offerte dal postulatore monsignor Vincenzo Bertolone su SettimanaNews (leggi qui), questa scelta supera ogni possibile obiezione laica di confessionalizzazione dello Stato. Il Giudice beato non viene proposto ai colleghi per imporre dogmi, bensì come esempio supremo di libertà interiore e indipendenza, virtù indispensabili per sottrarsi alle pressanti logiche di corrente, di cordata o di ricerca del consenso mediatico. Su questa scia, la riflessione sociale si fonde attorno al nucleo teologico del martirio in odium fidei.

Come bene evidenziato dal cardinale Marcello Semeraro in riferimento al beato Giuseppe Puglisi (qui), l’odio alla fede nei martiri di mafia si manifesta quando l’agire del cristiano, radicato nel Vangelo, diventa un elemento di disturbo insensibile a lusinghe e minacce, scardinando la pretesa mafiosa di controllo totale. I clan agrigentini e la Stidda percepivano la fede di Livatino come il motore della sua rettitudine incorruttibile: compresero che l’unica possibilità per eliminare il giudice era uccidere il cristiano, rifiutando quella giustizia che egli non limitava alla fredda equità, ma comprometteva con la vita. Nell’omelia per la beatificazione, nella Cattedrale di Agrigento, il cardinale Semeraro (leggi qui) ha declinato questa testimonianza sotto il segno della “credibilità”. Livatino non ha vissuto una vita sdoppiata; il suo celebre acronimo Sub Tutela Dei era l’affidamento totale di chi rimane nell’amore di Cristo per non cedere a un nominalismo declamatorio, sterile nei momenti di crisi. Le sue ultime parole, «Picciotti, che cosa vi ho fatto?», sono l’eco del lamento del Venerdì Santo: non un rimprovero, ma un sofferto invito alla conversione rivolto ai suoi carnefici. Oggi, mentre la CEI sigilla questo percorso con il voto favorevole dell’Assemblea Generale, la figura di Livatino si staglia come un monito.

Per la nostra Chiesa, che opera in un territorio fortemente segnato dalla presenza mafiosa, la scelta di Livatino come patrono dei magistrati deve rappresentare un’esortazione profonda a non rassegnarsi, ma a farsi promotrice di una speranza audace. Questo riconoscimento invita la comunità ecclesiale a riscoprire la forza profetica del Vangelo contro le strutture di peccato, mostrando che la fede non è un fatto privato, ma una forza viva capace di fecondare le istituzioni umane. La terra di Agrigento, ferita dal sangue del Giusto, riceve l’imperativo di custodire questa eredità, trasformando la memoria del martirio in un impegno quotidiano per la dignità, affinché il riscatto civile e spirituale trovi linfa nella testimonianza credibile dei suoi figli migliori.

Don Carmelo Petrone