Quest’anno la magnifica statua lignea di San Giovanni Battista, opera dello scultore palermitano Girolamo Bagnasco, compie i duecento anni. Un anniversario tondo che segna una tappa storica di rilievo e che merita celebrazione e memoria. L’opera si colloca ai vertici della scultura lignea siciliana ottocentesca, quando l’artigianato dell’Isola seppe assimilare e reinterpretare con personalità i moduli del Neoclassicismo.

Il bicentenario non è solo una data: riporta al centro dell’attenzione un simulacro che ha già avuto spazio nel dibattito critico e nelle mostre regionali. La potenza espressiva e il valore di questo San Giovanni erano emersi con forza nella mostra “Girolamo Bagnasco a Militello – Mostra di statue lignee di Sicilia”, dal 9 al 25 agosto 2015, curata dalla dott.ssa Rita Di Trio. Allestita nel Museo d’Arte Sacra San Nicolò di Militello in Val di Catania, comune del Val di Noto riconosciuto Patrimonio UNESCO, la statua divenne il fulcro dell’esposizione dedicata al Maestro. In quell’occasione ebbi l’onore, con altri studiosi, di intervenire come relatore, esponendo i risultati delle mie ricerche nel volume monografico “I Bagnasco: duecento anni di scultura lignea in Sicilia” (Calogero Brunetto, ed. Cerrito). La scelta di questa statua per la copertina del libro ne dichiarava il ruolo di “opera-manifesto” dell’intera dinastia.


Il Santo è raffigurato nella tradizionale iconografia del “Precursore”: posa solenne, nel tradizionale abito di cammello che lascia scoperto parte del torace, in una mano il baculo e nell’altra l’agnello offerto ai fedeli. È un capolavoro di piena maturità dell’artista.

La devozione campobellese per San Giovanni Battista, patrono del paese, come ricorda Francesco Nicotra, nasce da due fatti. Il primo: l’elevazione del borgo a università il 23 Giugno 1681, vigilia della festa del Santo. Il secondo: omaggio al padre del feudatario, Giovanni Ramondetta Sammartino, duca di Montalbo.

Lo attesta anche un passo della bolla con cui mons. Andrea Lucchesi Palli, vescovo di Girgenti, eresse ad arcipretura la parrocchia di San Giovanni Battista: “…Abbiamo dunque disposto la redazione di questa bolla perpetua, vista la congrua dotazione di quaranta onze assegnata dall’Ill.mo Duca Don Antonio Raimondo Sammartino, padrone di Campobello, all’Arcipretura della Chiesa Madre da istituire. Con l’autorità ordinaria di cui siamo investiti, erigiamo e costituiamo in perpetuo beneficio l’Arcipretura nella Chiesa Madre di Campobello, dedicata a San Giovanni Battista, con tutti i diritti, privilegi, oneri e onori annessi”.
A riprova della devozione, la Chiesa Madre conserva ancora un’antica tela raffigurante il Battista, forse la prima pala dell’unico altare originario.

La statua lignea, ispirata al modello di Antonello Gagini di Castelvetrano, è posteriore. Nel 1826 il Vicario Foraneo Giovanni Cammarata, a Palermo, acquistò presso la bottega di Girolamo Bagnasco una statua già pronta per un’altra chiesa. Giunse a Campobello via mare da Palermo a Licata, come la Maria SS. del Rosario e San Domenico dello stesso autore arrivata a Canicattì nel 1830 secondo un anonimo di Casa Gangitano del 20 giugno 1830, e poi via terra con carro trainato da buoi.

Girolamo Bagnasco, nato a Palermo nel 1759 e morto nel 1832, fu tra i massimi scultori lignei siciliani tra Sette e Ottocento. Fondatore di una celebre dinastia, crebbe nel vivace ambiente culturale palermitano. La sua scultura superò gli eccessi del tardo barocco e del rococò, approdando a un Neoclassicismo misurato. Diffuse in molte chiese dell’isola, le sue opere coniugano compostezza accademica e profonda sensibilità devozionale, con una tecnica anatomica e un modellato del legno di altissimo livello. Stilisticamente vicino al Quattrocchi – tanto che varie opere furono confuse – Bagnasco partì dal gusto tardo barocco per approdare, studiando i contemporanei neoclassici, a una ricerca formale raffinata. Fu così definito lo “scultore di Dio”. A suo tempo Bagnasco era considerato primo, mentre il Quattrocchi “secondo solo ai Bagnasco”. Il Maestro puntava alla perfezione e a una nobiltà aristocratica dell’immagine sacra.

Proprio per il rilievo storico dell’opera, oggi è urgente un intervento di tutela. Dopo due secoli la statua mantiene un buono stato generale, segno della qualità costruttiva e della solidità del legno. Alcuni interventi artigianali del passato non ne hanno compromesso la lettura. Restano però evidenti i segni del tempo sulla pellicola pittorica. Il simulacro richiede oggi un restauro conservativo mirato, soprattutto al recupero delle cromie. Occorre eliminare la patina ossidata che ha spento la brillantezza originaria. Non è solo questione estetica: riportare alla luce i colori neoclassici significa restituire la lettura dei volumi, l’equilibrio chiaroscurale e la purezza formale che Bagnasco seppe scolpire nel legno.

I duecento anni del San Giovanni Battista non devono restare una ricorrenza di calendario. L’anniversario richiama la responsabilità collettiva di proteggere un patrimonio nato nelle botteghe palermitane dell’Ottocento e giunto fino a noi intatto nella bellezza, ma fragile negli strati superficiali.

È tempo che istituzioni, studiosi e organi di tutela collaborino per avviare il cantiere di restauro di cui l’opera ha bisogno. Conservare oggi questo capolavoro significa rendere omaggio a una stagione artistica irripetibile e assicurare che questo gioiello dell’Ottocento siciliano continui a parlare alle generazioni future. Restituire la statua al domani nel pieno del suo splendore è il modo più alto per festeggiare i suoi primi due secoli.

Calogero Brunetto
Storico dell’Arte e Presidente della Società Agrigentina di Storia Patria