Si invia agli Organi di Informazione la seguente lettera aperta, inviata oggi da Arnone al segretario regionale PD, Giuseppe Lupo. Nella lettera aperta viene ricostruito, in modo puntuale, ciò che ha accertato il Tribunale penale di Agrigento a carico di Emilio Messana, esplicitamente individuato, nella sentenza, come soggetto aduso a mentire, in quanto facente parte del “gruppo di potere” che ha concorso con Palermo e Gambino nella commissione dei reati per cui questi ultimi sono stati condannati a un anno di reclusione. Arnone evidenzia al segretario Lupo che, alla luce di quanto accertato dal Tribunale, Messana va espulso dal Partito, e non eletto segretario. A meno di non voler applicare al PD agrigentino le stesse logiche di omertà, falsità e “muro di gomma” che caratterizzano l’odierna vicenda di Berlusconi e delle sue frequentazioni con Ruby e le minorenni.


Nella lettera si evidenzia pure il quadro di responsabilità e la trama che sta dietro all’aggressione inferta da Giuffrida e da un noto settimanale di area capodicasiana al parlamentare regionale Giovanni Panepinto.

Ed ancora, nella lettera Arnone replica pesantemente al comunicato diffuso ieri da Enzo Napoli, comunicato contenente una serie di insinuazioni, accuse, falsità, insulti e contumelie da parte di Napoli a carico di Arnone.

Cosa dice il Tribunale di Agrigento su Messana: perché i Giudici lo ritengono responsabile di reati e perché non può fare il segretario provinciale del Partito Democratico.

Perché è inopportuno, anzi dannoso, che Enzo Napoli, per il suo evidente servilismo nei confronti del “gruppo di potere” di Capodicasa e compagni, si occupi del Partito Democratico ad Agrigento.

Carissimo segretario Peppino Lupo,

Ti invio la presente per spiegare le ragioni per le quali ritengo:

a. che Messana non possa essere eletto segretario, a meno di non ritenere che ad Agrigento vigano le medesime logiche che Berlusconi sta mostrando all’Italia intera relativamente al “caso Ruby”. Su Messana vi sono i pesantissimi accertamenti di una Sentenza del Tribunale penale, che lo inserisce tra i vertici di un gruppo di potere che ha commesso, assieme ai “dirigenti” Palermo e Gambino i reati contro il Partito Democratico che hanno già visto questi ultimi due condannati a un anno di reclusione. VOGLIAMO FAR FINTA DI NIENTE? VOGLIAMO CONSOLIDARE IL MURO DI OMERTA’? VOGLIAMO AVALLARE LE EVIDENTI LOGICHE DI RICATTI RECIPROCI, CHE IMPONGONO IL SILENZIO SULLA SENTENZA? O, come spiegherò più avanti, vogliamo chiedere alle commissioni di garanzia del Partito, in primo luogo quella nazionale, di esprimersi sulla vicenda? Tra breve, approfondirò la tematica e ti esporrò come intendo continuare, anche a Piacenza e in Emilia, e anche appellandomi ai media nazionali, questa battaglia. Al Partito Democratico e alla Sicilia non servono persone aduse a commettere reati, né tantomeno impegnate “berlusconianamente” a sollevare muri di omertà;

b. che Enzo Napoli è indegno allo svolgimento di incarichi di vertice nel Partito regionale, e che non si è affatto allontanato dalle logiche deteriori, di indecenza, di omertà, di furbizia, di illegalità, nell’ambito delle quali è stato “allevato” da quel Capodicasa che teneva a fianco a sé la rinomata moglie e socia in affari di “mister miliardo” Fontana, avallando in tal modo la rinnovata autorevolezza di colui che già Pio La Torre voleva cacciare dal Partito, perché colluso con i mafiosi. Enzo Napoli di questi pessimi insegnamenti non ha perso niente. E, tra breve, commentando l’ultimo comunicato di Enzo Napoli, emesso anche a nome tuo, ti spiegherò di quali livelli di indecenza costui è capace;

Ritorniamo al punto a., cioè a Messana. Adesso farò parlare il Tribunale di Agrigento, riportando i brani della Sentenza penale 310/2009.

Questa sentenza riguarda i dirigenti della corrente di Capodicasa, ex senatore Vittorio Gambino e prof. Giuseppe Palermo. Il capo di imputazione per cui sono stati processati e condannati è il seguente: “… in concorso morale e materiale tra loro e con persone allo stato non identificate, facevano scientemente uso di un falso atto pubblico destinato alle operazioni elettorali per l’elezione dell’Assemblea Regionale Siciliana del 13 e 14 aprile 2008, costituito dall’atto di designazione dei rappresentanti di lista presso l’Ufficio Centrale Circoscrizionale, datato 9.4.2008 e sottoscritto, falsamente ed apparentemente da Cusumano Diego e Pistone Domenico e autenticato, falsamente ed apparentemente, da Hamel Nicolò”.

Quindi, caro Peppino Lupo, dentro la sede del Partito Democratico, ad aprile 2008, veniva redatto un atto falso che veniva poi scientemente utilizzato innanzi all’Ufficio Centrale Circoscrizionale, insediato presso il Tribunale e presieduto da un magistrato.

Ti faccio notare che Palermo e Gambino vengono processati perché agiscono non solo in concorso tra loro, ma con “persone allo stato non identificate”. Da tecnico del diritto ti spiego che non erano state identificate al momento dell’elevazione del capo di imputazione, cioè prima del processo. Ma il Giudice, in Sentenza, identifica perfettamente alcuni tra i principali complici e mandanti di questi atti penalmente illeciti. E, senza ombra di dubbio, il Giudice individua Emilio Messana, con tanto di nome e cognome, quale compartecipe con ruolo apicale di questi reati.

Prima di andare avanti nell’illustrarti quello che dice, non Arnone, ma il Tribunale penale di Agrigento, voglio porre una considerazione di carattere personale: io sono uno di quei siciliani che per onorare i propri valori ha fatto pagare alla propria famiglia e ai propri affetti prezzi molto pesanti. Mi sono esposto e mi espongo, nelle istituzioni, nelle piazze e nei tribunali, contro interessi mafiosi e contro mafiosi con nomi e cognomi. Ho denunziato e mi sono costituito in giudizio contro il figlio di Gueli, condannato per mafia e ritenuto dai pentiti un killer, ho fatto sequestrare un grande centro commerciale di interesse di Matteo Messina Denaro, ho fatto sequestrare un altro grande cantiere di centro commerciale nella sfera di interessi di Cosa Nostra agrigentina, dei Lombardozzi, dei Russello, ecc., ho fatto condannare gente come Gunnella, Rendo, Lodigiani, Aricò. Le mie battaglie contro gli ex sindaci di Agrigento pluricondannati e pluriinquisiti sono notissime. Cioè, per essere chiari, sono uno di quelli, di quei tanti siciliani orgogliosi della propria terra che, come te, Antonello Cracolici, Beppe Lumia, Giosuè Marino, Piercarmelo Russo, ecc. ecc., hanno messo in conto che non necessariamente chi fa politica volendo onorare Pio La Torre e Piersanti Mattarella, muore tranquillamente nel proprio letto.

Detto questo, per me non è minimamente tollerabile che all’interno del mio Partito vi possano essere soggetti che vengono eletti segretario provinciale in un quadro di omertà, irresponsabilità, torbidi reciproci ricatti.

Sono pazzo? Per la gente no: sono uno che prende una barca di voti, che non conosce paragoni nella mia terra con nessun altro uomo di sinistra.

Vediamo adesso cos’ha accertato il Tribunale a carico di Messana. E’ utile andare direttamente alle conclusioni, per poi ricostruire prove, giudizi, comportamenti. A pag. 13, il Tribunale scrive: “… in altre parole, se un gruppo all’interno del Partito Democratico può essersi accordato per inviare presso l’Ufficio Circoscrizionale gli odierni imputati, nella qualità di rappresentanti di lista (per ragioni di fondo che in questa sede non interessano), tale accordo non veniva in alcun modo ratificato dai soggetti che avevano il potere formale di designazione, restando sostanzialmente interno (tale accordo) al gruppo di riferimento. Né i titolari del potere di designazione, dirigenti del Partito, né lo stesso candidato Manzullo risultavano dunque a conoscenza della designazione, circostanza questa che rende sostanzialmente non credibile anche una mera determinazione interna e non formale della designazione.”

Dunque, il Tribunale, sulla base degli elementi ferrei che ora illustrerò, fotografa perfettamente la situazione: un gruppo di potere, all’interno del Partito Democratico agrigentino, ha ritenuto di espropriare gli organi effettivi dell’intero Partito del potere di designare i rappresentanti del PD in quello che poteva essere, a seconda delle situazioni che si sarebbero create durante lo scrutinio, un importantissimo centro di potere.

E per pervenire alla designazione di Palermo e Gambino, personaggi assolutamente screditati e faziosi, si ricorre alla commissione dei reati di falso in atto pubblico. E a capo di questo gruppo di potere aduso all’illecito vi è, come vedremo (utilizzando le parole del Tribunale) Emilio Messana. Il Tribunale inchioda letteralmente Messana. E qui, adesso, io aggiungo che è noto che Messana non si soffia neppure il naso, se prima non ottiene l’autorizzazione da Angelo Capodicasa e da Giacomino Di Benedetto. quindi, è intuibile che oltre a Messana, del gruppo di potere interno al PD individuato dal Tribunale, fanno parte anche questi due.

Il Tribunale ha ritenuto di non indagare su quelle che definisce le “ragioni di fondo che hanno motivato i reati”. A noi, però, queste ragioni di fondo, ossia il movente del falso, interessano. E interessano molto. Peraltro, sono evidenziate dagli stessi comportamenti dei condannati Palermo e Gambino. I due consegnano all’Ufficio Elettorale, brevi manu, un verbale di scrutinio di un seggio di Ribera che poi risulterà essere non veritiero, mentre era veritiero quello già in possesso dell’Ufficio e contestato, appunto, da Palermo e Gambino. La valutazione del verbale di Ribera inveritiero, prodotto da Palermo e Gambino, comporterà il ribaltamento del risultato cui già era pervenuta la Commissione Circoscrizionale, che aveva già predisposto gli atti per proclamare eletto Giovanni Manzullo.

Ovviamente, l’esito finale dello scrutinio che vide il testa a testa, sostanzialmente alla pari, tra Manzullo e Marinello, non era né previsto né prevedibile prima delle elezioni. Ciò in quanto solo le note eccezionali coincidenze hanno permesso al PD di ottenere tre seggi. Mentre le previsioni, prima del voto, davano praticamente certo il testa a testa tra Panepinto e Di Benedetto. E, non a caso, il gruppo di potere, mediante reati, “nomina” due persone assolutamente di fazione, ritenute inaffidabili, ma strettissime con Di Benedetto e Capodicasa.

Facciamo adesso parlare il Tribunale, in quello che è un autentico e tremendo atto d’accusa nei confronti di Emilio Messana e dei suoi danti causa.

Nelle pagine 4 e 5, il Tribunale ricostruisce le falsificazioni delle firme in calce all’atto di designazione, cioè le firme dell’ex DS Domenico Pistone e degli ex Margherita Diego Cusumano e Nicolò Hamel. E’ utile far parlare ancora, per stralci, il Tribunale. A pag. 5 si legge che Cusumano Diego “precisava di non aver mai firmato né visto la designazione relativa ai signori Palermo e Gambino, che gli veniva mostrata in sede di audizione. Hamel Nicolò – nella qualità di pubblico ufficiale, e segnatamente di consigliere comunale di Agrigento che apparentemente autenticava le firme dei deleganti Cusumano Diego e Pistone Domenico – riferiva di non aver autenticato alcuna designazione relativa al PD alle regionali. Specificava, altresì, di non aver visto la designazione che gli veniva mostrata in sede di audizione dichiarando che la firma a suo nome che compare nel documento è apocrifa.”

Più avanti, il Tribunale, a pag. 6, si occupa della firma del Pistone. E anche lì sono “botte nere”, in quanto il Pistone – scrive il Tribunale – “riferiva di non poter affermare con certezza di aver visto la designazione che gli veniva mostrata, precisando altresì di non poter affermare con assoluta certezza di aver apposto la firma a suo nome in esso contenuta.” Cioè il Pistone dichiarava all’Autorità Giudiziaria di non essere in grado di riconoscere la propria firma, cioè di non essere in grado di dire se quella firma fosse o meno la sua. E il Tribunale, sul punto, scrive: “L’affermazione del Pistone deve tuttavia essere valutata in modo negativo, comparando anche in modo superficiale la firma apposta in calce al verbale di SIT rese e la firma apposta in calce all’atto di designazione. Pur non volendo emulare un perito grafico, questo giudice deve rilevare l’assoluta e palese divergenza tra due firme, con riferimento sia al nome che al cognome, per caratteri ed andamento. Se si deve dunque ritenere che anche la firma del Pistone sia apocrifa, le espressioni dubitative sviluppate dallo stesso, introducono un contesto certo non limpido.”

Quello che abbiamo appena riportato, merita un commento. Le tre firme sono tutte e tre falsificate, ma il Pistone – come evidenzia il Tribunale – pone in essere una grave reticenza, in quanto prova a confondere le acque, evitando di ammettere esplicitamente che anche la sua firma è falsificata. Il Pistone era all’epoca un altro esponente della corrente di Capodicasa e Messana, seppure in una posizione non di vertice.

Come abbiamo visto a proposito del Pistone, il Tribunale ritiene che costui agisca, con i suoi “dubbi”, in un “contesto certo non limpido”.

E se Pistone agisce in un “contesto certo non limpido” al fine di tutelare gli imbroglioni, questo contesto è quello in cui agisce anche Messana. Il Tribunale, in Sentenza, dopo aver definito “contesto certo non limpido” quello di Pistone, aggiunge: “in tale contesto (non limpido) devono essere valutate le dichiarazioni rese in data 9.6.08 da Messana Emilio in sede di SIT. Lo stesso Messana, coordinatore provinciale del PD, riferiva alla Polizia Giudiziaria che i nominativi dei designati rappresentati Palermo Giuseppe e Gambino Vittorio sono scaturiti all’interno del processo di designazione complessivo effettuato in seno al Partito”. Messana prosegue dicendo che “la procedura di nomina si incentrerebbe su una attività meramente verbale, non oggetto di verbalizzazione. Nell’ambito del Partito non esisterebbe una regola scritta che preveda le modalità di comunicazione delle scelte delle persone designate.”

Poco più avanti, metteremo in evidenza come il Tribunale sputtani senza pietà Messana e lo definisca bugiardo. Ma qui, immediatamente, ritengo di effettuare una mia osservazione che è dirompente per dimostrare la malafede del segretario Messana. Questi afferma che nell’ambito del Partito non esisterebbe una regola scritta. Dimentica che il Partito si era appena costituito, era un Partito, quello Democratico, nato da pochi mesi e che, in tutte le attività aventi un minimo di rilievo, aveva stabilito doversi attribuire poteri formali identici a soggetti provenienti dai due partiti originari, ossia dai DS e dalla Margherita. E infatti, a designare i rappresentanti dovevano essere l’ex diessino Pistone e l’ex Margherita Cusumano. Questa assenza di regole scritte di cui parla Messana innanzi l’Autorità Giudiziaria, è pertanto solo una invenzione per tentare di sviare gli inquirenti. Ovviamente senza riuscirci, anzi ottenendo la patente di bugiardo.

Nella pagina successiva, il Tribunale smentisce la bugia di Messana, evidenziando che non è affatto vero che i nomi di Palermo e Gambino sono, come dichiarato dal Messana “scaturiti all’interno del processo di designazione complessivo effettuato in seno al Partito”. Scrive a proposito il Tribunale, per smentire Messana: “… il Cusumano – dirigente del Partito Democratico – precisava come non gli risultasse che il Palermo e Gambino fossero stati indicati dal Partito quali persone da designare come rappresentanti di lista. Lo stesso Cusumano denunziava i fatti con atto in data 2.5.08, indirizzato al Presidente dell’Ufficio Centrale Circoscrizionale”. E più avanti, sempre sul punto, il Tribunale mette in rilievo che “lo stesso denunziante Manzullo evidenziava di ritenere la carenza di legittimazione a intervenire alle operazioni elettorali in capo agli odierni imputati, non risultandogli che gli stessi fossero stati nominati quali responsabili del Partito Democratico. Pertanto, neppure al candidato del Partito Democratico Manzullo risultava la nomina – seppur priva del requisito della formalità – del Palermo e del Gambino.” Non solo, ma il Tribunale evidenzia ancora che il Manzullo chiarisce, in sede di testimonianza, che la formale competenza a operare le designazioni in questione presso l’Ufficio Circoscrizionale apparteneva a “Diego Cusumano e Domenico Pistone, che a loro volta erano stati delegati dal segretario regionale del PD”.

Quindi, in Sentenza si accerta che gli organi competenti ad effettuare la designazione di Palermo e Gambino non sapevano nulla di quella designazione, come non sapevano nulla di quella designazione i candidati alle Regionali che, teoricamente (molto, molto teoricamente), dovevano essere “garantiti” da Palermo e Gambino in sede di verifica dello scrutinio innanzi alla Commissione presso il Tribunale di Agrigento.

Per quanto abbiamo detto, il Tribunale mette in rilievo che “sia la particolare modalità di nomina dei rappresentanti presso l’Ufficio Circoscrizionale, sia il difetto di conoscenza della designazione in favore degli odierni imputati da parte del Cusumano Diego, costituiscono dati oggettivi tali da gettare un’ombra di non credibilità sulle dichiarazioni rese dal Messana.” E il Tribunale continua evidenziando che le spiegazioni fornite dal Messana, relative ad un errore in buona fede, sono inconsistenti. Scrive il Giudice: “Appare dunque sempre più difficile configurare una buona fede nella mera apposizione di alcune firme su atti lasciati casualmente incompleti, dovendosi piuttosto ipotizzare contrasti all’interno del Partito Democratico, in relazione alla designazione dei soggetti che dovevano procedere al controllo di eventuali irregolarità in sede elettorale: giova tuttavia evidenziare che la natura di tali contrasti resta estranea all’oggetto della cognizione in senso tecnico in questa sede.”

Il Tribunale ha capito tutto: Palermo e Gambino vengono nominati, mediante gli atti falsi, dolosamente falsificati, perché la loro designazione non sarebbe mai potuta avvenire a seguito di una procedura lineare, coinvolgente i competenti dirigenti del Partito. Mai e poi mai Manzullo e gli ex Margherita e gli amici di Giovanni Panepinto avrebbero potuto accettare la nomina a rappresentante del Partito di Palermo e Gambino. Piuttosto avrebbero chiesto di non nominare nessuno, dal momento che era del tutto prevedibile che i due in Commissione si sarebbero comportati in modo tale da favorire spudoratamente la loro corrente (tant’è che producono persino il verbale inveritiero di Ribera, per ribaltare l’esito a cui era già pervenuta la Commissione…).

E a pag. 7 abbiamo ancora un altro schiaffone del Tribunale nei confronti di Messana. Scrive il Tribunale “pertanto il mero disguido intervenuto al momento delle nomine dei rappresentanti di lista, per come riferito dal Messana, appare – a fronte del ruolo formale rivestito dal Cusumano e dal Pistone, che non potevano essere ignorati in modo incolpevole – ancor meno ipotizzabile”. In parole ancora più semplici e banali, Messana afferma che le firme sono state falsificate per un “disguido”. E il Tribunale osserva come non vi può essere stato alcun disguido, in quanto la designazione doveva essere operata, formalmente, da Cusumano e Pistone, da un ex Margherita e da un ex DS che, invece, di quella designazione non sapevano assolutamente nulla.

E va rimarcato che anche lo stesso Pistone, pur nel suo arrampicarsi sugli specchi (censurato dal Tribunale) non arriva ad affermare che era a conoscenza di quella designazione.

Se i chiodi piantati dal Tribunale su Messana non sembrassero sufficienti (eppure sono chiodi terribili … ) a “impalare” definitivamente Messana ci pensano Palermo e lo stesso Messana. Palermo dichiara formalmente, in sede di interrogatorio, “di aver appreso telefonicamente dal Messana… di essere stato designato quale rappresentante di lista per il PD presso l’Ufficio Circoscrizionale centrale, unitamente a Vittorio Gambino”. E lo stesso Messana dichiara, (cfr. pag. 12 Sentenza) che “non escludeva” di aver comunicato a Palermo e Gambino della loro nomina.

Ed il Tribunale esprime ancora una volta un giudizio molto chiaro sull’attendibilità e sincerità di Messana: “Se già risulta anomalo che il Messana non ricordi con precisione tale circostanza specifica, quantomeno per il clamore mediatico che la vicenda suscitò nel giro di qualche giorno (per come riferito dallo stesso Palermo), a fronte del quadro complessivo fin qui delineato, si deve ritenere che in realtà non sia intervenuto alcun atto di designazione in senso tecnico, pur considerata l’esclusione di forme rituali, all’interno dello stesso PD”.

E, continua il Tribunale con il passaggio che abbiamo già visto, ove appunto si attribuisce soltanto ad un gruppo di potere interno al PD, animato da non meglio precisate (dal Tribunale) motivazioni di “scontro interno”, la nomina degli screditati e faziosi Palermo e Gambino in quel delicatissimo ruolo.

Il Tribunale continua evidenziando che, grazie all’inqualificabile comportamento del coordinatore Messana, la decisione di mandare Palermo e Gambino all’Ufficio Centrale Circoscrizionale a rappresentare il Partito, “non veniva in alcun modo ratificata dai soggetti che avevano il potere formale di designazione” che quindi, grazie alle falsificazioni, venivano espropriati dei loro poteri e l’accordo illecito restava “sostanzialmente interno al gruppo di riferimento”. Cioè, sempre grazie a Messana, le designazioni di Palermo e Gambino mediante le falsificazioni degli atti, venivano imposte all’intero Partito.

Caro Peppino, questa è la Sentenza del Tribunale. Questi sono i fatti accertati. Non da me, ma dall’Autorità Giudiziaria. E questo, soprattutto, è Emilio Messana, l’uomo che dovrebbe garantire tutto il Partito.

Ma andiamo al di là, adesso. E vediamo di capire perché si insiste su Messana quale prossimo segretario. La ragione è semplicissima. E anche quella si legge nelle pagine della Sentenza: Messana ha agito per conto del suo “gruppo di potere” a cui fa riferimento, cioè della sua cordata politica, cioè di Capodicasa e Di Benedetto. Ed avendo agito nel loro interesse e per loro conto, adesso non vuole essere l’unico a pagare. E poiché Messana è in grado di dire chi sarebbero, oltre a lui, le altre “persone allo stato non identificate” di cui parla il capo di imputazione, ecco l’insistenza “a morire”.

Vedi, caro Peppino, a me piacciono le metafore belliche. Quando gli Alleati sbarcarono in Normandia, il divario di forze in campo era tale che tutti avevano chiara la prossima sconfitta dei Nazisti. Anzi, erano già sconfitti. I Nazisti dovevano decidere quando arrendersi. Se arrendersi subito, già in Normandia, o continuare la guerra fino alla propria totale disfatta. Questa metafora va benissimo per Messana e i suoi danti causa.

Un idealista come me, con in mano da un lato il consenso elettorale e dall’altro le nefandezze di questo gruppo di potere, accertate pure con questa sentenza, non può che fermarsi sino a quando il rinnovamento verrà realizzato.

Io ti consiglio, caro Peppino, di praticare la seguente soluzione formale: sospendere il Congresso provinciale, sino a quando le Commissioni di Garanzia del Partito non si saranno pronunziate su questi fatti, politicamente (oltre che penalmente) gravissimi. Ovviamente parlo di Commissioni di Garanzia, non di organi composti da squalificati testimoni mendaci, da personaggi circensi come Umberto Riccobello.

Il quadro di questo gruppo di potere è proprio mefitico. L’aggressione a Giovanni Panepinto nasce da questo gruppo di potere, e te lo spiego in poche battute. Anzi, questa vicenda consente di comprendere le ragioni per le quali Panepinto è stato, in questi ultimi due anni, un oppositore (alla rielezione di Messana) inspiegabilmente morbido.

A metà di questo mese di gennaio, Benedetto Adragna, Giovanni Panepinto e Nuccio Cusumano pongono con forza, tra l’altro, la questione della anomala e indecorosa elezione di Giuseppe Giuffrida a segretario di sezione di Cattolica Eraclea. Giuffrida in atto è imputato, innanzi al Tribunale di Agrigento, di gravi reati contro la pubblica amministrazione, finalizzati anche a favorire esponenti di Cosa Nostra. E’ stato anche responsabile dell’indecente aggressione, verbale e fisica, nei confronti della tua rappresentante di lista alle Primarie 2009, Graziella Ancona.

Il 17 gennaio parte l’aggressione di Giuffrida contro di me, Adragna e Panepinto. Giuffrida diffonde un’articolata nota, ove si accusa, indicando alcune asserite circostanze, Giovanni Panepinto di rapporti e collusioni con elementi di spicco di Cosa Nostra del suo comune. Significativamente, all’aggressione insultante di Giuffrida, non fa seguito alcuna presa di posizione né di Messana, né degli altri esponenti del gruppo di Capodicasa, con l’evidente significato che costoro avallano perfettamente l’aggressione posta in essere da colui che è da sempre un loro “uomo di punta” .

Ma l’aggressione di Giuffrida è solo l’inizio del trattamento che viene riservato a Panepinto. E’ solo l’antipasto.

Ad Agrigento, com’è noto, si stampa un giornale il cui direttore ed editore – Franco Castaldo – è un grande amico di Capodicasa. Addirittura iscritto al PD e votante alle Primarie. Costui, per le diffamazioni in danno mio e di Legambiente ci deve, ad oggi, oltre 120.000 euro. Questo giornale, nell’ultimo numero in edicola, dedica due pagine su quattro alla pubblicazione, con titolo a pagina intera e con toni enormemente scandalistici, di un rapporto dei Carabinieri del 2007 che, prendendo spunto da uno scritto anonimo, ha operato una serie di valutazioni e di ricostruzioni in ordine a presunti rapporti e promesse di Panepinto a soggetti legati alla mafia locale. Negli ultimi quattro anni, com’è noto, detto rapporto non ha avuto alcun esito. Adesso è un utilizzo ad orologeria, per colpire Panepinto e condizionare il Congresso del PD, a beneficio di Messana.

Vale anche la pena di aggiungere che il rapporto era in mano a numerosi avvocati e giornalisti da anni, in quanto depositato in un procedimento penale già concluso.

Non mi pare, sul punto, di dover aggiungere altro.

Andiamo adesso al punto b., cioè a Enzo Napoli.

Avevo avuto modo di descriverti, in passato, in che misura Napoli fosse un soggetto assolutamente inadeguato a svolgere un ruolo di responsabilità nel Partito siciliano, in primo luogo ad Agrigento.

La prima considerazione è quella che Napoli certamente non ti avrà riferito nulla in ordine al contenuto della sentenza di condanna a carico di Palermo e Gambino, in particolare in relazione alla posizione di Emilio Messana. Di questo sono convinto.

Ma sono ancora più certo, perché ce l’ho innanzi agli occhi mentre ti scrivo, dell’indecente comunicato diffuso da Napoli, ove si mette sullo stesso piano ciò che il Tribunale ha accertato a carico di Messana e del gruppo di potere interno al PD, con quello che dice Giuffrida contro Panepinto.

Nel comunicato che Enzo Napoli fa a tuo nome, io sarei il “sedicente esponente del Partito Democratico” che dà vita ad uno “spettacolo indecoroso” di “accuse, contumelie, illazioni” nei confronti di Messana, al quale va la vostra “piena e incondizionata solidarietà”. E io sarei pure autore di un “tentativo maldestro di proiettare ombre sull’imminente congresso del PD”. Congresso che, secondo Napoli “rappresenta un traguardo positivo da ascrivere all’intero gruppo dirigente”.

Ed ovviamente, io che pretendo legalità, sarei autore di “polemiche inutili e dannose” e dovrei essere “isolato”.

Questo è Enzo Napoli. Per cui, caro Peppino, è del tutto normale, in questo quadro, che sul petto del condannato ad un anno di reclusione, ex senatore Vittorio Gambino, vengano appuntate le stellette della vicepresidenza della commissione interna per il Congresso provinciale. Complimenti veramente!

Caro Peppino, concludo. E nel concludere, Ti invito a riflettere lungamente, e poi ad agire per come la tua formazione culturale e la tua coscienza ti suggeriscono.

In terra di Sicilia, in tema di legalità, non è consentita – agli eredi di Pio La Torre e Piersanti Mattarella – alcuna mediazione.

Agrigento, 26 gennaio 2011

Giuseppe Arnone