Il Tribunale di Caltanissetta, all’esito di un giudizio civile intrapreso nell’ottobre 2008 da un cittadino di Gela, che a causa di una trasfusione di sangue praticata presso l’Ospedale “S. Camillo” di Roma nel 1977 ha contratto il virus dell’epatite C, ha condannato il Ministero della Salute a risarcire più di un milione di euro. La sentenza di condanna arriva al termine di una battaglia processuale intrapresa da un danneggiato da sangue infetto contro il Ministero della Salute, ritenuto responsabile di non avere adeguatamente assolto il compito istituzionale di vigilare sulla raccolta e sulla distribuzione del sangue e degli emoderivati da destinare alle trasfusioni. Il Ministero della Salute, difeso dall’Avvocatura di Stato, si è difeso sostenendo che in capo allo stesso non poteva riconoscersi alcuna colpa nella causazione del danno, in quanto all’epoca della trasfusione, effettuata nel 1977, il virus dell’Epatite C non era stato ancora classificato; dunque, non essendo ancora conosciuto dalla Comunità Scientifica non sarebbe stato possibile prevenirne la diffusione.

Il Tribunale di Caltanissetta, accogliendo la diversa tesi sostenuta dai legali dei danneggiati, Avv. Angelo Farruggia e Annalisa Russello del Foro di Agrigento, ha condannato il Ministero della Salute a risarcire non solo il diretto danneggiato ma anche i di lui familiari per il danno morale subito per la malattia del congiunto. In particolare il Tribunale, ha condannato il Ministero a risarcire € 845.360,00 in favore di G.L, diretto danneggiato; € 50.000,00 in favore della moglie ed € 30.000,00 in favore di ciascuno dei figli che in giudizio avevano chiesto il risarcimento dei danni morali. L’Avv. Angelo Farruggia, nel commentare la sentenza ed esprimere la sua soddisfazione per il risultato conseguito, non manca di evidenziare che in Italia si contano almeno 1.600.000, contagiati da HCV ed il costo in termini di vite umane per le cirrosi da HBV o HCV e le sue complicanze, è di circa 12.000 persone all’anno, con un incidenza della infezione molto più elevata al Sud. Si tratta, dunque, di un epidemia silenziosa che spesso, dopo avere inflitto gravi afflizioni in vita, conduce alla morte. Malgrado le gravi sofferenze ed i costi per le spese mediche e le trasferte in centri specializzati, spesso i danneggiati sono costretti ad aspettare numerosi anni prima di ricevere l’indennizzo previsto dalla legge 210/92 da parte dello Stato e, frequentemente, sia per la lentezza della giustizia civile che per il ritardo, talora di anni, con cui il Ministero della Salute ottempera alla condanna, muoiono senza neppure riscuotere quelle somme che, se da un lato non restituiscono al danneggiato la salute, dall’altro gli rendono giustizia del danno patito senza loro colpa. E’ arrivato il momento che lo Stato, gravemente responsabile dei contagi, nel quadro delle riforme protese alla stabilità economica, trovi lo spazio per affrontare anche le questioni sociali. Occorre che lo stesso dia ascolto alla voce di una miriade di danneggiati che invocano l’attuazione del progetto transattivo di cui al Decreto n. 132 del 28 aprile 2009, relativo alla chiusura del contenzioso instaurato da tutti i contagiati per trasfusione di sangue infetto, allo stato rimasto lettera morta, e che, comunque, garantisca tempi brevi sia per la liquidazione dell’indennizzo di cui alla legge 210/92, sia per la celebrazione dei processi ed il pagamento delle sentenze di condanna.