Fuori dai cliché del musicista sfigato o del professionsita per passione o ancora di chi è in bolletta perché ama l’arte, può e sa fare solo quello, ma sfortunatamente non è il momento, non è il giorno, non è il periodo, insomma non è vita per veri artisti.
Potrebbe essere questa, in sintesi, la descrizione degli “Agitati”, musicisti al soldo di chiunque avesse voglia di ascoltarli, mercenari della musica, professionisti solerti e instancabili che vestono in jeans e camicia, hanno i tablet, gli smartphone
e non vanno in moto anni 50, con abiti anni 50 e capelli anni 50: sono giovani del 2000 che si divertono, “agitati” (shook up) mentre fanno musica degli anni 50 e si fanno pagare per questo…
Girano, si esibiscono, si divertono, ballano il twist con chiunque, suonano brani loro ed eseguono cover di Elvis, Gene Vincent, Carl Perkins, Eddie Cochran, Jerry Lee Lewis, Roy Orbison e tutto quello in cui circola del sano rock’n’roll.
Finché qualcosa non accade nelle loro vite di musicisti. E quel qualcosa ha un nome, Marilù, visione, sogno, realtà, nessuno di loro potrebbe dirlo con certezza.
Nome e sembianze che sono fuggite quel giorno e che sono diventate la mèta del progetto musicale nato dalle ceneri degli Shook Up.
Alla ricerca di Marilù, Marco Gioè (chitarra), Andrea Amico (contrabbasso) e Giuseppe Marino (batteria) diventano doo-woppers, sposando musica e temi del genere, tra amori reali e immaginari, sogni, baci, lune piene e tutto l’armamentario di romanticismo anni ’50 perché è l’unico modo per ritrovare lei, ritrovare Marilù.
E’ il pop ai tempi del rock’n’roll: si potrebbe dire con quattro parole, all’americana, “oldies but still goldies”. Musica semplice, tre voci, il ritmo giusto per divertirsi e ballare, anche il twist.
Aspettando Marilù.
(A. DiVita)

















