Venerdi 25 gennaio continua la stagione teatrale al Teatro Sociale di Canicattì con Cry baby – l’ultima notte di janis Joplin con Chiara Buratti

La donna che cantava con l’utero. Così definivano Janis Joplin, la più grande voce blues nella storia del rock. Più che una voce, un grido disperato; più che un canto, l’urlo strozzato dell’infante che reclama attenzione. Quando muore, in una stanza del Landmark Motor Hotel di Hollywood, i seguaci del rock non avevano ancora metabolizzato la scomparsa di Jimi Hendrix e ancora non sapevano che da lì a poco un’altra morte violenta avrebbe attraversato le loro vite, quella di Jim Morrison. Tre artisti profondamente diversi ma avvolti dal filo rosso sangue della solitudine e dell’alienazione, della consapevolezza di essere diversi e condannati all’infelicità. Di tutti, Janis ha colpito più a fondo. Perché Morrison aveva la bellezza dello sciamano e Jimi la chitarra come prolungamento del corpo e modo per accordare i sogni. Janis Joplin non aveva nulla: era bruttina, sgraziata, devastata dall’acne, senza radici (poco più che adolescente era fuggita da Port Arthur, Texas, che lei definiva la sua “prigione natale”). E profondamente sola. Janis Joplin non aveva nulla, se non quella voce che usciva dalle viscere e si faceva rito, messa pagana, canto e incanto. Chissà se ha avvertito qualcosa, lampo o segnale, premonizione o macabra profezia, quando ha inciso come ultima canzone prima di morire, “Buried Alive With The Blues”. Sepolta viva nel blues. Aveva 27 anni, l’età maledetta in cui sono morti tutti i grandi del rock.


“Cry Baby” è la sua ultima notte. Costretta a confrontarsi ancora una volta con la solitudine e il suo passato, gli amori perduti o mai trovati e l’ansia di farsi accettare per quel che era e non quel che rappresentava. Un monologo drammatico di una delle più grandi cantanti di sempre, che a Woodstock e Monterey ha fatto l’amore sul palco con migliaia di persone ma è sempre tornata a casa da sola. Lei e il suo blues che urlava nella notte il suo lamento.