Si è difeso negando ogni colpa Fausto Giacchetto, il project manager ritenuto la mente del comitato d’affari che si sarebbe appropriato di 15 milioni destinati all’ente di formazione Ciapi e avrebbe pilotato diverse gare d’appalto per la gestione della comunicazione dei grandi eventi siciliani.

Giacchetto, arrestato insieme a 16 tra ex assessori, politici e dirigenti regionali, ha risposto per 4 ore alle domande dei pm sostenendo, tra l’altro, che 11 dei 15 milioni dati al Ciapi sarebbero stati destinati all’assunzione di oltre 200 persone incaricate di collocare nel mondo del lavoro 1.500 giovani, in realtà mai assunti.


Il manager ha respinto le accuse di corruzione e turbativa d’asta. Alle domande dei pm ha risposto anche l’imprenditore Pietro Messina che avrebbe fatto qualche ammissione, mentre un altro imprenditore, Luciano Muratore, avrebbe sostenuto di avere regolarmente fatturato i servizi resi al Ciapi. Si è avvalso della facoltà di non rispondere invece l’esponente del Pid Domenico Di Carlo.

L’inizio, con 17 arresti e 32 indagati a piede libero, è stato già eclatante. Ma le inchieste «Mala Gestio» e «Sicilia Grandi Eventi» che vedono coinvolti imprenditori, politici, prestanome e burocrati che ruotano intorno alla figura chiave di Faustino Giacchetto, 49 anni, imprenditore e pubblicitario, «sono solo all’inizio e gli sviluppi non sono preventivabili». Parole di Francesco Messineo, capo della Procura di Palermo, intervistato ieri nel corso del notiziario delle 13.50 di Tgs. Insomma, se già nomi di spicco della politica siciliana sono finiti nella vicenda, accusati a vario titolo di associazione a delinquere e corruzione, non è detto che nei prossimi giorni o mesi non possa venir fuori qualcosa di più scottante.

Tutto il carteggio sull’attività del Ciapi è finito sul tavolo del viceprocuratore Giuseppe Aloisio. E nel frattempo anche la Regione in via cautelativa ha emesso i provvedimenti con cui chiede la restituzione di 15 milioni e 191 mila euro versati fra il 2006 e il 2009 per il progetto finito al centro dell’inchiesta.
Il progetto Coorap doveva fornire un orientamento professionale ai giovani appena usciti dalle scuole. E poi aiutarli a entrare nel mercato del lavoro attraverso cicli di apprendistato in azienda. E invece, segnalano i magistrati, tutto è finito «nell’ignobile mercimonio di fondi pubblici destinati al sostegno dell’occupazione». Dei 3 mila giovani da formare e dei 600 che si prevedeva di far entrare in azienda, appena 18 hanno fatto l’apprendistato e nessuno ha trovato lavoro.
Un flop milionario. Ma recuperare le somme non sarà facilissimo. La dirigente dell’assessorato al Lavoro, Anna Rosa Corsello, ha scritto all’Avvocatura dello Stato chiedendo il via libera per un sequestro conservativo dei patrimoni «per assicurare la disponibilità della somma evitando il pericolo della perdita definitiva». All’Avvocatura, la Corsello chiede anche se il sequestro va fatto contro gli amministratori o sul patrimonio dell’ente.