Anche le scuderie erano dominate da un responsabile direttamente dipendente dal Barone a cui riferiva la situazione dei cavalli onore e vanto del padrone. Don Santo, così si chiamava, dirigeva tutto con mano ferma e guai se qualche garzone non avesse operato secondo gli ordini, la frusta di Don Santo non lo avrebbe risparmiato perché per lui quegli animali erano più dei figli che non aveva mai avuto, più degli affetti che non aveva mai conosciuto, più della sua stessa vita. Nel corso del tempo la sua natura umana sembrava essersi trasformata in equina ; comprendeva i cavalli quasi avessero lo stesso suo linguaggio, sapeva curarli, intervenire per ogni necessità, allestire i pasti più consoni a seconda dei gusti di ciascun animale. Tutta la casa apparentemente tranquilla era in realtà un vero e proprio formicaio in cui il lavoro ferveva sapientemente orchestrato affinché nulla andasse fuori posto o potesse denotare qualche trascuratezza da far pagare in maniera molto salata all’autore di tale nefandezza. Seduta davanti alla sua coiffeuse, Michelina si osservava con interesse ed anche con una certa curiosità; in convento gli specchi erano banditi poiché strumenti di compiacimento per il proprio corpo e dunque fonte di peccato quindi per tutti quegli anni le ragazze non trovavano di meglio che i vetri delle finestre o il fondo delle pentole in cui rimirarsi in cucina quando la cuoca Assuntina faceva finta di non vedere. Finalmente tutto ciò era finito e, studiandosi, si trovava davvero graziosa con gli occhi dal colore intenso veleggiante tra il blu e il turchese, l’ovale del viso ben disegnato, le labbra coralline e carnose,i capelli folti colore del grano maturo. La figuretta era ancora acerba ma ben modellata nei suoi contorni che mettevano in risalto la vita sottile, i seni piccoli ma già sbocciati, i fianchi arrotondati. Era decisamente graziosa e ben proporzionata promessa di una futura donna affascinante e sensuale. Nenè, la cameriera personale, scivolò silenziosamente alle sue spalle per aiutarla ad abbigliarsi
-Vostra Signoria, quale abito ha deciso di indossare oggi?-
-Farò una cavalcata, prendimi l’amazzone di velluto blu e poi fai sapere a Don Santo che mi deve sellare un cavallo.-
Vestirsi richiedeva aiuto e perizia poiché i capi erano tanti e tutti importanti per completare il risultato finale. Le mutande che si fermavano sotto al ginocchio per fortuna non erano più quelle di tela forte da educanda, adesso erano di cotone leggero arricchite da nastri che le ingentilivano e le rendevano leziose così come il corpetto ricoperto di ricami e merletti. Anche il busto era più leggiadro assolvendo pur sempre il suo compito di stringere la vita fino a far mozzare il fiato ; un vero e proprio strumento di tortura con quei lacci incrociati sulla schiena che venivano tirati fino allo spasimo impedendo il respiro e costringendo a sedersi sulla punta della sedia mantenendo la schiena dritta come un fuso. In compenso la scollatura generosa si riempiva poiché i seni strizzati da sotto trovavano la loro strada arricchendo il decolletet con grazia. Molto lavoro era dedicato ai capelli che si dovevano fermare morbidi e riccioluti sulla nuca come quelli di un bimbo, mentre due boccoli cadevano maliziosamente sul collo. Quando il tutto fu completato ponendo un cappellino ad ombreggiare la fronte, Michelina non avendo belletti usò il sistema che aveva appreso dalle compagne più esperte: si pizzicò le gote per dare un rosa più acceso all’incarnato e si morse le labbra per ravvivarle. Poi scese nel grande atrio dove Don Santo l’attendeva con la coppola in mano.
-La Baronessina da sola vuole uscire? Senza carrozza? Ci mando qualcuno per aiuto?- era visibilmente preoccupato.
-Grazie, Don Santo, state tranquillo. In convento c’era anche il maestro di equitazione. Non abbiate pensiero- rispose la fanciulla.
-Come vuole Voscenza. Ci feci preparare Violetta che è una cavallina ubbidiente- La Baronessina non si sentiva offesa da tutte quelle raccomandazioni, Santo l’aveva vista nascere ed aveva per lei una forte venerazione così essa gli perdonava il modo confidenziale di trattarla. Sapeva che era dettato dall’affetto. Violetta l’attendeva fuori ed era veramente graziosa con quel suo mantello candido ed i finimenti argentati che la completavano, Santo intrecciò le mani per accogliere il piedino con la cui spinta la sella di morbido cuoio da amazzone sarebbe stata raggiunta; subito essa si allontanò per gustare l’aria e la libertà cui aveva dovuto rinunciare per tutti quegli anni trascorsi in giornate di preghiere, studi, imposizioni, mortificazioni che avrebbero dovuto renderla anima eletta lontana dalla schiavitù della carne. Eppure nonostante le lunghe prediche della suora spirituale, nonostante il bagno da fare con un camicione di tela per nascondere la lussuria data dal corpo, nonostante la triste cuffia per celare la vanità dei capelli,nonostante la fascia con cui si doveva comprimere il seno onde nasconderlo, essa non aveva mai odiato le sue forme anzi le aveva seguite nel loro sbocciare ed era lieta di scoprirsi ogni giorno diversa e fiorente alla vita. Godeva anche, adesso, della solitudine che il convento le aveva negato per tanti anni costringendola a rinunciare a se stessa come persona e regolando la sua vita nella collettività più deprimente poiché imposta con regole ferree da cui era impossibile uscire; dall’alba fino a sera nessuno spazio per se stessi quasi ragionare con la propria testa fosse stato un grave peccato che avrebbe condotto alla disubbidienza, inammissibile per le suore e ancor di più per le signorine dipendenti dal padre prima e dal marito poi. La sveglia all’alba era già una punizione poiché la suora della camerata non si faceva scrupolo di ricorrere all’odiata e penetrante campanella che sbatacchiava recitando con voce monotona:” Ringraziamo il Signore per il nuovo giorno di vita che ci ha regalato”. Le fanciulle dovevano uscire subito dal letto e tuffarsi, inciampando nel camicione lungo, nella catinella con la brocca di acqua fredda per lavarsi il viso, tornare alla postazione di partenza ed indossare le ruvide calze di lana, le sottane ed il pesante abito color grigio completato da grembiule e cuffietta. Le scarpe erano costruite per durare nel tempo, dunque pesanti e robuste. Come gendarmi sull’attenti, ciascuna si schierava davanti al proprio letto(rapidamente rifatto)attendendo il segnale che le avrebbe messe in fila per recarsi in Cappella ad assistere alla prima Messa della giornata. Nonostante la retta pagata dai genitori, la colazione non subiva mai varianti: una ciotola di latte con del pane da inzuppare. Poi iniziava la giornata con le attività da seguire e non erano poche poiché l’impegno delle suore era quello di fornire una completa educazione che, in verità, non badava tanto al campo culturale quanto a tutto ciò che avrebbe reso una bimba futura signora in grado di sapere il catechismo,dipingere, ricamare, suonare, avere belle maniere, danzare, cucinare e altre attività domestiche, tutte doti che sicuramente nessuna educanda avrebbe mai messo in pratica essendo circondata a casa da molta servitù; ma il motto della Madre superiora era:”Chi non sa fare , non sa comandare”.L’equitazione impartita da un maestro vecchio e cadente, completava la futura gentildonna. In tutti quegli anni non videro mai un giovane di sesso opposto, quindi si era fatta in loro l’immagine che gli uomini fossero per lo più canuti e traballanti sulle gambe. L’ora del pranzo era preavvisata dalla campanella di Suor Crocifissa ed era il segnale per irreggimentarsi tutte in fila, silenziose e con il capo chino in atto di contrizione poiché nutrendosi non si sarebbe offerto il digiuno quale doveroso fioretto sacrificale. Il passo delle ragazze era ben presto divenuto quasi un volo silenzioso che non permetteva di sfiorare il pavimento per risparmiare le scarpe e per non fare rumore alcuno; il muro non doveva essere sfiorato dalle file poiché ci sarebbe stato il rischio di sporcarlo o ancor peggio, sarebbe diventato un sostegno a favore della pigrizia. Una volta raggiunte le tavole, le sedie mai e poi mai si sarebbero strusciate sul pavimento, il rumore avrebbe rotto il misticismo della preghiera la quale ritardava a bella posta la fame delle giovinette che avrebbero gradito ancor di più il solito menù composto da una minestra la cui composizione non fu mai rivelata, una pagnottella, un secondo di erbe dell’orto del convento condite con la salsa di San Bernardo, niente frutta, servita solo nelle feste comandate insieme a qualche biscotto rigorosamente prodotto da Suor Elvira che deteneva il segreto tramandatole dalla precedente consorella. Tutto scivolava così, sempre uguale in giorni oleosi e noiosi dal ritmo costante e privi di novità.
Maddalena Rispoli


















