Qualche fiore deposto da alcune donne su tre bare, una commossa preghiera seguita da una benedizione, qualche canto, di cui uno in swahili intonato dalle suore teresine tanzaniane hanno accompagnato verso l’ultima dimora tre delle oltre trecentosessanta vittime della più grande strage di immigrati nel Canale di Sicilia. Giovedì mattina, 17 ottobre, al cimitero di Ravanusa, come in altri cimiteri siciliani in questi giorni, si è provveduto così a tumulare i resti di tre immigrati annegati nel Mediterraneo. Nessun funerale di Stato. Forse non poteva essere diversamente, i corpi versavano ormai in un avanzato stato di decomposizione, mentre a Lampedusa all’emergenza si univa altra emergenza nuovi salvataggi, nuovi sbarchi, vecchi problemi legati alle precarie e disumane condizioni del centro di accoglienza, come denunciato da tempo dai residenti. Forse avrà influito la polemica sul come e dove celebrare i funerali se tra l’affetto sincero dei lampedusani o nella lontana Agrigento, dove, lunedì 21, avrà luogo una solenne commemorazione. Di sicuro non si può non vedere come da scenario al tragico epilogo della vita di queste persone ci sia lo scontro tra chi vive sulla propria pelle il dramma dell’ecatombe nel Mediterraneo e chi deve, per dovere di facciata, intervenire con la propria presenza e qualche sporadica azione eclatante. Inoltre, dal momento che le richieste dei lampedusani di un aiuto concreto all’economia locale vengono ignorate dallo Stato, pare di assistere ancora una volta alla solita umiliazione della parte più ricca e più forte di un Paese, verso la parte più povera e più debole, che, se vuole, deve accontentarsi di due medaglie e un premio Nobel, inutili fregi per una soluzione a tutti i problemi. Intanto chi ci governa, si trova a vestire nel contempo da un lato i panni del diretto responsabile di una politica che, se diversa, potrebbe scongiurare un tale scempio e dall’altro dell’affranto soccorritore che non si esime dal proclamare il lutto nazionale.
Dinnanzi a tutto questo non tutta la società civile pare voglia assistere da semplice spettatrice passiva, nella piena consapevolezza che, pur non gestendo direttamente il timone del potere, la propria responsabilità personale risiede tutta in uno stile di vita che ci si ostina a non cambiare o a non cambiare del tutto.
“Ero partito per sfuggire alla miseria, nel mio bagaglio solo tanta speranza; ero partita per strappare alla violenza il figlio della violenza; ero partito per vivere senza la paura di poter morire ogni giorno; ero partita con la mia mamma che voleva che avessi da mangiare tutti i giorni; ero partito per essere considerato finalmente una persona, ora sono solo un numero”.
Lo scorso 11 ottobre, mentre per ironia del destino al largo di Malta si consuma l’ultima tragedia, con oltre cinquanta vittime, queste frasi e tante altre, scritte su vari cartelli sono state fatte sfilare, per un breve percorso dalla Chiesa Madre di Ravanusa, dove era stata celebrata una messa in suffragio per le vittime del precedente naufragio, fino al monumento del Milite Ignoto, scelto a ricordo della perdita della stessa identità di questi uomini. Con tale semplice iniziativa il Gruppo Giovani San Giacomo di Ravanusa ha cercato di provocare l’opinione pubblica. Su ogni manifesto per un processo di immedesimazione comparivano le stesse parole di chi aveva perso la vita per sfuggire ad una fine atroce, alla violenza costante, alla fame quotidiana, ad una vita al limite dall’essere chiamata tale.
Non sappiamo quanto sia possibile mettersi nei panni degli altri. Forse è solo un’ingenua pretesa cercare di capirli, specialmente quando si parla di chi vive una vita che non ci appartiene per distanza geografica, politica, sociale, economica e culturale in cui i diritti più scontati, quelli civili e politici, quali la libertà di parola, di voto, il diritto alla salute, all’istruzione, al lavoro, alla casa sono negati. L’esercizio delle libertà fondamentali, irrinunciabili per ogni uomo che vuole considerarsi tale, deve avere come base fondamentale la garanzia di condizioni minime di sopravvivenza, ma questo in Paesi come l’Eritrea o la Somalia, da cui i morti del 3 ottobre provenivano, non è neppure concepibile.
Non possiamo quindi sapere né quanto i loro animi abbiamo imparato ad incassare e fino a che punto erano disposti a continuare a sopportare, né quale potesse essere l’idea che questi uomini si erano fatti della vita e del mondo e se avessero consapevolezza di essere essi stessi destinatari di diritti, tuttavia quelle frasi pare che fossero riuscite, anche solo per attimo, a coinvolgere i partecipanti, nel silenzio e nella preghiera. Una di esse citava: “Ero partito per avere anche io dei diritti”. Chissà se simili parole siano state mai pronunciate da uno dei naufraghi. Eppure la strada per l’individuazione e il rispetto dei diritti umani che, in molte aree del mondo, pare non sia stata ancora neppure tracciata sulla carta, è stata ormai da tempo battuta, se pensiamo, per esempio, a quanto stabiliva, già nel XIII secolo, la Magna Charta Libertatum in termini di tutela delle libertà personali. Sul piano internazionale, il riconoscimento dei diritti più scontati risale al 1948, con la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo alla quale si è aggiunto il riconoscimento dei diritti di solidarietà planetaria, per cui ogni popolo ha delle responsabilità nei confronti degli altri, in particolare dei Paesi in via di sviluppo, per non parlare, ancora, del riconoscimento dei diritti delle categorie più deboli, quelli dell’infanzia e della donna, e pertanto anche di quei bambini e quelle donne che su barconi colmi di centinaia di migranti, si avventurano verso l’ignoto.
Anche se con molta difficoltà riusciamo a comprendere le ragioni di chi fugge da Stati in cui non esiste il diritto alla protezione contro l’arresto arbitrario, alla libertà dalla tortura, alla libertà di pensiero, coscienza e religione, a partecipare al governo del proprio Paese e tanto altro, siamo molto consapevoli di quello che spetta “per diritto” ad ognuno di noi. L’atteggiamento più comune verso chi è privo di diritti diventa poi quello che papa Francesco ha definito “globalizzazione dell’indifferenza”. Eppure anche la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea rivolge un particolare interesse proprio al rispetto dei diritti dei richiedenti asilo e degli immigrati e alla lotta verso xenofobia e razzismo. Quanto tali ideali si sposino con le reali politiche messe in atto dai Paesi membri e con le posizioni di chi si trincera dietro la convinzione che l’unica politica percorribile sia quella del controllo dei confini, è dinnanzi agli occhi di tutti.
A questo punto sarebbe stato molto interessante poter registrare i pensieri passati nella mente di quanti insieme a noi, quel venerdì sera, in Piazza I Maggio, si sono soffermati dinnanzi alla Chiesa Madre. Sul sagrato, attirava l’attenzione dei fedeli, accorsi per partecipare alla commemorazione e al corteo, una statua del Cuore di Gesù con le braccia spalancate verso il mondo e completamente avvolta, anzi intrappolata in una rete da pescatore. Mentre qualcuno iniziava a dare voce dal megafono alle parole dei migranti, “Ero partito con papà che voleva che potessi frequentare una scuola, ero partita per capire come aiutare la mia gente, ero partito perché, dopo anni di duri sacrifici per acquistare il biglietto, avrei finalmente iniziato una nuova vita”, il Cristo sembrava invocare aiuto, proprio come uno dei tanti naufraghi di Lampedusa, che, mentre ingoiava acqua e ne riempiva i polmoni fino a soffocare, pensava di poter con quel viaggio essere finalmente considerato un uomo, nel pieno diritto di raggiungere la felicità.
Manuela Lazzaro


















