Borse Hermes e Vuitton, cravatte, biancheria intima griffata, gioielli e regali. E ancora soggiorni in alberghi extralusso, auto e persino gli scontrini della mancia al bar. La lista delle spese pazze dei deputati dell’Ars è lunga e ricorda quelle dei colleghi dei consiglieri regionali di mezza Italia finiti sotto inchiesta per l’uso illegittimo dei fondi destinati ai Gruppi.
A scoperchiare l’ennesimo scandalo della politica sono state le Fiamme Gialle. Nel registro degli indagati, con l’accusa di peculato, sono finiti 83 parlamentari siciliani e 14 consulenti e dipendenti dei Gruppi. Tra gli inquisiti anche il responsabile Welfare della segreteria nazionale del Pd Davide Faraone e l’ex governatore Raffaele Lombardo. Gli investigatori hanno analizzato i conti della scorsa legislatura e di quella precedente, quando i Gruppi non dovevano rendicontare le cosiddette spese di segreteria. In due anni di un’inchiesta conoscitiva avviata dalla Procura dopo il caso Fiorito, la Finanza ha passato al setaccio migliaia di fatture, scontrini e documenti che avrebbero consentito a decine di deputati regionali di intascare circa 10 milioni di euro di rimborsi, secondo gli inquirenti, non dovuti.
A 13 deputati, tutti capigruppo, sono stati notificati inviti a comparire: nei prossimi giorni verranno sentiti dai pm Innocenzo Leontini, Rudy Maira, Cataldo Fiorenza, Giulia Adamo, Nunzio Cappadona, Antonello Cracolici, Francesco Musotto, Nicola Leanza, Nicola D’Agostino, Giambattista Bufardeci, Marianna Caronia, Paolo Ruggirello, Livio Marrocco. Molto più lunga la lista degli indagati in cui compaiono anche l’ex presidente dell’Ars Francesco Cascio e il segretario regionale del Partito Democratico Giuseppe Lupo.
Tra gli altri parlamentari finiti sotto inchiesta anche l’ex presidente della Regione Raffaele Lombardo e l’ex presidente dell’Ars Francesco Cascio e i deputati Nino Dina, Salvatore Cordaro, Gaspare Vitrano, Massimo Ferrara, Franco Mineo, Giuseppe Lupo, Bernardo Mattarella, Cateno De Luca, Riccardo Savona, Paolo Ruggirello, Salvino Pantuso, Carmelo Curenti e Alessandro Aricò.
La notizia degli avvisi di garanzia a 83 tra deputati, ex parlamentari e personale dell’Ars per l’inchiesta della Procura di Palermo sulle spese dei gruppi parlamentari, si è abbattuta sul Parlamento siciliano nel pieno dell’esame della manovra finanziaria. Un terremoto politico che era nell’aria: non appena è giunta la notizia di colpo l’aula dell’Assemblea e i corridoi del palazzo si sono svuotati. Anche il governatore Rosario Crocetta ha appreso la notizia mentre si trovava nella stanza del governo di palazzo dei Normanni, assieme ad alcuni assessori e dirigenti della Regione, con i quali era impegnato nella stesura degli ultimi emendamenti alla finanziaria.
Crocetta si è limitato a commentare “il passato ci rincorre”, preferendo non aggiungerà altro sul terremoto politico che coinvolge alcuni attuali parlamentari della maggioranza, anche perché il clima all’Assemblea era già molto teso per via di una norma della finanziaria da 200 milioni di euro di spesa. “Dobbiamo chiudere la finanziaria”, aggiunge laconico il governatore.
Cracolici in aula durante la seduta: “Mi sembra giusto dare questa comunicazione al Parlamento. Ho ricevuto un avviso a comparire di fronte alla Procura di Palermo per il ruolo di capogruppo che ho ricoperto nella scorsa legislatura. Ne do comunicazione per evitare qualche interpretazione, retroscena o misteri su un’inchiesta giudiziaria nota e partita già tempo fa”, ha detto rivolgendosi ai parlamentari, prendendo la parola dal pulpito di sala d’Ercole mentre i deputati erano riuniti per l’esame della finanziaria.
Cracolici, che in questa legislatura è presidente della commissione Affari istituzionali dell’Ars, ha affermato che domani spiegherà la sua posizione in una conferenza stampa. “Ho ritenuto giusto comunicarlo al Parlamento e lo farò domani con una conferenza stampa durante la quale illustrerò ciò che mi viene addebitato. Ogni contestazione riguarda la mia attività di capogruppo. Non mi viene contestato di aver messo un euro in tasca”.
“Sono stato convocato dalla Procura per rispondere del mio operato da capogruppo, durato sei mesi, nella passata legislatura. Ritengo di aver svolto l’incarico con assoluta correttezza. Non ho mai utilizzato fondi del gruppo per uso diversi da quelli istituzionali e politici, men che meno per finalità personali. Attendo di essere sentito con serenità” dice l’ex capogruppo del Mpa e attuale deputato regionale Udc, Nicola D’Agostino. “Ho svolto il mio breve mandato di capogruppo in continuità rispettando gli impegni contrattuali ereditati, sia lavorativi che per beni e servizi – aggiunge D’Agostino – e mi difenderò nei modi consentiti nell’unica sede giusta che è quella giudiziaria, nelle quale, da uomo delle istituzioni, non posso che riporre totale fiducia”.
“Benissimo la Procura indaghi – commenta il deputato pd, Davide Faraone – E se c’è qualche ladro deve pagare. Sono certo che emergerà chiaramente se c’è qualcuno che ha rubato e ha utilizzato le risorse per lucro personale. Per quel che mi riguarda, non ho ricevuto al momento alcuna comunicazione e sono comunque serenissimo. Anzi, quanto accaduto sarà l’occasione per far conoscere a tutti i modi in cui ognuno di noi utilizza le risorse destinate a fini politici e di rappresentanza”.
“Daremo massima collaborazione alla magistratura, verso cui abbiamo piena fiducia. Se ci saranno responsabilità personali e penali andranno individuate e punite – spiega il presidente dell’Assemblea siciliana, Giovanni Ardizzone (Udc) – Certamente non ci voleva in questo momento in cui stiamo cercando di dare il meglio di noi stessi. Tutto quello che c’era da fare per adottare regole rigide lo abbiamo fatto – conclude – Chi ha sbagliato dovrà pagare”.
“Ancora una volta l’onorabilità e l’integrità delle istituzioni sono rimesse nella mani della magistratura. Non conosciamo, se non per via di fonti giornalistiche, le accuse avanzate nei confronti dei politici indagati. È evidente, comunque, come rappresentato a più riprese nel corso di questa legislatura, la necessità di un intervento legislativo deciso per mettere fine al malcostume nelle gestione dei soldi dei cittadini” si legge in una nota del groppo M5S all’Assemblea. A questa si aggiunge anche una nota del capogruppo M5s al Senato, Vincenzo Maurizio Santangelo. “Il vecchio-nuovo Pd di Renzi inciampa nelle spese da…Faraone. Dopo l’inchiesta per peculato ai danni del parlamentare del Pd responsabile delle politiche di Welfare Davide Faraone, che cosa ha da dire Matteo Renzi? Perchè non parla?”.
Ammonta a 52,9 milioni il budget gestito dai gruppi parlamentari nella scorsa legislatura finito sotto la lente d’ingrandimento della Procura di Palermo che indaga sulla spesa dei fondi pubblici: si tratta di fondi assegnati dal Parlamento in base alle regole in vigore fino all’estate di due anni fa, poi modificate con l’introduzione delle rendicontazioni. Nel 2012 i gruppi incassarono 12,65 milioni di euro, 13,72 mln l’anno precedente e la stessa cifra nel 2010.
Due i canali di finanziamento previsti in quel periodo: il “contributo per le spese legate allo svolgimento dell’attività parlamentare” pari a 4.178 euro assegnato per ogni deputato aderente al gruppo e un contributo di 3.750 euro al mese per ogni parlamentare.
Con il primo canale di finanziamento i gruppi dovevano pagare il portaborse, eventuali consulenti e manifestazioni con finalità istituzionali. Fino alla primavera di due anni fa queste somme venivano caricate direttamente nella busta paga del parlamentare, dunque non facilmente controllabili. Alla fine del 2012 la metà della somma venne erogata in busta paga e ogni deputato ogni quattro mesi doveva fornire le pezze d’appoggio che giustificavano le spese; l’altra metà della somma invece veniva assegnata dal gruppo parlamentare al singolo deputato ogni mese ed era necessaria un’autocertificazione.
Per quanto il secondo canale di finanziamento, cioè il contributo a ogni deputato, il gruppo tratteneva i fondi con i quali pagare i dipendenti e le spese di funzionamento (stampanti, fotocopiatrici, convegni e consulenti). Un’altra fonte di finanziamento era legata all’utilizzo dei cosiddetti dipendenti “stabilizzati”, un bacino di 86 persone: se il gruppo vi faceva ricorso riceveva il contributo per il pagamento degli stipendi.
Oltre ai 13 capigruppo Giulia Adamo, Nunzio Cappadona, Francesco Musotto, Rudy Maira, Giambattista Bufardeci, Marianna Caronia, Livio Marrocco, Innocenzo Leontini e Cataldo Fiorenza, Antonello Cracolici, Nicola Leanza, Paolo Ruggirello e Nicola D’Agostino, filtrano i nomi di alcuni degli altri indagati a cominciare dall’ex Presidente della Regione Raffaele Lombardo e dall’ex Presidente dell’Ars Francesco Cascio.
Spicca, poi, il nome del deputato nazionale, componente dell’antimafia e responsabile del welfare del Pd Davide Faraone, quello dell’attuale presidente dell’Ars Giovanni Ardizzone seguiti poi da Nino Dina, Salvatore (Toto) Cordaro, Gaspare Vitrano, Massimo Ferrara, Franco Mineo, Giuseppe Lupo, Bernardo Mattarella, Cateno De Luca, Riccardo Savona, Salvino Pantuso, Carmelo Curenti e Alessandro Aricò,
Il lungo elenco continua con una schiera di altri deputati di tutti i partiti politici: Francesco Calanducci, Paolo Colianni, Orazio D’Antoni, Antonio D’Aquino, Roberto Di Mauro, Giuseppe Federico, Giuseppe Gennuso, Riccardo Minardo, Fortunato Romano, Giuseppe Sulsenti, Giuseppe Arena, Marcello Bartolotta, Mario Bonomo, Raimondo Sciascia, Calogero (Lillo) Speziale, Miguel Donegani, Riccardo Savona, Roberto Ammatuna, Giuseppe Apprendi, Giovanni Barbagallo, Mario Bonomo, Roberto De Benedictis, Giacomo Di Benedetto, Giuseppe Digiacomo, Michele Galvagno.
Fra le persone sottoposte ad indagine anche l’attuale capogruppo del Pd A Baldo Gucciardi, insieme a Giuseppe Laccoto, Vincenzo Marinello, Bruno Marziano, Camillo Oddo, Filippo Panarello, Giovanni Panepinto, Francesco Rinaldi, Cristaudo, Giovanni Greco, Carmelo Incardona, Ignazio Marinese, Raffaele Nicotra, Antonino Scilla, Marco Forzese, Orazio Ragusa, Mario Parlavecchio, Salvatore (Totò) Lentini, Salvatore Giuffrida, Salvatore Cascio, Pippo Gianni, Giuseppe Lo Giudice, Orazio Ragusa, Michele Cimino.

















