Ci sono storie che senti talmente vicine che diventano parte della tua vita, come se ti riguardassero direttamente.
Sono, di solito, le storie più semplici, quelle fatte di un eroismo quotidiano e quasi incosciente, che ti offrono quel coraggio e quella determinazione con cui provi, in maniera spesso inadeguata, a fare tua quella vita e quell’esperienza.
Così è per me, e per molti, la storia di Peppino Impastato, ucciso dalla mafia a Cinisi 35 anni fa.
La storia di un ragazzo nella Sicilia degli anni ’60 e ’70, con una famiglia vicina ai clan, al quale è sembrato naturale dire no a ciò che era, invece, una regola indiscutibile, la sudditanza al sistema mafioso. La storia di un ragazzo che si è ribellato alla normalità con cui la sua gente condivideva la medesima via con uno dei peggiori boss siciliani.
E lo ha fatto nel modo più naturale per un giovane. Attraverso la radio e la musica, con l’ironia e la satira.
Ma la mafia non ha perdonato. Lo hanno ucciso il 9 maggio, facendolo saltare per aria.Molto spesso ci indigniamo per le ingiustizie che avvengono dall’altra parte del mondo ma ci voltiamo dall’altra parte di fronte ai soprusi che avvengono di fianco a noi. Nel nostro Comune. Nella nostra famiglia. Voglio ricordare Peppino Impastato perché non sia solo una icona da celebrare una volta all’anno ma un esempio di cittadinanza.
Il piccolo guerriero siciliano è scomparso nella quasi totale omertà, così come il protocollo mafioso imponeva: una coincidenza del destino ha voluto, infatti, che nello stesso giorno della sua morte venisse ritrovato a Roma il corpo di Aldo Moro, leader della Democrazia Cristiana rapito dalle Brigate Rosse, e la morte di un politico di spicco, si sa, fa molto più rumore di quella una giovane vita bruciata da un male terribile.
Pochi i media che hanno riportato la notizia dell’uccisione dell’attivista siciliano e quelli che l’hanno fatto spesso hanno raccontato una finta verità. Quella notte, chi l’ha ammazzato, ha lasciato il corpo sopra una carica di tritolo sui binari della ferrovia, inscenando un suicidio. Ipotesi lontana dal reale. Impastato era un uomo che voleva “insegnare la bellezza alla gente”, non poteva aver voglia di togliersi la vita. E di fatto era stato fatto fuori. Solo 24 anni dopo, la Corte d’Assise riconosce e reclude il colpevole Vito Palazzolo e il mandante Tano Badalamenti.
Peppino Impastato era un giornalista siciliano, ha promosso culturali e musicali, ha fondato un giornale e realizzato Radio Aut, l’emittente autofinanziata, che con la satira prendeva di mira gli esponenti della mafia e della politica locale. Era figlio di un mafioso ucciso per un regolamento di conti e nipote di un boss, Gaetano Badalamenti, reggente della cosca locale del suo paese, ma sin da piccolo questa realtà familiare non gli era mai appartenuta. Per Peppino la mafia era una “montagna di merda” e non ha mai avuto paura di dirlo, di gridarlo al mondo. Fino a quando qualcuno non gli ha spezzato la voce.
Oggi, nel giorno del 36° anniversario della morte, diversi sono gli eventi organizzati per ricordarlo in ogni parte d’Italia e tra queste un corteo che dalla sede storica di Radio Aut di Terrasini giungerà a Casa memoria Felicia e Peppino Impastato a Cinisi
Rileggendo la storia di Peppino Impastato, la forza con cui ha lottato per eliminare il marcio dalla sua terra, viene da chiedersi cos’è rimasto oggi di una vita sacrificata alla lotta contro la mafia?
Forse una risposta si trova nelle parole dell’attore Luigi Lo Cascio, durante la sua magistrale interpretazione ne I Cento Passi: “Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. All’esistenza di orrendi palazzi sorti all’improvviso, con tutto il loro squallore, da operazioni speculative, ci si abitua con pronta facilità, si mettono le tendine alle finestre, le piante sul davanzale, e presto ci si dimentica di come erano quei luoghi prima, ed ogni cosa, per il solo fatto che è così, pare dover essere così da sempre e per sempre. È per questo che bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore”.
*GABRIELE TERRANOVA*












