l43-raffineria-petrolchimico-gela-120418114159_bigA Gela si respira in queste ore un clima di grande tensione: alla preoccupazione e alla rabbia per le decisioni dell’Eni di fermare gli impianti e annullare impegni di spesa per 700 milioni, si alterna la speranza di un deciso intervento del governo centrale e di un ritorno alla produzione e al lavoro. Ma i segnali che arrivano dal petrolchimico lasciano sempre meno spazio all’ottimismo.

Oggi, un’impresa che opera nel settore dell’indotto, la “Riva e Mariani”, ha licenziato 15 dei suoi 40 dipendenti per mancanza di commesse di lavoro. A rischio anche i 90 dipendenti (45 del diretto e altrettanti dell’indotto) di un’altra impresa, l’azienda chimica francese  “Ecorigen”, che effettua lavori di rigenerazione dei catalizzatori per l’industria petrolchimica, perché il fermo prolungato della raffineria non garantisce più la fornitura delle materie prime per i processi di lavorazione. Il sindacato mobilita i suoi quadri e affila le armi in vista di un possibile sciopero nazionale di categoria, ma senza rinunciare al dialogo. “Un gruppo importante come l’Eni – spiega il segretario nazionale della Filctem, Emilio Miceli – non può devastare una città come Gela. C’è bisogno di tornare a fare prevalere il buonsenso perché il momento è troppo delicato2.


Ma ai cancelli della raffineria la lotta si inasprisce con blocchi e presidi. I manifestanti non lasciano passare più nemmeno i lavoratori turnisti mentre nelle parrocchie, su iniziativa del vescovo della diocesi, Rosario Gisana, si fanno veglie e fiaccolate in attesa di una auspicata ripresa delle trattative. Il pensiero è rivolto a Roma, dove domani si riunisce il consiglio di amministrazione dell’Eni per approvare il piano industriale che giovedì sarà illustrato al governo centrale in un vertice al quale parteciperà anche il presidente della Regione Sicilia, Rosario Crocetta, autodefinitosi “l’ultimo samurai in difesa dei lavoratori di Gela e della Sicilia”.

Sempre domani mattina i consigli comunali di diversi centri del comprensorio gelese si riuniranno davanti al “GreenStream”, il metanodotto Libia-Italia (per il 75% di proprietà dell’Eni) che trasporta ogni anno 10 miliardi di metri cubi di metano preso come “simbolo – scrive il coordinamento per la difesa della raffineria – dell’importanza strategica di Gela e della Sicilia nelle politiche energetiche della Nazione”. I consigli comunali di Gela, Butera, Niscemi, Mazzarino, Sommatino, Vittoria, Acate e Priolo si riuniranno in seduta straordinaria e urgente nel piazzale antistante l’approdo gelese del gasdotto. E quasi ad ammonire Eni e governo il coordinamento di lotta, dopo avere ricordato i tragici eventi bellici della Libia, scrive: “Non vorremmo che per attirare l’attenzione del governo italiano fossero necessari fatti eclatanti come quelli avvenuti al gasdotto in Libia, dove una rivoluzione ha azzerato le istituzioni di quel Paese”.

I manifestanti chiedono la conferma del piano di investimenti che era stato annunciato dall’Eni (700 milioni) e l’avvio di almeno una delle tre linee di produzione per dare le risposte minime all’esasperazione di migliaia di lavoratori che rischiano il posto. Il sindaco di Gela, Angelo Fasulo, frattanto rivolge un appello ai parlamentari eletti in Sicilia: “è finito il tempo del silenzio, ritroviamo l’unità per tutelare l’occupazione”.