DOMENICO RESCINITIUn congedo a metà tra commozione, senso delle istituzioni e della famiglia, ma pure con un filo di humour. Un poster intitolato così: «La storia siamo anche noi» per ricordare i 13 della sua famiglia (lui compreso) che finora hanno prestato servizio nell’Arma dei carabinieri. Autore e protagonista dell’iniziativa è il maresciallo Domenico Resciniti, 65 anni d’età e 46 di servizio con gli alamari nel Dna, originario di Roscigno (Salerno), comandante della stazione carabinieri di Gela. Un pezzo di storia dell’Arma, questo maresciallo: il giuramento con Carlo Alberto Dalla Chiesa, il servizio sempre in Sicilia, la lotta antimafia, tante indagini delicate. E ora la pensione. Alla vigilia del suo congedo (previsto per martedì) ha tenuto a ribadire che il suo «non vuole essere un addio, perché la divisa non si toglie neanche quando si arriva al traguardo della pensione in quanto si rimane «carabiniere per l’eternità».

Nell’Arma figlio, fratello, suocero, genero, cognati, nipoti e cugini

Quella di Resciniti è una famiglia tutta votata all’Arma: carabiniere è un figlio, un fratello. Lo sono stati o lo sono suocero, genero, tre cognati, tre nipoti e due cugini. Alcuni magari scomparsi, altri in pensione.


Il giuramento con Carlo Alberto Dalla Chiesa

Arruolato nel 1969, il maresciallo prestò giuramento nel ‘71 davanti all’allora comandante della Legione Sicilia, Carlo Alberto Dalla Chiesa, che gli assegnò il comando della squadra di polizia giudiziaria nella compagnia di Gela: terra di mafia, con clan noti come quelli dei Rinzivillo le cui infiltrazioni sono arrivate sino a Roma. A Gela Resciniti rimase una prima volta per sei anni, ottenendo poi altri incarichi in varie destinazioni (Canicattì, Castelvetrano, Battipaglia, Salerno, Palermo). Per Gela e Niscemi, dove complessivamente ha trascorso 30 anni di comando-stazione (25 a Gela, 5 a Niscemi) è stato una sorta di «maresciallo Rocca» ambientato in Sicilia: uno come tanti tra la gente perbene, inflessibile davanti al crimine, in un periodo difficile in cui le due città sono state interessate da una cruenta guerra di mafia che ha causato centinaia di morti.

Le indagini antimafia

Li ricorda tutti Resciniti (sposato, con tre figli, due femmine e un maschio) le storie brutte delle stragi mafiose che hanno insanguinato la Sicilia. Talvolta vittime innocenti: come a Niscemi, quando due bambini che giocavano in strada rimasero entrambi uccisi da colpi di pistola sparati in uno scontro tra cosche rivali tra le strade della città. E ancora: la vicenda «sconvolgente» di Vanessa Lo Porto, la mamma di Gela che in preda a raptus di follia, nell’aprile del 2010, annegò i propri due figli nel mare.

Quel coniglio «adottato» dalla stazione

Poi magari ci sono altre storie, quelle belle, tenere e talvolta divertenti che incontra il maresciallo della stazione che stare in mezzo alla gente. Una è quella delle due bambine che, nella seconda metà degli anni ‘90, si presentarono al piantone con un coniglietto bianco tra le braccia: chiesero proprio di Resciniti , un’istutuzione a Gela.

Al maresciallo raccontarono di avere comprato con i loro risparmi quel coniglietto indifeso destinato a essere venduto, ucciso e mangiato. Le bimbe glielo consegnarono ponendolo sotto la protezione dei carabinieri. Il maresciallo acconsentì. Se rimase perplesso certo non lo diede a vedere. Le bimbette uscirono dalla stazione con un sorriso. Lui tenne la bestiola in caserma per alcuni giorni, poi lo consegnò a un’associazione per la tutela degli animali.

Gli alamari sono per sempre

Ora il congedo che arriva dopo numerosi successi professionali, riconoscimenti, medaglie ed encomi. Martedì, che è proprio il giorno del suo sessantacinquesimo compleanno, i colleghi lo saluteranno con una cerimonia ufficiale. Ma appunto: non è un addio. Gli alamari di un carabiniere sono per sempre.

 

di Alessandro Fulloni

Fonte Corriere della Sera