Il Giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Agrigento, Francesco Provenzano, ha condannato tutti gli imputati coinvolti nella sconvolgente inchiesta sulle torture ad alcuni disabili psichici di Licata poi peraltro postate sui social network.

E’ la prima volta che in Sicilia, dall’istituzione nel 2017, vengono condannate persone per il reato di tortura.


L’inchiesta, coordinata dal procuratore capo Luigi Patronaggio e dal sostituto procuratore Gianluca Caputo, risale al gennaio scorso quando i carabinieri della Compagnia di Licata – guidati dall’allora capitano Francesco Lucarelli – fermarono tre persone accusate di aver picchiato e torturato tre disabili psichici postando poi sui social le immagini registrate con uno smartphone. La vicenda ha avuto un notevole impulso con la decisione delle vittime, spaventate e intimidite, di rompere il muro del silenzio e denunciare tutto ai carabinieri con non poche difficoltà dovute al timore di poter subire ritorsioni. Ritorsioni che puntualmente si sono verificate ai danni di uno degli invalidi che, appena due giorni prima, aveva denunciato i suoi aguzzini. Il 21 gennaio 2021, infatti, una delle vittime che aveva deciso di parlare con i carabinieri viene aggredita da più persone. Lo scorso 15 gennaio una delle vittime fu trascinata, legata con nastro adesivo in un vicolo di via Mazzini e picchiata con calci e pugni mentre altri riprendevano con un cellulare la scena poi puntualmente postata da uno dei tre indagati sul proprio profilo Facebook con tanto di faccina sorridente e la didascalia: “Imballaggio Bartolini, consegnamo pacchi in tutta Italia. Per info contattatemi”.

LE REAZIONI

La sconvolgente notizia fece in breve tempo il giro d’Italia e sono state diverse le nette prese di posizione delle Istituzioni. Il prefetto di Agrigento, Maria Rita Cocciufa, commentò così: “Fatti come quelli verificatisi a Licata ci ricordano che l’intolleranza, la mancanza di rispetto nei confronti del diverso sono ancora attuali e purtroppo presenti nella nostra comunità.” Un intervento molto duro sulla vicenda venne fatto anche dall’allora Arcivescovo di Agrigento, il cardinale Francesco Montenegro.