Duro come solo il sole di Sicilia sa essere, crudo come solo chi ha vissuto realmente la propria vita può essere, emozionante come solo chi ci crede può coinvolgere, ecco questo è il libro “in Carcere all’Ucciardone”  di Lillo Gueli , terzo di una quadrilogia: “La Ballata del Sindaco Andrea”.

Su Lillo Gueli è stato scritto tutto e il contrario di tutto ma alla fine la verità giudiziaria gli ha dato ragione, scagionato da tutto anche al terzo grado di giudizio, la Cassazione, si ritrova in poche ore in una situazione kafkiana: un errore di trascrizione lo rivoleva nuovamente carcerato ma  subito si è prontamente ristabilita la verità e il giusto equilibrio.


Lillo Gueli di Campobello di Licata che è riuscito a lasciare una indelebile traccia nella sua città come solo nell’antichità si soleva fare, vivere umanamente e pensare e costruire con il tempo eterno degli dei.

Il suo atteggiamento può piacere o non piacere, ma alla fine bisogna dargliene atto: le parole volano ma i fatti e le opere rimangono sotto gli occhi di tutti.

Operaio, minatore, sindaco, deputato e nel contempo scrittore e poeta di una matrice tipicamente siciliana che riesce a narrare la realtà, la tragedia, la vita in maniera vibrante e dolce, mai monotona, e sempre con velata ironia, come solo i grandi siciliani sanno fare da Pirandello a Tomasi di Lampedusa fino a Camilleri.

Nel libro un’odissea vissuta e romanzata, labili confini e contrasti forti tra chi dovrebbe mantenere la legalità e chi viene  invece accusato ingiustamente, tutto ci rimanda agli Eroi della Sesta citati da Leonardo Sciascia nel lontano ’87 sul Corriere della Sera, ma questo non è  “incoercibile esibizionismo” del quale è stato tacciato Sciascia, questa è purtroppo realtà con un capitolo ancora “aperto” della quadrilogia e con un figlio ancora in carcere.

In carcere all’Ucciardone è una fiction che ripercorre la vicenda  di un sindaco arrestato con l’accusa di concorso esterno all’organizzazione mafiosa cosa nostra e di estorsione nei confronti di un imprenditore, quale mandante morale. In estrema sintesi è un atto di accusa alla dda di Palermo che nell’azione di contrasto contro la mafia, ormai, non ha più il rigore morale e l’onestà intellettuale che hanno dimostrato i procuratori del pool antimafia, a partire da Rocco Chinnici a Falcone, Borsellino, a Caponnetto, e a tanti altri procuratori che prima di richiedere la custodia cautelare per un cittadino, ci pensavano più volte perché sapevano che fare arrestare dal Gip una persona significava privarla del bene supremo che possiede.

…..

Per lui mai c’è stato esempio più eclatante del contrapasso dantesco! Un combattente integerrimo della lotta alla mafia, arrestato per concorso esterno ed estorsione; concorso che, al momento del rinvio a giudizio, si trasmuta come Agnolo Brunelleschi, personaggio dell’inferno dantesco, in intraneità, cioè in mafioso e quindi a pieno titolo accusato del 416 bis. Andrea si rende conto di essere precipitato in un mondo gogoliano, tipo “diario di un pazzo”, un mondo doloroso, ambiguo, investito dalla follia; nessuno, in quel mondo, dalla procura al gip, al tribunale del riesame, alla suprema corte di cassazione, usa più la ragione, accecato dalla furia iconoclasta di colpire il sindaco di sinistra per dimostrare il teorema secondo cui la mafia s’incunea dovunque come i topi nel formaggio, senza tenere conto a quale dispensa appartenga.

….

E’ inquietante perché la concezione di uno Stato che non tiene conto più del principio delle libertà personali appartiene a tutti i partiti senza più alcuna distinzione tra destra e sinistra, perché ormai si pensa e si agisce tenendo presente gli umori della gente rilevata attraverso i sondaggi.

E non ultimo il messaggio che l’autore ha voluto rendere pubblico con ogni mezzo e che fedelmente riportiamo: “Sento mio dovere comunicare a tutti coloro che sono stati sempre convinti della mia innocenza che giorno 16 dicembre 2010, la suprema corte di cassazione ha scritto la parola fine al maledetto pasticcio che mi vedeva accusato di estorsione e di concorso esterno all’organizzazione delinquenziale di stampo mafioso, confermando la sentenza di assoluzione pronunziata dalla corte di appello di Palermo.” – continua Lillo Gueli – “Sarò sempre grato a tutti quelli che mi sono stati vicini e dico loro che in questi quattro anni e sei mesi sono stato sereno sapendo di avere dedicato la vita per rendere vivibile la nostra città. E sono stato così tranquillo da scrivere cinque romanzi e due silloge di poesie.” – in conclusione dichiara  – “Nell’occasione invito a leggere il primo di questi “In carcere all’Ucciardone” già nelle nostre librerie per avere un’idea di come funziona la giustizia in Italia. Questo romanzo dovrebbe essere letto da ogni italiano che desidera vivere in uno Stato di diritto.”