Sul Corso Vittorio Emanuele giungevano le voci che si accavallavano, si contorcevano, si allungavano in sospiri e toni acuti fin sulla strada su cui si affacciavano le case dalle finestre aperte per far entrare una leggera brezzolina atta a disperdere tutti quei fiati che rendevano l’aria spessa come una fitta nebbia.
Finalmente la voce tonante di Gerolamo Cavatorta, Professore di Liceo giubilato da poco , si impose come se si trovasse ancora in cattedra:
– Sangue di Giuda, che siamo cristiani o bestie? Muti! Galantuomini , all’ordine e se ne discuta con calma…-
-Giustissimo-assentì lo speziale Giacinto Macaluso.
-Che cosa proponete?- Intervenne il Baronello Rupia con una certa foga ben controllata.
-Vero è- ululò il Principe di Roccamonte- il tempo stringe e una soluzione rapida si deve trovare al problema, se no facciamo solo chiasso e basta!-
-Fate parlare il Professore- Intervenne il Baronello strascicando le parole.
Don Gerolamo si assestò il pince-nez come se avesse dovuto affrontare una classe riottosa e, dopo essersi riassettato il colletto ben inamidato della camicia, fece calare il suo alato verbo sugli agitati.
-Signori, galantuomini siamo e non possiamo fare figure di…So bene che tutti vorreste andare alla stazione della ferrovia per osannare l’arrivo di questa personalità che con la sua presenza tutto il paese onora, so bene che tutti in casa vostra vorreste ospitare questo lustro dal momento che in questo schifiatissimo paese non c’è nemmeno una lucanna (locanda) né per cani né per cristiani, so bene che tutti vorreste a pranzo e a cena la compagnia di questa divinità…ma purtroppo ciò non è possibile-
Un mormorio mugghiante si levò dai presenti.
-Vi prego, esaminiamone analiticamente le cause. Io mi tolgo dal mazzo per età e per mezzi, ma voi come potreste affrontare le famiglie nel caso di una gradita ospitalità? Voi, Principe, sicuro siete che la Principessa vostra consorte accoglierebbe con il suo solito garbo squisito una presenza così nuova per il nostro paese?- Mulinellò in aria le dita chiuse a pigna e poi le portò sulla fronte in atto di meditazione.
-Io veramente pensavo di aprire il mio Palazzo di Castrofilippo per raggiungerlo poi con il landò coperto-
– E bravo a Vossia…e la servitù che ha una lingua tanta- rimbeccò il Professore portando la mano aperta a metà braccio come misura di lunghezza- dove la mettete?-
– Giustissimo, non ci avevo pensato- Bofonchiò mogio il Principe.
-Voi, Duca di Marturana, pensate che vostra madre non vi rivolgerebbe mille domande su tutti i parenti dell’ospite e su eventuali sacri lombi di discendenza?-
-Per carità, mamà mi ha già ridotto i viveri dopo l’avventura girgentina con la maestrina Spampinato che pretendeva di essere impalmata mostrando un figlio non mio- Sibilò il Duca dal fondo del salone.
-Vedete bene Signori che qua se proseguiamo, niente concludiamo-
Un silenzio quasi tombale calò sui presenti e si udirono persino le suole delle scarpe di Gioacchino che, imperturbabile, continuava a servire ai tavoli. Poi si udì come una sola voce.
-Voi, Professore, voi che consigliate?-
L’interpellato riprese saccente:
-Bene, la mia proposta è la seguente: alla stazione la Signorina Nanà La Belle sarà ricevuta dal suo impresario Don Ciccio Battipalo e noi, a sera, ci recheremo allo spettacolo al Teatro Garibaldi lasciando,ovviamente, le nostre signore a casa dopo aver dato voce che abbiamo una seduta notturna al circolo. E così le famiglie stanno a posto. Per quanto concerne l’ospitalità, proporrei di convincere Don Amilcare Sciortino, notoriamente sordo come la campana della Matrice,ad aprire le porte di casa sua dove noi tutti, secondo la nostra fortuna e abilità, potremmo tentare la sorte con Nanà La Belle.-
Il consenso fu unanime e tutti si congratularono con il Professore per l’acume e la genialità della trovata.
Lo spettacolo, pochi giorni dopo, fu un vero trionfo ma di signore non si vide nemmeno la coda. Nanà scutrettolava nel suo camerino sollevando polvere dal tavolaccio del pavimento e sbatteva il suo boa ora a destra ora a manca, sventolando sui visi accaldati e sudaticci dei presenti. Poi, finalmente, dalla porta del retro arrivò Decuzzo con il cestino pieno di prelibatezze: dolci con la cucuzzata, ciambelle, fruttini di marturana, vini e ratafià.
Nanà civettava con tutti e rivolgeva un:-Mon petit choux- ora all’uno e un :-Mon coeur- all’altro, schernendosi con il ventaglino ricamato e scusandosi per il suo pessimo italiano che , però, si riprometteva di imparare al più presto se avesse trovato un buon maestro paziente e condiscendente.
Ci fu subito una gara nell’offrirsi ed il Duca arrivò al punto di stendere il suo pipistrello in terra perché gli scarpini della dama non si impolverassero.
I visi di tutti erano ormai grondanti di sudore e l’aria fresca della notte portò refrigerio a quel corteo che di andare a casa non ne voleva sapere finché Nanà non espresse la sua stanchezza.
Cavallerescamente fu deciso che per quella notte la “francesa” avrebbe riposato ma che l’indomani avrebbe assaggiato il vero mascolo siciliano.
Dopo un lunghissimo bussare, Don Amilcare aprì il pesante portone di casa e la donna poté raggiungere la sua stanza strappando le manine affusolate agli ultimi baciamano.
Il giorno seguente il sole era già alto sulle campagne popolate di contadini che, fin dall’alba,combattevano con la terra riarsa e avara. Il capraio si era posizionato sotto un fico ed osservava le sue compagne al pascolo; le donne facevano la fila per infornare il pane da Girolamo Brachelente all’erta, per timore che l’uomo staccasse un pugno di pasta da ogni pagnotta come suo supposto jus; gli operai alla cava di zolfo piangevano per essere nati dalla parte sbagliata del mondo.
Quando il corteo di galantuomini giunse alla casa di Don Amilcare, cominciò a cantare una sorta di serenata soffermandosi sotto le finestre della francesa in attesa finché l’uomo non si affacciò irato come Giove Pluvio.
-Don Amilcare, che fa madama di Francia,ancora in braccio a Morfeo è?- Urlò il Principe.
– Ca quale francisa e ‘ngrisa, quella sciacchitana( di Sciacca) è!-Fu la risposta ululata al corteo.
-Signore mio, vero è?- Sbalordirono tutti.
-Sissignore, sciacchitana è e a tutti futtiu! Questa mattina trovai il cassetto dei denari vuoto, il porta vaso della pianta di kenzia pieno di pipì, la grandissima cosa fitusa, e l’argenteria volata!-
A questo punto ognuno si rese conto che gli orologi e i portafogli non erano stati persi a teatro, come ciascuno aveva pensato, ma ora erano accomodati in altre tasche dentro cui riposare. Senza dubbio il direttore di questa orchestra era stato l’impresario, fornito anche di velocissimi cavalli.
-Peccato-commentò il Baronello-‘ssa fimmina non sa i masculi che perse!-
E sciorinò il fazzoletto fresco di bucato per scacciare una mosca che gli ronzava sul viso.
Maddalena Rispoli

















