I latrati dei cani si susseguivano,senza sosta, nell’aria rigida anzi avevano un crescendo lugubre che conferiva alla notte uno spessore livido e quasi spettrale. I fari dell’automobile tentavano di bucare, la nebbia che era salita improvvisamente e si adagiava ormai su tutto rendendo l’atmosfera fumosa e quasi evanescente.
Il dott. Marco Vinicio tentava di guidare con attenzione per quanto fosse possibile e si sforzava di penetrare con la vista almeno i contorni che via via gli si paravano innanzi agli occhi. Ad un tratto l’auto iniziò sinistramente a singhiozzare, dapprima ad intervalli più lontani poi con sempre maggiore rapidità. Affondò l’acceleratore nella speranza di poter procedere ma, alla fine, il fermarsi fu improvviso e doloroso come quando un mulo crolla al suolo dopo inenarrabili fatiche.
L’esterno non lo invitava a scendere e rimase pertanto seduto al volante in attesa che il mezzo ripartisse, non si sa per quale miracolo.
Piccole goccioline di sudore freddo cominciarono a raccogliersi sulla fronte,poi, lentamente si raggrupparono per scendere e depositarsi sulle sopracciglia. All’esterno nulla. Tutto taceva nell’ovatta della nebbia mentre un senso di solitudine si andava impossessando sempre più del suo essere ormai in preda ad un forte malessere. Cominciò allora una sorta di dialogo con se stesso, forse per sopire quella paura strisciante che dall’interno dello stomaco si esternava in freddo sempre più intenso.
“ L’avevo detto a mia moglie che quest’auto era una fregatura. Ma lei, no! E’ testarda come un mulo ed io sono sempre il solito pronto a farmi rivoltare come un calzino”
Non si accorse nemmeno che stava imitando il tono di voce della moglie.
“…E dai, guarda che bel colore…E quanto deve essere comoda…Certo che le mie amiche scoppierebbero d’invidia perché i loro mariti non si sognano nemmeno una cosa simile…”. Poi riprese con il suo solito timbro baritonale.
“… ed io fesso, non so mai resistere a questa donna! Adesso che faccio? Il telefonino è scarico, non vedo un bar nemmeno a pagarlo a peso d’oro, questa schifezza di nebbia ti entra dentro le ossa… Forse se taglio per l’Appia antica faccio prima ad arrivare più in centro. Dai, coraggio e gambe in spalla, tanto è inutile recriminare. Sarà una semplice passeggiata!”
Aveva ormai deciso che sarebbe stato inutile trascorrere la notte seduto in macchina, con quella nebbia feroce attendendo un intervento divino che lo liberasse da tale iattura. Si strinse il cappotto addosso e si incamminò.
“Certo che una nebbia simile a Roma non si è mai vista, almeno che io possa ricordare. Non si vede ad un passo! Dovrei essere già sull’Appia Antica a giudicare dalla pavimentazione, però non c’è neanche un cane in giro. Sembra di stare in un film del terrore, per fortuna io non sono un pauroso…Quasi quasi canto oppure fischio…Si, così se c’è qualche cane mi viene addosso! Mi devo ricordare che domani scade la rata del mutuo della casa,devo parlare con quel deficiente del mio Primario per le ferie di Agosto se no, madama mia moglie chi la sente?” Non si accorse che di nuovo stava rifacendo il verso alla moglie :
“E come? Tutte le mie amiche vanno al mare e tu sei l’unico che lavora!… Certo perché non ti sai fare valere per quello che sei, ti fai mettere i piedi in testa da tutti…anche dai cani…”. Tutto preso dai suoi pensieri all’improvviso si avvide che la nebbia era sparita, all’improvviso, così come era scesa.
“Guarda, guarda, la nebbia è sparita, adesso sembra quasi che sia giorno!” Riflettè mentre il suo sguardo cadeva al lato della strada.
“Ma quello là in fondo è un bambino e che ci fa con questo freddo in giro di notte da solo? “
Più che una domanda voleva essere una convinzione per se stesso, incredulo per quell’apparizione. In effetti,seduto in terra , un bimbetto di circa sei anni sorridente e riccioluto, era tutto intento a giocare con un cavalluccio intagliato nel legno. La sorpresa fu rapida e quasi dolorosa nel vedere una creatura così piccola a terra e apparentemente sola. Si avvicinò e iniziò a parlargli con tenerezza:
“Ehi, piccolo come ti chiami? Dov’è la tua mamma?”
Il bimbo gli oppose un sorriso solare senza rispondere.
“Allora come ti chiami, me lo vuoi dire? Forse non capisce…Vuoi vedere che è stato abbandonato da qualche extracomunitario… ché quelli fanno figli come i gatti e poi li gettano via?”
Il piccolo non rispondeva, capì allora che avrebbe dovuto trovare un canale di comunicazione.
“ Che bel giocattolino che hai!” Continuò indicando il cavalluccio di legno.
A questo punto una vocina squillante si fece sentire:
”Equus est et bigarius ego sum. ”
L’avevo detto, è straniero!” Sobbalzò il Dottore subito ma poi cominciò a riflettere: “Ma…straniero un cavolo, questo parla latino. No, è impossibile! Io sto diventando pazzo? Eppure è latino ne sono sicuro. Ma perché ero così somaro a scuola !..Aspetta, vediamo se mi ricordo qualche cosa, tanto questo è così piccolo che la grammatica di certo non la sa…Dic mihi nomen tuum.”
Con sua grande sorpresa ebbe una pronta risposta:
“ Florus nomen meum est. »
Rimase interdetto per il fatto che il suo latino fosse compreso poi realizzò che… egli stesso stava parlando in latino!
“ Cavolo è allucinante, pazzesco! Un bimbo che parla latino nel 2000. Non è possibile, sto sognando…”
Era completamente assorbito da una ridda di pensieri che fluttuavano velocemente nella sua testa quando vide, e non credeva ai suoi occhi, venirgli incontro una donna drappeggiata in un peplo e con dei calzari che le cingevano i piedi. I lineamenti erano dolci e quasi sensuali, un leggero sorriso le si dipingeva sulle labbra. Si fece coraggio e le rivolse la parola:
“Signora, scusi… ma il bambino è suo?”
Lo sguardo che incrociò il suo mostrava un profondo stupore, poi si posò sul bimbo che tranquillamente continuava a giocare con il suo cavalluccio. Il Dottore pensò che fosse il caso di presentarsi:
“ Signora, sono il dottor Marco Vinicio, mi si è fermata la macchina e lavoro alla Clinica “ Salus infirmorum”…”
La risposta che ne ebbe non lasciava dubbi per l’uso della lingua:
“ Vita bonum est et vita malum.” Soffiò quasi la donna.
“ Dio mio, anche questa parla in latino! Che ha detto? Aspetta… La vita è un bene ma anche un male. Ma che cosa c’entra? Ah, forse è una risposta alla salute degli infermi, il nome della Clinica. Devo mantenere la calma il più possibile altrimenti perderò l’intelletto. Esisterà una spiegazione razionale a tutto ciò!”
Non si accorse subito,chiuso com’era nei suoi pensieri, che il bimbo aveva lasciato il gioco e lo stava conducendo vicino ad una tomba che si ergeva sul ciglio della strada.
“ Florus ego hic iaceo quondam bigarius infans qui cito dum cupio currus, cito decidi ad umbras.”
Questa volta capì il messaggio con maggiore velocità:
“ Non è possibile… tu saresti morto perché correvi, eri un auriga bambino… Allora dovrebbe avere dei segni di frattura, qualcosa che giustifichi la morte a seguito del trauma… eppure non ne mostra, almeno apparentemente! Sentite, finiamola con questo scherzo, è durato fin troppo. Avanti, chi siete e che cosa volete? Denaro? Non ne ho con me, non avete fortuna!”
Sentiva montargli adesso una rabbia sopita che lo prendeva sempre di più. La donna quasi lesse il suo stato d’animo e gli poggiò la mano senza peso sul braccio;
“ Fortuna spondet multa multis, praestat nemini.”
“ Lo so anche io che la fortuna promette molto a molti ma se ne frega di tutti. Ecco perché è bene vivere come diceva il vecchio buon poeta: “Carpe diem”…
Le difficoltà linguistiche erano quasi sparite. Si sorprese di tradurre così velocemente quanto andava ascoltando.
“ Vive in dies et horas, nam proprium est nihil.”
Sentenziò la donna.
“ Beh, in fondo non hai torto. E’ bene vivere giorno per giorno e ora per ora perché nulla ci appartiene. Parli bene tu, ai tempi tuoi era possibile… Prova oggi a non programmare tutto, ti ritrovi col sedere per terra in men che non si dica ed il bello è che non sei tu a decidere per te stesso ma gli altri per te!
Guarda la mattina …Non faccio in tempo ad entrare all’ospedale che già sono tutti pronti come le cavallette d’assalto. Ed il bello qual è, mia cara, lo sai? Che non posso fare le mie visite come voglio perché gli ordini sono tassativi:
“Ogni visita sia molto breve, non deve superare i sei minuti, altrimenti si allungano i tempi e l’amministrazione li paga in soldoni!”
Mi dici tu come faccio a robotizzare una visita per stabilire se un poveraccio è malato o no? Io vorrei essere accurato, attento, approfondito per stabilire una diagnosi, ma poi il Primario chi lo sente quando starnazza i suoi dictat:
“Lei, Dottore, perde troppo tempo con i suoi pazienti. Si deve sveltire, qui non c’è tempo da perdere…Lei deve ottimizzare il tempo. Gli ammalati, se sono ammalati è bene che facciano gli ammalati e che lei li spedisca come la posta prioritaria. Così risparmierà tempo, ne visiterà un numero maggiore e l’Ospedale risparmierà un sacco di soldi!” “Ma, guardi Professore che io devo fare tutto da solo non ho nemmeno l’infermiera, come prevede il regolamento!” “E Lei, caro dottore si sappia bastare…”
“Professore, ..io ho già fatto 520 ore di straordinario non pagato e sono solo…”
“Bravo, dottore, è un bellissimo regalo per l’amministrazione. Continui con i suoi regali anche in seguito!”. Grande tiranno il tempo, amica mia, tempus fugit…”
« Tempus nos avidum devorat et chaos. “
“ Hai ragione, il tempo non fugge, ci divora !”
Si avvide che alle spalle della donna si alzavano le prime luci dell’alba che si preannunciava lattiginosa e bianca, cercò con lo sguardo il bimbo ma per quanto si sforzasse non lo vedeva. Si girò verso la donna e la vide quasi risucchiata da un sottile venticello che l’assorbiva tra le sue braccia.
Un grido che si trasformò in un rantolo gli sgorgò dalla gola:
“ Ragazzino, signora,dove siete ?Accidenti, ma che fine hanno fatto quei due? “
Ormai il chiarore del mattino aveva invaso tutta la strada e permetteva di distinguere pienamente i monumenti funebri accoccolati lungo la via.
“ Io ho sognato… non è possibile… fino ad ora ho parlato… con chi?”
Fu preso quasi da un terrore sordo che lo costrinse ad allontanarsi dapprima con lentezza per poi divenire un rapido correre lungo l’acciottolato. Il rumore dei suoi passi non coprì le voci che si perdevano nell’aria:
“ Ave atque vale.”
Maddalena Rispoli


















