Calogero, affacciato al parapetto del bastimento guardava le onde dell’Oceano che si rincorrevano violentemente e spumeggiavano fino a raggiungergli il volto con schizzi salati. Come era distante la terra di Sicilia in cui si era consumata parte della sua giovinezza fino al grande momento dell’abbandono! Aveva lasciato la casupola in cui era nato non per un capriccio ma per sopravvivenza in quanto la terra amara che zappava ogni giorno non consentiva nemmeno quel tozzo di pane con quattro olive secche,misero pasto della giornata da consumare sotto il sole cocente che batteva su animali e uomini con una violenza tale da non permettere quasi di respirare. Il padre era morto da molto tempo e a lui, unico maschio della famiglia, era rimasta la responsabilità di provvedere alla sorella Carmela che mai si sarebbe sposata senza uno straccio di dote ed alla vecchia madre perennemente vestita di nero. Era solo nella violenza di una natura così impietosa da ridurlo simile ad una zolla di terra, nera e grinzosa, arida e amara. Quando la domenica andava al paese sentiva parlare le persone più istruite di certi avvenimenti che erano successi ma non riusciva a raccapezzarsi poiché di politica non capiva proprio nulla; aveva solo compreso che al Re Franceschiello di Borbone era succeduta una nuova dinastia, certi Savoia ( gente del Nord) che avevano reso l’Italia unita grazie ad un certo Garibardo, un Generale che era sbarcato con una spedizione in Sicilia protetto segretamente da un Ministro: Cavour, piemontese e nemico della gente del sud. Tutte queste persone che poi avevano raggiunto l’isola erano stranieri e non si capivano poiché parlavano una lingua incomprensibile, lontanissima dal dialetto siciliano ed inoltre i signori che si chiamavano Prefetti pensavano di trovarsi in un paese selvaggio e senza Dio. Questi i pensieri che si accavallavano nella mente del povero Calogero il quale dall’alto del suo analfabetismo sapeva solo che i conti non tornavano mai: zappa+terra=sudore; sudore +sfruttamento=miseria; miseria+fame= disperazione. Aveva sentito di molti meridionali che a causa dell’estrema povertà o erano divenuti briganti o erano andati in cerca di fortuna per terre assai lontane. Il nome di America l’aveva sentito per la prima volta quando un suo coetaneo di vicino Palermo aveva fatto un fagotto pieno di pochi stracci in cui erano più i buchi che la stoffa e si era imbarcato sul bastimento che lo avrebbe condotto a Nuova York, una città in cui il lavoro c’era e pure tanto, lì avrebbe anche potuto mandare qualche soldo a casa per poter rendere migliori le condizioni di vita ai suoi familiari che non avrebbero potuto seguirlo perché il viaggio costava. Troppo! E così, piano piano, tanti avevano cominciato quasi a fuggire dagli antichi mestieri, dai feudi in cui gettavano la loro vita per un tozzo di pane, dalla città che nulla dava per la sua arroganza ed avarizia. Una sera, tornando alla casupola, la realtà gli si mostrò in tutta la sua disperazione; si accorse che i suoi pantaloni di fustagno erano quelli del padre, la camicia aveva più rammendi di una tela di pescatore, la coppola sembrava ripassata con la cera tanto era bisunta; la sorella si avvizziva come uno stelo di paglia cotta dal sole, la madre lavava panni che si consumavano ad ogni colpo perché.”Poveri si, ma puliti”Che cosa ne era stato dei suoi venti anni ? Fu allora che prese le vecchie mani nodose della madre tra le sue e disse inginocchiandosi con la coppola in mano.”Madre, beneditemi. Vado all’America.” La vecchia non aggiunse nulla al segno della croce che tracciò sulla fronte del figlio, solo uno sguardo e un bacio sulle palpebre socchiuse poi si alzò carica dei suoi mille anni ed iniziò a radunare in un grosso fazzoletto due mutandoni di tela, una camicia , un gilet, un santino di San Calogero benedetto dal Piovano di san Diego e poche altre miserie piegate con una cura certosina. “ Madre,proseguì, vi manderò denaro appena lo guadagnerò, voi intanto potete vendere la mula e ricavarne qualcosa per tirare avanti.” I bastimenti partivano da Palermo quindi per raggiungere il porto dovette mettersi in cammino all’alba, la strada era lunga e da percorrere parte a piedi e parte su qualche carretto se si aveva fortuna. Salutò il feudo che gli aveva sottratto venti anni di vita, la terra brulla e nera, gli alberi di olive finché il paesaggio non mutò mostrando giardini di aranci e limoni variopinti che si scrollavano l’acquerugiola notturna per dare spazio al sole che si stagliava sempre più alto nel cielo come lo scudo di Atena. Il porto era già in fermento e ai moli i carri con le merci erano in fila, da una parte una folla muta osservava tutto quel trambusto. Erano gli emigranti, umanità dolente e con gli occhi asciutti, il tempo delle lacrime era finito.( continua)

Maddalena Rispoli


SULLE ONDE DELL’OCEANO

Calogero guardò le donne, informi fagotti gettati alla rinfusa sulle tavole del pavimento e si rese conto del grande disagio che esse, abituate ad una vita di grosso riserbo provavano nel doversi sentire accanto ad uomini mai visti e nel vederle stringere al petto i propri piccoli si rese conto della paura che esse provavano per i figli che, a causa dell’affollamento, dello scarso cibo,del freddo da patire probabilmente non sarebbero sopravvissuti alla traversata. Ne ebbe un moto di pietà e ripensò alla madre ed alla sorella, almeno erano al coperto nella povera casupola con l’onore ben preservato. Certamente queste povere emigranti non erano a conoscenza della sorte che avrebbero avuto in terra straniera: lavoro ripetitivo e snervante, isolamento perché di sesso femminile, salario povero, fatica durissima specialmente per quelle che finivano a fare le lavandaie, pagate pochi centesimi ad indumento e con la schiena dolorante. L’attività in fabbrica era poi un tormento di monotonia ma non si poteva cedere alla disattenzione; un pezzo mal riuscito avrebbe significato la perdita del guadagno di un giorno. Quale differenza tra il mondo agricolo lasciato e quello trovato in una terra all’altro capo del mondo? Nessuna, donna- oggetto dovunque ci si trovasse senza speranza per un futuro, schiave dell’analfabetismo più retrivo senza uno spiraglio di luce. Lo sguardo dell’uomo continuò a vagare con una stretta al cuore che si tramutò in un dolore sordo dentro al petto. Innanzi agli occhi gli si parò la figura del padre che lo fissava con uno sguardo triste e sconsolato, lo vide muovere le labbra senza produrre alcun suono ma, stranamente, lo comprendeva lo stesso quando iniziò a ricordargli la sua storia che non aveva potuto ascoltare fino in fondo poiché il genitore era morto quando lui era ancora troppo piccolo per fermarsi ad ascoltare ma già grande per indossare i larghi abiti del padre ed andare a lavorare su quella terra assetata di sudore umano. Gli unici discorsi che aveva potuto udire erano quelli del paese, la domenica dopo la Messa quando gli uomini si radunavano a crocchio e narravano degli stranieri piemontesi che nel 1860 avevano cominciato a dilagare nel napoletano, terra di frontiera e di conquista abitata da una popolazione che spesso non conosceva gli stessi territori appartenenti al regno così come i nobili ignoravano l’entità dei loro latifondi. Non c’era da stupirsi tanto, Nord e Sud erano due realtà culturali molto diverse, Cavour, Mazzini, Garibaldi si erano formati a Parigi o a Londra, sapevano parlare in francese ottimamente ma non comprendevano un solo abitante del meridione poiché non si erano mai spinti in quella realtà. E d’altro canto era anche vero che non accettavano nemmeno coloro che si professavano amici del Piemonte tant’è che un fuoriuscito di importanza come Carlo Poerio proveniente da Napoli e ufficialmente ben accolto nel Regno di Piemonte veniva fatto pedinare come un qualunque delinquente dalla Polizia regia di Novara che era allertata sulla di lui presenza. Il solito giochetto del super diplomatico Cavour: ti sorrido in faccia ma non ti conosco al bisogno! Naturalmente il buon patriota napoletano che tanto credeva nel Piemonte liberale non seppe mai nulla di tutto ciò. Insomma mentre il Nord era proteso all’Europa, il Sud restava confinato in fondo allo stivale.

Il padre di Calogero aveva seguito la sorte di tanti suoi fratelli divenuti briganti non tanto per una restaurazione del Borbone sul trono, politica troppo raffinata per chi traeva duro sostentamento dalla terra, quanto per la miseria più nera in cui versavano. Ed era giunto l’esercito dei “liberatori” per ripulire quelle terre dai briganti e dalle brigantesse, passati per le armi sommariamente, quasi senza processo; bastava un cappio al collo oppure un colpo alla testa. Ciò che non doveva mancare era la foto con i trofei in bella mostra. Ne sapeva molto il Generale Cialdini che aveva dilagato in armi con i suoi uomini trucidando gente inerme, donne, bambini, bruciando misere case devastando raccolti e apportando solo morte premiata poi come opera altamente meritoria. Il sogno dei contadini di avere finalmente un pezzo di terra da coltivare si rivelò ben presto una mera illusione in cui di nuovo si crogiolavano i proprietari terrieri che, grazie anche al nuovo esercito di liberatori, potevano ingrandire i propri possedimenti con le terre confiscate del demanio. E così molti si erano ritrovati banditi senza saperlo come quel Crocco che, arruolato nell’esercito borbonico nel 1850 aveva ucciso un commilitone e per scampare alla forca si era dato alla fuga. La sorte aveva voluto che, dopo, si aggregasse ad un gruppo di patrioti lucani speranzosi di ricevere dal nuovo governo le terre del demanio confiscate essendo contadini poveri, cosa che non si avverò mai poiché la parte del leone la fecero i proprietari terrieri lasciando alla povera gente tentativi di rivolta subito sedate nel sangue. Come diceva Eduardo De Filippo, soldi chiamano soldi e fu così che coloro i quali avevano disponibilità economica poterono comprare quanto privatizzato lasciando ai poveri le tasse e la leva obbligatoria, disastrosa per il lavoro dei campi in quanto sottraeva braccia maschili al lavoro. Fu un tracollo economico di vastissime proporzioni riversato sui già poveri, strada per il fenomeno del “brigantaggio” che se da una parte servì politicamente a Francesco II, dall’altra non fu altro che una rivendicazione di sopravvivenza contro il nuovo governo identificato dalla popolazione come oppressore da cui liberarsi. La mente corre alla guerra servile capeggiata da Spartaco in cerca della libertà. I rastrellamenti, gli arresti di massa, le fucilazioni sommarie, la distruzione di casolari e quant’altro la spietatezza volle perpetrare contro il combattimento a guerriglia che i briganti, profondi conoscitori del territorio, attuarono nelle battaglie, alla fine, li videro costituiti come esercito sempre favoriti dagli abitanti dei paesi i quali vedevano in essi una sorta di difensori dei loro diritti contro l’invasore. E le donne non furono meno degli uomini nella lotta che presto fu considerata dal Parlamento come una sorta di guerra civile da reprimere con mezzi adeguati. Calogero ripensava a tutti questi racconti che aveva uditi dal padre e cercava di consolare se stesso mentre le onde dell’Oceano si rincorrevano accavallandosi e schiumando al vento che le batteva. Che cosa avrebbe trovato sulla terra sconosciuta che l’attendeva? Socchiuse gli occhi ed ebbe compassione di se stesso.

Maddalena Rispoli