Il terremoto sta tutto in sei righe. Un unico articoletto, in cui si mette nero su bianco che “ il canone base annuo relativo alle concessioni di beni demaniali marittimi, specchi acquei e pertinenze demaniali marittime […] è aumentato del seicento per cento rispetto alla corrispondente misura dell’anno precedente” .
È il decreto del presidente della Regione Siciliana n. 509 del 3 aprile 2013, emanato “ su proposta dell’assessore al Territorio ed Ambiente di concerto con l’assessore all’Economia” . Un atto che sestuplica il “pedaggio” che i privati devono pagare alla Regione per l’uso del litorale siciliano: dal lido balneare al pontile delle raffinerie, passando per porti turistici e attracchi di barche, ristoranti, alberghi e attività di acquacoltura.
L’aumento si applica subito e ha valore retroattivo: dal 1° gennaio 2013, “ ferma restando la maggiorazione del 4%, del 7% e del 10% relativamente alle aree a bassa, media e alta valenza turistica”. Ma quanto si paga per il demanio marittimo in Sicilia? La risposta più semplice che arriva dai palazzi della Regione è: “ Poco, in media 0,90-1,50 euro al metro quadro” .
Tracciare delle tariffe standard è complicatissimo. Il riferimento iniziale è un vecchio decreto del ministero della Marina mercantile, il 299/89. Che fissava, ancora in lire, queste “griglie”: 1.600 lire (0,83 euro) al metro quadro l’anno per aree scoperte, 1,55 euro per aree occupate con impianti di facile rimozione e 1,86 euro per impianti di difficile rimozione. Sulle aree concesse “ per utilizzazioni turistiche o ricreative a uso pubblico” l’unico criterio è invece quantitativo, con un meccanismo per cui più grande è lo spazio occupato e meno si paga: si va da 0,83 euro/mq (per aree fino a 1.000 mq a 0,26 euro/mq (aree oltre i 5.000 mq).
Dagli anni 90 a oggi le tariffe hanno risentito di adeguamenti Istat e di un recente ritocco della Regione, nel frattempo diventata proprietaria del demanio marittimo, con un tetto massimo di rincaro fissato al 10% dalla legge regionale 15/2005. Col decreto del presidente Raffaele Lombardo del 3 febbraio 2009 si differenzia inoltre il canone in base alla “valenza turistica” del litorale: “alta” (tra cui Catania, Palermo, Messina, Taormina, Siracusa, Marina di Ragusa, Sciacca e tutte le isole minori), “media” (Pozzallo, Marina di Modica e Milazzo, ad esempio) e “bassa” (Gela, Priolo, Fiumefreddo, Licata per citarne alcune).
Lo stesso atto recepisce l’aumento rispettivamente del 10%, 7% e 4% nelle tre tipologie, stabilite dal decreto n. 163 del 23 ottobre del 2008. L’anno scorso l’assessore Sebastiano Di Betta aveva prorogato al 2015 tutte le concessioni, “ in vista dell’entrata in vigore della direttiva Bolkestein dell’Ue sulla liberalizzazione dei servizi interni” . In una documentata inchiesta, Antonio Fraschilla su Repubblica ha tracciato una mappa sui canoni dei lidi balneari aggiornata ad aprile 2012.
Qualche esempio? A Mondello lo stabilimento della Società Italo Belga paga 42.314 euro l’anno per 39 mila mq di concessione, fatturando circa 7 milioni di euro, mentre il La Torre sborsa un canone di 10.275 euro l’anno per 7.500 mq, dichiarando nel 2010 incassi per 9 milioni. Alla Plaia di Catania i casi del Lido Azzurro (44.858 euro per oltre 50mila mq, fatturato di 1,4 milioni), del Villaggio turistico europeo (25mila euro per 33mila mq) e del Lido America (18.550 euro per 22.500 mq); nel Siracusano, a Fontane Bianche il Lido Sayonara sborsa meno di 10mila euro l’anno per 7.240 mq e lo Yacht club di Marzamemi un euro al mq per complessivi 18.000; a Giardini Naxos lo stabilimento Cacciola scuce in media un po’ di più: 17.142 euro per 13.500 mq.
Fatti un paio di conti in colonna, la Regione nel 2011 incassava 11 milioni per 922 chilometri lineari di costa, con una media di 5.300 euro per gestore, meno di un terzo rispetto ai 18.585 del Veneto. E poi c’è il cosiddetto “canone ricognitorio” – riservato a istituti culturali, enti pubblici, ordini religiosi e associazioni sportive dilettantistiche – con ulteriori “sconti” dal 50 al 90% rispetto alle tariffe base.
Ed è proprio da qui che parte la crociata dell’assessore regionale al Territorio e ambiente, Mariella Lo Bello: “Abbiamo voluto allineare la Sicilia al resto d’Italia, adeguando canoni che erano scandalosamente bassi rispetto sia al valore del demanio, sia al raffronto con altre realtà” . Lo Bello stima in “ dieci milioni di euro circa, comprese multe e contenziosi” la posta oggi incassata dalla Regione, “ tutto compreso, dai lidi agli alberghi, fino ai pontili delle raffinerie” . Una cifra “irrisoria, pari al fatturato di un singolo lido di Mondello”. La stima dell’assessore è di arrivare a 52 milioni sin da quest’anno.
La circostanza curiosa è che nessuno dei potenziali destinatari del “caro-litorale” fosse a conoscenza del decreto. La Sicilia l’ha sottoposto ieri sera ad alcuni interlocutori. Ricevendo una presa di posizione – immediata quanto dura – dai vertici regionali di Federalberghi (Nico Torrisi), Fipe e Sindacato Balneari (Dario Pistorio), Confesercenti (Vittorio Messina), Federazione italiana balneari (Antonello Firullo), Faita (Giuseppe Zingale) ed Ente regionale turismo siciliano (Pietro La Torre): “La scelta del governo di aumentare i canoni in modo indiscriminato è omicida nei confronti delle imprese turistiche”.
A Crocetta ricordano che “ non siamo petrolieri, ma piccole e medie imprese locali impegnate in un settore strategico per lo sviluppo della Sicilia” . Sos a caldo: “Va posto immediato rimedio a questo provvedimento abnorme e sollecitiamo gli assessori al Turismo e alle Attività produttive a fare sentire la propria voce” .
I rappresentanti di categoria invitano “il presidente Crocetta e l’onorevole Trizzino a dare notizia pubblica del lungo elenco di soggetti che beneficiano dei cosiddetti canoni ricognitori spiegandone la logica” e, condividendo “le ragioni del presidente di Confindustria Montante nel lamentare la totale assenza di attenzione per il mondo delle imprese nella Finanziaria”, minacciano di “passare dalla critica ancora costruttiva alla sfiducia di fatto alla giunta regionale se non ci saranno radicali inversioni di marcia nelle sue politiche”.
“No comment” sul fronte delle aziende petrolifere, già imbufalite per il raddoppio delle royalties sull’estrazione di idrocarburi. In questo caso a essere colpita sarà la raffinazione. Per intenderci, il gruppo Eni – con quattro diverse società – è titolare di decine di concessioni demaniali marittime per cui paga circa 2,5 milioni di euro l’anno (di cui un milione per la diga foranea di Gela, per la quale il canone arriverà a 7 milioni). E anche i russi di Lukoil, che a Priolo hanno rilevato Isab dal gruppo Erg, dovranno farsi i conti, visto che soltanto per uno dei due pontili aretusei si parla di oltre mezzo milione di canone, pronto a schizzare oltre 3 milioni.
“O Crocetta agisce subito – si sfoga in tarda serata il dirigente di una multinazionale – con provvedimenti urgenti su crescita e liberalizzazione delle attività, eliminando pregiudizi, doppiezze e clientele, oppure la Sicilia quest’estate non la supera”. Le teste d’uovo stanno già studiando le carte, per capire gli effetti del decreto sui canoni a carico delle industrie. “Gli azionisti – confessa il nostro interlocutore – sono convinti che nell’Isola non ci siano più le condizioni per investire“. Petrolieri con le valigie pronte? Forse: “Nei Paesi baltici e mediterranei c’è più rispetto per chi investe”.
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