In Sicilia ci sarebbero 252 laboratori d’analisi “abusivi”, con pesanti responsabilità dei vertici delle 9 Asp. E con un fiume di milioni di euro che continua a scorrere nei rimborsi del servizio sanitario pubblico ad aziende «illegittimamente contrattualizzate», a scapito di chi invece è in regola. Se fosse una semplice denuncia sarebbe grave, ma diventa clamorosa perché di fatto è un’autodenuncia. Firmata dalla presidenza siciliana della Fenasp (Federazione nazionale aziende sanitarie private), che lo scorso 7 settembre ha depositato un esposto a tutte le Procure interessate, oltre che alla Procura regionale della Corte dei Conti, ai comandi del Nas dei carabinieri di Palermo, Catania e Ragusa e al comando regionale della Guardia di finanza.
Secondo quanto denunciato da Felice Merotto (presidente regionale Fenasp) e da Giovanni Tringali (coordinatore nazionale di Patologia clinica) ci sono delle «presunte anomalie nell’accreditamento di circa 250 laboratori clinici». Alla base della «illegittima contrattualizzazione» ci sarebbe il mancato rispetto dei requisiti previsti dal decreto dell’assessorato regionale alla Salute del 9 agosto 2012 sull’accreditamento delle strutture di laboratorio private in Sicilia. E in particolare l’illegittimità denunciata riguarda la registrazione al Crq (Centro regionale qualità) e la partecipazione alle Veq (Valutazioni esterne di qualità), quest’ultima sancita come obbligatoria da una sentenza del Tar di Palermo del 2013.Sembra una questione in codice burocratese, ma le scartoffie e gli acronimi nascondono un’altra realtà. In ballo c’è la “pelle” dei cittadini siciliani, perché – come sostiene la Fenasp – non è garantita «un’accettabile qualità analitica con rischi per la salute pubblica se si considera che il 70% delle decisioni cliniche si basano su dati di medicina di laboratorio». Con un dato inquietante citato ad esempio: «Il 30% dei nuovi nati con talassemia è figlio di coppie che avevano ricevuto un risultato falsamente negativo» all’esame di laboratorio.
In sostanza la Regione avrebbe accreditato tutti i laboratori d’analisi, compresi quelli più piccoli (prestazioni al di sotto dei 50mila euro l’anno) che per legge dovevano aggregarsi fra di loro. Nella “conta” della Fenasp – così come più volte segnalato all’assessorato regionale alla Salute, sia con Massimo Russo, sia con Lucia Borsellino – risultano 191 aggregazioni nel rispetto delle regole, mentre 252 mini-laboratori risultano accreditati pur non avendo i requisiti. «Purtuttavia – scrive la Fenasp – i direttori generali delle Asp siciliane hanno provveduto arbitrariamente e quindi illegittimamente a contrattualizzare anche i laboratori senza i requisiti». Proprio ai vertici delle aziende provinciali l’associazione, nell’ottobre 2012, aveva chiesto di «annullare i contratti contra legem» e di «ridistribuire le somme ai laboratori in regola». Un buco nell’acqua, perché «ancora oggi a questi laboratori privi del requisito vengono regolarmente remunerate le prestazioni rendicontate».
Sulla rendicontazione la Fenasp ha messo assieme un corposo dossier, trasmesso alla commissione parlamentare sulla Sanità con alcune «anomalie» soprattutto nel Catanese. Al fronte di un rapporto esami/abitante che a livello regionale ha una media di 6,4 ci sono alcuni comuni che presentano picchi di esami: Riposto (18,07), Giarre (14,26), S. Agata li Battiati (13,7), Maletto (13,45) e Acireale (12,99). Il coordinatore di Patologia clinica parla di «esagerata produzione di prestazioni» e quindi «certamente inappropriata prescrizione», al fine di «evitare l’aggregazione prevista dalla legge».È solo una delle tante cose anomale di questa storia, segnalata dalla Fenasp anche al ministero della Salute, a cui si chiede una commissione ispettiva anche per fare luce sulla «mancata attivazione dei centri di costo delle strutture pubbliche». Alle Asp e alla Regione la richiesta è di sospendere il rimborso delle prestazioni ai laboratori in questione. E infine si chiede alla magistratura di accertare le responsabilità, «valutando le ipotesi dei reati di abuso» (con danno erariale, ma anche patrimoniale nei confronti dei laboratori in regola) e di «omissioni in atti d’ufficio».


















