Doveva essere il giorno del faccia a faccia tra il presidente Crocetta e il Pd del segretario “traghettatore” Guglielmo Epifani. Ma sembra che l’incontro dovrà essere posticipato per impegni dello stesso leader dei Democratici. Intanto “dossier Sicilia” è già sul tavolo dell’ex leader Cgil, l’uomo scelto per dettare le regole all’interno di un partito che, ancora una volta, si è dimostrato confuso nel gestire la fase del dopo Bersani: in gioco c’è il sostegno al governo votato dai siciliani e il partito nazionale potrebbe ratificare a breve la decisione del segretario regionale.

Crocetta è volato a Roma, ufficialmente per parlare con il presidente del Senato, Pietro Grasso, ma l’idea era qualla di incontrare faccia a faccia Epifani, per esporgli le sue idee e soprattuto per spiegargli, forse una volta per tutte, cosa sia il suo “Megafono”, dopo l’anatema di Lupo nei suoi confronti e in quelli dei quattro assessori, che a precisa richiesta di dimissioni formulata dal segretario regionale hanno confermato di voler proseguire la rivoluzione iniziata nove mesi fa alla Regione con l’attuale governo.


Se Enrico Letta tiene dritto il timone sull’agenda del governo, il suo partito, il Pd, sembra sbandare a ogni curva pericolosa. E la crisi in Sicilia non fa eccezione. A livello nazionale il D-Day per il cambiamento sarà l’8 dicembre, data scelta per l’elezione del nuovo segretario con Renzi in pole position. Poi si voterà per la segreteria regionale. “Renzi usa la parola rottamazione, io la parola rivoluzione – ribadisce Crocetta ai microfono di SkyTg24 – In fondo, come ho anche letto in un editoriale, io e Renzi abbiamo la stessa visione. Solo che questa rivoluzione il Pd non me la vuole far fare, anzi in Sicilia mi vogliono buttare fuori”.

La crisi politica che si è aperta in Sicilia “è una manovra precongressuale del Pd” spiega senza mezzi termini il presidente della Regione. Per Crocetta così “il Pd si salda”. Il rischio calcolato, dunque, sarebbe quello di mettere a rischio persino l’attuale governo dell’Isola. “Non vorrei che l’esperienza democratica della Sicilia fosse sacrificata in nome di giochetti congressuali” si chiede Crocetta. “Il Pd deve aiutarmi a cambiare la Sicilia e che gli interessi del popolo vengono prima degli interessi delle lobbies di partito”. Epifani, nel frattempo, sembra avulso dalla situazione. “Mi sarei aspettato che il segretario chiamasse – spiega Crocetta -Mi dicono non sia a Roma. Ma almeno una telefonata me la aspetto, l’ultima volta abbiamo parlato una quindicina di giorni di fa. La Sicilia non può essere commissariata dai mandarini del partito, sicuramente la base del Pd fa il tifo per me e c’è un gruppo dirigente che non lo vuol capire”.

Al posto del segretario Epifani arriva un Twitter un messaggio dell’ex ministro Barca: “Solidarietà forte e convinta a Luca Bianchi per il lavoro fatto e la sua coerenza”. Bianchi si trova a Roma per impegni istituzionali ma anche per incontrare Pierluigi Bersani, che lo propose a Crocetta per guidare il delicato assessorato all’Economia. L’assessore per ora ha deciso di non dimettersi in attesa di avere indicazioni dal partito nazionale che ha aperto una riflessione sulle scelte dei dirigenti locali. “Non governerò senza l’appoggio convinto del Pd, le cui determinazioni, essendo un semplice iscritto, peraltro a Roma, non posso contribuire a determinare”, dice. E “in questo quadro” avverte “credo che al momento manchino le condizioni politiche per far fronte alla difficile manovra economica e finanziaria che ci aspetta nelle prossime settimane. Domani sarò in giunta, per onorare l’impegno assunto in prima persona, e in nome del presidente Crocetta, nei confronti dei comuni siciliani, per apportare una variazione di bilancio” poi “venerdì mattina, in una conferenza stampa, trarrò il bilancio di questi ultimi giorni passati e comunicherò le mie decisioni su quelli a venire”.

Intanto all’Ars è arrivato il primo sgambetto al governo Crocetta confezionato da Pd e M5s che insieme sono riusciti a far approvare un disegno di legge che fa decadere le nomine del governo nell’Irsap, l’Istituto per lo sviluppo guidato da un esponente di Confindustria che dovrà lasciare la presidenza, così come l’intero Cda, entro sei mesi.