In questa breve e semplice conclusione tratteremo alcuni passaggi dei libri di Vladimir Lenin “Stato e rivoluzione” e “il socialismo e la guerra”.  Comparando le analisi rifletteremo sulle contraddizioni metodiche del testo e le svilupperemo invece inserendole nel quadro di un’evoluzionismo umanistico e socialista. Dobbiamo premette che la realtà che sottende questo scritto non è comparabile con quella odierna occidentale ma si inserisce e affronta le problematiche di una società – quella della Russia dei primi del ’900 – ancora largamente semi-feudale legata a sistemi fondiari e di un eccessivo sfruttamento economico dell’individuo. Il sistema imperiale aveva consegnato una società fortemente diseguale in cui i conflitti tra le parti sociale erano più netti e aspri. Proprio su questi ci soffermeremo inizialmente per definire il concetto di Stato in maniera sintetica. Scrive Engels:
“Lo Stato dunque – dice Engels, arrivando alle conclusioni della sua analisi storica – non è affatto una potenza imposta alla società dall’esterno e nemmeno “la realtà dell’idea etica”, “l’immagine e la realtà della ragione”, come afferma Hegel. Esso è piuttosto un prodotto della società giunta a un determinato stadio di sviluppo, è la confessione che questa società si è avvolta in una contraddizione insolubile con se stessa, che si è scissa in antagonismi inconciliabili che è impotente a eliminare. Ma perché questi antagonismi, queste classi con interessi economici in conflitto, non distruggano se stessi e la società in una sterile lotta, sorge la necessità di una potenza che sia in apparenza al di sopra della società, che attenui il conflitto, lo mantenga nei limiti dell’”ordine”; e questa potenza che emana dalla società, ma che si pone al di sopra di essa e che si estranea sempre più da essa, è lo Stato” … “Lo Stato non esiste dunque dall’eternità. Vi sono state società che ne hanno fatto a meno e che non avevano alcuna idea di Stato e di potere statale. In un determinato grado dello sviluppo economico, necessariamente legato alla divisione della società in classi, proprio a causa di questa divisione lo Stato è diventato una necessità. Ci avviciniamo ora, a rapidi passi, ad uno stadio di sviluppo della produzione nel quale l’esistenza di queste classi non solo ha cessato di essere una necessità ma diventa un ostacolo effettivo alla produzione. Perciò esse cadranno così ineluttabilmente come sono sorte. Con esse cadrà ineluttabilmente lo Stato. La società, che riorganizza la produzione in base a una libera ed eguale associazione di produttori, relega l’intera macchina statale nel posto che da quel momento le spetta, cioè nel museo delle antichità accanto alla rocca per filare e all’ascia di bronzo”.
Approcciandoci a Engels abbiamo intuito il sostrato sociale che germoglia nello sviluppo prima che lo stato decada. Se invece costatiamo le parole di Lenin qualsiasi versione umanistica viene meno e tutta la riflessione si incardina su un acerbo materialismo storico.
Lo Stato era il rappresentante ufficiale di tutta la società, la sua sintesi in un corpo visibile, ma lo era in quanto era lo Stato di quella classe che per il suo tempo rappresentava, essa stessa, tutta quanta la società: nell’antichità era lo Stato dei cittadini padroni di schiavi, nel medioevo lo Stato della nobiltà feudale, nel nostro tempo lo Stato della borghesia. Ma, diventando alla fine effettivamente il rappresentante di tutta la società, si rende, esso stesso, superfluo. Non appena non ci sono più classi sociali da mantenere nell’oppressione, non appena con l’eliminazione del dominio di classe e della lotta per l’esistenza individuale fondata sull’anarchia della produzione sinora esistente, saranno eliminati anche le collisioni e gli eccessi che sorgono da tutto ciò, non ci sarà da reprimere più niente di ciò che rendeva necessaria una forza repressiva particolare, uno Stato. Il primo atto con cui lo Stato si presenta realmente come rappresentante di tutta la società, cioè la presa di possesso di tutti i mezzi di produzione in nome della società, è ad un tempo l’ultimo suo atto indipendente in quanto Stato. L’intervento di una forza statale nei rapporti sociali diventa superfluo successivamente in ogni campo e poi viene meno da se stesso. Al posto del governo sulle persone appare l’amministrazione delle cose e la direzione dei processi produttivi. Lo Stato non viene ” abolito”: esso si estingue. Questo è l’apprezzamento che deve farsi della frase “Stato popolare libero”, tanto quindi per la sua giustificazione temporanea in sede di agitazione, quanto per la sua definitiva insufficienza in sede scientifica; e questo è del pari l’apprezzamento che deve farsi dell’esigenza dei cosiddetti anarchici che lo Stato debba essere abolito dall’oggi al domani”
Esistono dei paradossi sistematici in questa analisi di Lenin. Codificare un amministrazione delle cose significa mantenere inalterata la situazione capitalista: l’operaio verrà comunque depauperato della sua opera e “presterà la sua forza lavoro” senza riceverne nulla in cambio. La frustazione o l’alienazione che né deriva è del tutto analoga a quella postulata dalla Stato capitalistico e il problema dell’emancipazione dell’uomo continua a mantenersi inalterato. In secondo luogo l’estinzione dello Stato continua a non essere né possibile né concepibile poichè la privazione del bene non assopisce la domanda che di questo fanno le masse. La domanda è un incubacolo di potenziali tensioni sociali ed etraniando ancora di più l’oggetto dal suo creatore non si fà che acuire lo stato di ansia e privazione interiore. Il bene permarrebbe nel suo stato di autosussistenza e continuerebbe a rimanere estraneo al creatore. Scrive ancora Lenin:
Terzo. Questa “estinzione”, o, per parlare con più risalto e più colore, questo “assopimento”, Engels lo riferisce in modo chiaro ed evidente al periodo che segue “la presa di possesso di tutti i mezzi di produzione in nome della società”, cioè al periodo che segue la rivoluzione socialista. E’ noto a tutti noi che la forma politica dello “Stato” in tale momento è la democrazia più completa. Ma a nessuno degli opportunisti che snaturano sfrontatamente il marxismo viene in mente che qui si tratta quindi, in Engels, dell’”assopimento” e dell’”estinzione” della democrazia. A prima vista ciò pare molto strano; ma è “incomprensibile” soltanto per chi non ricordi che anche la democrazia è uno Stato e che anch’essa, quindi, scompare quando scompare lo Stato. Solo la rivoluzione può “sopprimere” lo Stato borghese. Lo Stato in generale, cioè la democrazia più completa, non può che “estinguersi”.
Innanzitutto all’inizio abbiamo definito nei termini intessuti da Engels un’idea generale che definisca lo Stato come regolatore dei conflitti di classe. Postulato questo questa frase assorbe paradossi impliciti evidenti: la prevaricazione della classe “proletaria” non prevede l’annientamento dei conflitti ma un capovolgimento di questi ultimi. Lo Stato non scompare né si assopisce ma si trasfigura in una semantica apparentemente differente. L’annientamento dei conflitti non può invero non tener presente una visione complessiva della stratificazione sociale sviluppando i punti di contatto per appiattirne le differenze. Se in occidente sotto il punto di vista economico le differenze sono trasversalment legate al superfluo in ambito culturale invece le stratigrafia rimangono per grandi linee disomogenee tanto da divenire terreno fertile per qualunquisti e nichilisti. Proprio in questo campo ancora Engels considera punto necessario per la soppressione dello Stato lo sviluppo umanistico della classe “proletaria”. Questi infatti costata:
“la misura della maturità della classe operaia. Più non può né potrà mai essere nello Stato odierno”.
Il grado di emancipazione del proletario è quindi essenzialmente legato a processi di “borghesizzazione culturale”. Anche Lenin ammette lo sviluppo di una metodologia nichilistica dentra vasti rami della politica Russa.
Nel periodo passato, prima della guerra, l’opportunismo era considerato, non di rado, una “deviazione”, un’”ala estrema”, ma pur sempre una parte integrante, legittima del partito socialdemocratico. La guerra ha dimostrato l’impossibilità di un simile atteggiamento per il futuro. L’opportunismo è “maturato”, ha spinto fino in fondo la sua funzione di emissario della borghesia nel movimento operaio. L’unità con gli opportunisti è divenuta una mera impostura, e ne vediamo l’esempio nel partito socialdemocratico tedesco. In tutte le questioni importanti (per esempio, nella votazione del 4 agosto), gli opportunisti si presentano con un proprio ultimatum ed ottengono soddisfazione, grazie ai loro molteplici legami con la borghesia, alla loro maggioranza fra i dirigenti dei sindacati, ecc. L’unità con gli opportunisti significa oggi in pratica la sottomissione della classe operaia alla “propria” borghesia nazionale, l’unione con essa per assoggettare altre nazioni e per lottare in favore dei privilegi di grande potenza, significa dunque la divisione del proletariato rivoluzionario di tutti i paesi. … Per quanto, in singoli casi, la lotta contro gli opportunisti, che predominano in tante organizzazioni, sia difficile, per quanto sia vario nei diversi paesi il processo di epurazione dei partiti operai dagli opportunisti, questo processo è inevitabile e vantaggioso. Il socialismo riformista muore; il socialismo che rinasce “sarà rivoluzionario, intransigente, insurrezionale”, secondo la giusta espressione del socialista francese Paul Golay … Ma immaginate che un padrone di cento schiavi guerreggi con un altro che ne possiede duecento per una più “giusta” ripartizione degli schiavi stessi. E’ chiaro che, in un simile caso, la qualifica di guerra “difensiva” o di “difesa della patria” costituirebbe una falsificazione storica e, in pratica, solo un inganno del popolo semplice, della piccola borghesia, della gente ignorante, da parte degli astuti padroni di schiavi. E’ proprio così che la borghesia imperialista del nostro tempo inganna i popoli, servendosi dell’ideologia “nazionale” e del concetto di difesa della patria nell’attuale guerra fra i padroni di schiavi, per il consolidamento ed il rafforzamento della schiavitù.
Anche se l’atto rivoluzionario per modificare gli assetti consunti dello Stato rimarrebbe necessario ma è un atto violento transitorio e palesemente scontato che istaura una realtà sociologica già di per sè presente. Tra i comunisti e l’umanesimo socialista si istaurà una divergenza nella preordinazione della rivoluzione poichè per quest’ultimi questa risulta un atto di continuità di un progetto di ampio respiro mentre per i comunisti un atto di cesura assoluta e “intransigente”. Ad ogni modo. Con questo testo fin qui strutturato ci difendiamo da un’eventuale accusa di provungare idee socialscioviniste o di socialismo piccolo-borghese nel senso stretto. In seguito è stato inserito il capito de “Il Manifesto del Partito Comunista” che sviluppa questa tematica: chiunque si può benissimo rendere conto che la rivoluzione di tipo culturale può avvenire in maniera lineare in una strutturazione capitalistica e democratima ma nessuno dei socialisti credo neghi il valore dell’atto rivoluzionario come “atto di difesa contro l’ineguaglianza immotivata e la barbarie istituzionalizzata”.
L’aristocrazia feudale non è l’unica classe ad essere stata rovesciata dalla borghesia e le cui condizioni di vita siano deperite e poi estinte nella moderna società borghese. La piccola borghesia medievale e i piccoli contadini sono stati i precursori della moderna borghesia. Nei paesi meno sviluppati industrialmente e commercialmente questa classe continua a vegetare accanto alla borghesia in ascesa. Nei paesi in cui si è sviluppata la civiltà moderna, si è formata una nuova piccola borghesia che oscilla fra il proletariato e la borghesia e che si ricostituisce sempre di nuovo come complemento della società borghese. Ma i piccoli borghesi vengono regolarmente risospinti dalla concorrenza verso il proletariato, anzi, con lo sviluppo della grande industria essi si avvicinano al punto in cui spariranno del tutto come elemento autonomo della società moderna e verranno rimpiazzati – nel commercio, nella manifattura e nell’ agricoltura – da sorveglianti di fabbrica e da servitori. In paesi come la Francia, dove i contadini sono assai più della metà della popolazione, era ovvio che gli intellettuali schieratisi per il proletariato contro la borghesia usassero il metro del piccolo borghese e del piccolo contadino e prendessero partito per i lavoratori dal punto di vista piccolo-borghese. Così si formò il socialismo piccolo-borghese. Il più alto esponente di questa letteratura è Sismondi, non solo in Francia ma anche in Inghilterra. Questo socialismo ha scandagliato con somma acribia le contraddizioni dei rapporti di produzione moderni. Ha smascherato gli ipocriti abbellimenti degli economisti. Ha dimostrato irrefutabilmente gli effetti distruttivi delle macchine e della divisione del lavoro, la concentrazione dei capitali e della proprietà fondiaria, la sovrapproduzione, le crisi, il necessario tramonto dei piccoli borghesi e dei piccoli contadini, la miseria del proletariato, l’anarchia della produzione, le stridenti sproporzioni nella distribuzione della ricchezza, la guerra industriale di sterminio tra le nazioni, la liquidazione dei vecchi costumi, dei vecchi rapporti familiari, delle vecchie nazionalità. In termini positivi questo socialismo vuole però o ricostituire gli antichi mezzi di produzione e di scambio e con essi gli antichi rapporti di proprietà e la vecchia società, o rinserrare nuovamente, di forza, entro i vincoli dei vecchi rapporti di proprietà, i moderni mezzi di produzione e di scambio che liquidano e non potevano non liquidare proprio quei vecchi rapporti. In entrambi i casi questo socialismo è reazionario e utopistico.Corporazioni nella manifattura ed economia patriarcale nelle campagne: queste sono le sue ultime parole. Nel suo ulteriore sviluppo questa corrente, dopo tanta eccitazione, si è spenta in una vile atonia.

Francesco Rotondo