Davide Faraone sta tessendo la sua tela sotto traccia, in silenzio. Trovare un accordo unitario sul candidato alla guida del Pd in Sicilia, sul rimpasto di governo, sulle riforme e sulle candidature alle europee non è semplice, ma il delfino di Renzi ci sta provando. Alla direzione regionale del partito, riunita a Palermo per gli adempimenti congressuali, Faraone ha tastato il polso dei ‘capi correntè. Un nome ancora non c’è, ma si tratta.
Il clima, in realtà, sembra meno teso di quanto appaia davanti ai riflettori. Uno scontro non conviene a nessuno, ed è emerso chiaramente in direzione, durata appena un’ora. Col governatore Rosario Crocetta, pronto a fare il bilancio del suo primo anno di governo e a illustrare la sua agenda, che non ha proferito parola, seduto fianco a fianco al suo ‘grande nemicò, Giuseppe Lupo: il segretario uscente s’è limitato a ringraziare i componenti della direzione, l’ultima della sua gestione, nessun accenno alle questioni politiche, se non a margine dei lavori.
Insomma un silenzio dal forte significato politico, in una fase in cui i ‘pontierì democratici sono al lavoro. Anche il tentativo di un ordine del giorno presentato in direzione da alcuni deputati regionali di varie correnti per impegnare il gruppo parlamentare sulla riforma delle Province proprio poche ore dopo l’intesa trovata dal governatore con i componenti di maggioranza della commissione Affari istituzionali è apparso come una schermaglia politica, subito spenta sul nascere (l’odg è stato accolto come raccomandazione, senza un dibattito). Alle bordate, il Pd sembra in questo momento preferire la diplomazia, con le truppe ben schierate ma nella retroguardia.
Per trovare un’intesa c’è tempo fino a sabato prossimo: alle 20 infatti scadono i termini per la presentazione delle candidature alle primarie del 16 febbraio. Faraone sta cercando “un nome condiviso” che stia bene alle varie anime del partito, in un incastro, non facile, con i nominativi da proporre a Crocetta per il rimpasto e le candidature alle europee. Quelli di Mila Spicola, Giuseppe Bruno e Tonino Russo sono solo alcuni dei nomi che circolano. “Ma chi tratta in questa fase non fa nomi, altrimenti li brucia”, dice un dirigente democratico di lungo corso.
Giuseppe Lupo intanto sta alla finestra. “Sto pensando a ricandidarmi, scioglierò la riserva a ore”, dice. Senza un “nome nuovo”, in sostanza, potrebbe rimanere in pista. E anche Crocetta si muove in direzione di una intesa. “Con le forze intermedie (Megafono, Drs, Articolo 4) è stato raggiunto un accordo sul rimpasto, bisogna ora verificarlo con Pd e Udc; ne avrei parlato all’incontro di maggioranza se si fosse fatto oggi ma è stato rinviato”, osserva. Sul tavolo il governatore ha pronte anche le nomine dei 17 manager della sanità pubblica, dossier che vuole chiudere entro sabato, probabilmente all’interno dell’accordo complessivo col Pd e gli alleati. Ma anche su questo fronte l’intesa non c’è ancora: i partiti non sono convinti dei criteri adottati dal governo per la scelta dei dirigenti sanitari.
Sullo sfondo, poi, rimane la “ferita” inferta dalla Procura con l’inchiesta sulle spese pazze dei gruppi parlamentari, con ben 32 deputati in carica indagati (97 persone in totale), 19 solo nel gruppo Pd. Deputati che Crocetta non vuole in giunta, per “rispetto delle indagini” ma anche per una questione d’immagine. Ma “se i parlamentari indagati non sono buoni per stare in giunta non sono buoni neppure per stare in una maggioranza”, riflette Antonello Cracolici, uno degi 19 indagati tra i democratici, in qualità di ex capogruppo all’Ars.
Domani la questione tornerà nell’aula parlamentare. Il presidente dell’Ars, Giovanni Ardizzone, anche lui coinvolto nell’inchiesta per una contestazione di poco più di 2mila euro di spese, ha annunciato nei giorni scorsi che avrebbe aperto la seduta con una comunicazione <<per difendere l’onorabilità del Parlamento>>. Anche Crocetta sarà in aula.


















