“L’Africa è una costante della mia vita”. E’ il legame con quel Continente, terra di contraddizioni, e la sua cultura, sancito ancora di più dal matrimonio con una donna del Burundi, che informa l’opera e la vita dello scrittore e poliedrico artista Bargna, nato a Como, oggi presente nel panorama della letteratura con il nuovo romanzo “Un taxi fantasma per l’Africa”. Una trama forte, a tratti violenti, che intende raccontare luci e ombre di una terra baciata dal sole e bagnata dal sangue.
Uno di quei libri che fa riflettere sul significato dell’esistenza e che traccia il solco della dicotomia sociale che allontana e classifica i popoli tra loro. La storia è ambientata in una capitale africana che, come tutte le metropoli equatoriali, è un luogo simbolico in cui si concentrano i mali che affliggono le terre dimenticate. “Quando scrivi – racconta Bargna – lo fai non solo con l’intelletto, ma anche con il cuore, cioè con un coinvolgimento emotivo totalizzante. E’ pertanto inevitabile che il tuo vissuto personale entri a far parte del racconto. E questo accade anche, come nel mio caso, quando non ti sei cimentato in un romanzo autobiografico, bensì in un’opera di finzione letteraria di cui non sei l’io narrante. Visto che la mia vita è legata a doppio filo all’Africa, era inevitabile che “Un taxi fantasma per l’Africa” traesse ispirazione dalle mie esperienze di viaggio, di lavoro e di vita nel Continente nero”.
In effetti Bargna ha “vagabondato” – come ama dire lui stesso – in quella terra angusta e infinita per circa trent’anni: in qualità di fotoreporter free lance ha visitato molti paesi, descrivendone, per conto di diverse riviste nazionali, la cultura, le tradizioni, la bellezza e i problemi: “L’attività di fotoreporter mi ha regalato grandi soddisfazioni, penso ad esempio alla mostra fotografica sull’arte dell’Etiopia organizzata a Milano dalla Provincia con il patrocinio dell’Ambasciata d’Etiopia, ma mi ha anche reso via via più consapevole dei limiti della scrittura giornalistica e della fotografia documentaria. Questa insoddisfazione si è fatta acuta fino a diventare una vera e propria sofferenza dopo che ho vissuto come testimone la tragedia della guerra civile e dei massacri in Burundi e del vicino Ruanda”. La nuova opera letteraria, dunque, consente a Bargna di esprimere infine la sua vocazione di scrittore: “In effetti – racconta – io non mi sento un fotoreporter prestato alla letteratura, semmai il contrario.
La mia vera aspirazione è sempre stata la scrittura letteraria (nel 2007 avevo scritto un libro di poesie di viaggio intitolato “Cadillac”) e portare a termine questo romanzo mi ha permesso di comprendere meglio ciò che ho vissuto e di esorcizzare i miei fantasmi”. Una storia personale da film quella vissuta da Bargna nel Continente nero. Negli occhi dell’uomo ancora si rincorrono immagini terribili e il vissuto si riflette inevitabilmente sull’estro artistico: “Nel ’94, l’anno del genocidio in Ruanda – racconta – mi trovavo nel suo paese gemello, il Burundi, dove infuriava la guerra civile fra tutsi (l’etnia minoritaria al potere) e hutu. Una situazione di odio interetnico speculare rispetto a quella del Ruanda dove gli hutu (maggioritari) tenevano in pugno il paese e i ribelli tutsi, scacciati in Uganda, che cercavano di rientrare con la forza. Due conflitti assurdi, fomentati dall’ingerenza politica straniera, che rappresentavano due facce della stessa medaglia”.
“In Burundi ero tornato all’inizio del ’94 per sposarmi, con rito cattolico e tradizionale, con Marie, una donna burundese che avevo conosciuto l’anno prima. Drammatici gli eventi: la capitale Bujumbura era sotto assedio, venivano perpetrati massacri quotidiani. Alto il rischio di essere attaccati e feriti col machete, esperienza che ho vissuto sulla mia pelle proprio il giorno prima del matrimonio. Nonostante vigesse il coprifuoco, riuscii a sposare Marie nella cattedrale di Bujumbura e, dopo molte complicazioni, a portarla con me in Italia poco prima che chiudessero l’aeroporto internazionale e il paese piombasse definitivamente nel caos”. “Nel frattempo oltrefrontiera, in Ruanda, iniziava a consumarsi il genocidio dei tutsi che ha causato circa un milione di vittime.
Questa esperienza ha ovviamente lasciato un segno profondo in me. Raccontarla attraverso i fotoreportage non era abbastanza. Ho così deciso di scrivere un romanzo che, senza essere calato in un contesto geografico preciso, avesse come sfondo storico le guerre civili, gli esodi di massa e i massacri a cui ho assistito nell’Africa dei Grandi Laghi. Per una forma di pudore, non ho voluto fare la cronistoria del genocidio e della guerra interetnica in Ruanda, Burundi e Kivu. Questo compito spetta ai superstiti e a chi ha vissuto sulla propria pelle e quella dei propri familiari la tragedia dei massacri di massa, della guerra civile e dei campi dei rifugiati”. Per tale motivo lo stile che il lettore può ritrovare in “Un taxi fantasma per l’Africa” è meno immediato perché – spiega l’autore – “filtrato dalla finzione letteraria, che consente di guardare alla terribile vicenda che si è consumata in Africa da un angolo visuale particolare che credo sfugga alle facili generalizzazioni e semplificazioni a cui ci hanno abituato i mass media.
Non si tratta quindi di un romanzo reportage, bensì di una pura opera narrativa che si svolge in una sola notte, ma in cui c’è spazio anche per una storia d’amore: il legame fra un giovane tassista abusivo, il protagonista, e un enigmatico personaggio femminile”. “Un taxi fantasma per l’Africa – spiega ancora l’autore – attraverso l’espediente letterario di una trama, offre l’occasione per una riflessione approfondita sulle radici della violenza nell’animo umano. E’ un ritratto, talvolta molto crudo, dei mali dell’Africa ma anche, in senso più universale, delle miserie e delle grandezze dell’essere umano che nelle circostanze più drammatiche dà il peggio o il meglio di sé.
Il romanzo è una sorta di viaggio iniziatico a tappe che ha il valore di una catarsi, illuminata da un umorismo tipicamente africano che consente di trovare la forza di un sorriso anche nelle situazioni più tragiche. Questa è del resto la grande risorsa dei popoli africani che, nonostante le immani tragedie che hanno subìto e continuano a subire, conservano un’inesauribile vitalità e voglia di rinascita”.
M. Serena Milisenna


















