Passata la festa, gabbato lo santo? Spento l’alone di straordinarietà dell’evento – la prima volta di un capo del governo – Gela cerca di fare i conti con il presente e prova a considerare i futuri possibili. Fino che punto si potrà contare sull’alleanza del presidente del Consiglio? Peseranno le ragioni dell’azienda, l’Ente Nazionale Idrocarburi, o quelle della comunità e della fabbrica? Matteo Renzi è un anestetico, una “medicina” utile a calmare le acque e rendere la transizione dell’Eni pacifica, oppure è una “pistola” puntata alle spalle delle partecipazioni statali, perché torni indietro sulle sue decisioni di dismissioni, smantellamenti parziali?
Chi si aspetta dal premier una “ukase” diretto all’Eni, imposizione di una severa linea di permanenza dello status quo, potrebbe subire cocenti delusioni. Chi si aspetta l’uscita di scena dell’azienda, e non concede alcun rilievo alla presenza di Renzi a Gela, potrebbe essere sorpreso da un atteggiamento più duttile dell’Eni nei prossimi giorni.
La fiducia è stata minata da decisioni contraddittorie dell’Eni, l’ottimismo è stato propiziato da un patto di non belligeranza, una tregua che poggia sulla permanenza dei livelli occupazionali dell’Eni. Sul piatto della bilancia i due elementi “si tengono” per mano. Le previsioni più ragionevoli regalano luci ed ombre. Le ombre riguardano soprattutto il futuro dell’indotto, che dovrà subire la riconversione e la riqualificazione di alcune linee di produzione.
Il presidente del Consiglio, è bene ricordarlo, non potrà mettersi contro l’Eni, l’azienda che più di ogni altra oggi “tira” in Italia, e una delle prime compagnie al mondo, per fatturato e – con l’ottica nazionale – per bilancia commerciale. Dai pozzi di petrolio della Nigeria, per dirne una, riesce a pagare la materia prima un euro a barile, rivendendola novanta o cento volte di più. È impensabile che Renzi volti le spalle ad un board così redditizio.
Altra questione essenziale, il mercato degli idrocarburi. Concorrenza asiatica forte, consumi in caduta. Le benzine “ballano” su tutti i mercati. Si vende il diesel, non il resto. Ma per produrlo bisogna far male all’ambiente, bruciando petcock. L’Eni deve trovare la quadra. Non può sottrarsi a regole che gli impongono di produrre almeno l’8 per cento di green. E non può fare a meno di un deposito strategico in Sicilia, a Gela, posizione ottimale nel Mediterraneo.
Che cosa può concedere l’Eni, senza sfasciare il piano industriale? La ricerca e la formazione, come annunciato già un anno fa, in cambio di una ragionevole mobilità. La promozione di iniziative industriali nelle aree “dismesse”, in cambio di utilities a basso costo (infrastrutture, energia, know how ecc.). Ed è su questo terreno che l’azienda dovrà confrontarsi con il sindacato.
Le rappresentanze dei lavoratori, che pure hanno dismesso i toni bellicosi, sono rimasti sulla linea del Piave: la linea uno, raffinazione, va mantenuta, costi quel che costi. Fra le pieghe di una diligente lettera inviata al presidente del Consiglio più d’uno scorge duttilità e pragmatismo.
Il 15 settembre, data stabilita per la ripresa della trattativa a Roma, l’Eni dovrà scoprire le carte e preparare un piano alternativo. Ed il sindacato, a sua volta, dovrà arrivare all’appuntamento con proposte accettabili sul crinale, stretto, della riconversione e riqualificazione, cioè il futuro dell’indotto e la mobilità.
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