truffe-internetÈ tempo di sequestri. Non solo di esseri umani. Sequestrano i siti, le banche dati, gli indirizzi di posta. Ogni informazione, la più riservata e personale, può essere “aggredita”, rubata, cancellata e diventare ostaggio di hacker-sequestratori. Che chiedono il pagamento del riscatto per dissequestrare il materiale acquisito.

Il pagamento avviene in bitcoin, attraverso procedure collaudate e complicate, che non lasciano alcuna traccia. Impossibile identificare i sequestratori, seguire il flusso del denaro (che non viene usato).


I sequestratori aggrediscono i soggetti più deboli, le strutture che non hanno adottato alcun presidio di sicurezza informatica. Quindi, in prima fila ci sono i comuni, che non destinano in bilancio nemmeno un euro per proteggere i loro dati. Sicché capita che in caso di sequestro di dati di vitale importanza, gli amministratori paghino di tasca propria (o facciano collette), perché non possono certo giustificare la spesa del riscatto.

Capita anche alle imprese meno attente alla sicurezza. E non solo. Pagare e tacere, insomma, perché la denuncia del sequestro provoca attenzioni indesiderate, talvolta, o perché si teme la ritorsione dei sequestratori, che sono in grado di ripetere l’operazione tutte le volte che vogliono.

Il giro di affari provocato dai sequestri sarebbe molto alto, ma non ci sono cifre attendibili. Si tratta comunque di svariati milioni di euro.

Gli esperti consigliano di servirsi di antivirus, aggiornandoli costantemente, e di investire sull’assistenza nelle procedure di sicurezza. Ma gli antivirus sono attaccabili, a quanto pare, abbastanza facilmente. Ma almeno rendono la vita più difficile agli hacker.

Finora i siti sequestrati sono stati “liberati” pagando il riscatto. I sequestratori incoraggiano il pagamento, promettendo la fine delle ostilità. Insomma ladri che mantengono la parola. Se così non fosse, infatti, il riscatto sarebbe considerato un palliativo, soldi buttati al vento.

SiciliaInformazioni