Una partita investigativa che inizia con una lettera anonima. Un misterioso criminale mette alla prova ancora una volta l’aristocratico investigatore Philo Vance.
Willard Huntington Wright è l’autore di decine di romanzi di genere poliziesco che ha iniziato a scrivere per potersi dedicare alla sua grande passione: le opere d’arte. Lo scrittore nasce infatti come critico d’arte e appassionato collezionista di opere, ma si sa, i rovesci della vita sono imprevedibili. Ecco così che dalle parole prende forma il personaggio di S.S. Van Dine, pseudonimo dell’autore, scrittore di romanzi polizieschi che nei primi decenni del secolo scorso raggiunse la fama e il successo. Un successo così grande che Wright, alias Van Dine, finì per non fare altro, pressato dalle richieste degli editori e del pubblico sempre più affezionato al personaggio di Philo Vance.
Certo negli anni duemila facciamo un po’ fatica a metterci nei panni di un detective aristocratico, investigatore dall’acume soprannaturale che guarda il mondo con un assoluto disprezzo per tutto ciò che è triviale e sciatto. L’umanità di Philo Vance passa più che dal personaggio stesso, dall’attaccamento e dalla simpatia che i suoi alleati nutrono per lui; primo fra tutti l’avvocato, amico, confidente e narratore delle sue avventure S.S. Van Dine.
Siamo lontani dai protagonisti fin troppo umani dei gialli italiani contemporanei, ma è proprio questa distanza e questa aristocratica e cinica visione di un mondo che non c’è più ad affascinare il lettore alla figura e alle avventure di Philo Vance.
“Signori il gioco è fatto”, così recita immancabilmente il croupier e la sala da gioco fa da sfondo ad una trama che inizia come nella più tipica tradizione poliziesca: una lettera anonima. Da qui prende avvio l’ottavo romanzo con protagonista il celebre detective Philo Vance, pubblicato per la prima volta nel 1934, apparso in Italia nel 1935 e oggi riproposto nella collana “I Classici del Giallo Mondadori” con la traduzione di Pietro Ferrari.
Nella sala da gioco si verifica l’immancabile incidente che dà inizio alle indagini con gli inquirenti che brancolano nel buio seguendo le false piste abilmente create dalla mente diabolica del temibile antagonista. Philo Vance segue le indagini con il suo abituale distacco, accompagnato dall’immancabile spalla tanto cara alla tradizione del giallo poliziesco. L’alleato e discepolo è il narratore stesso, S.S. Van Dine, Watson moderno che mette su carta i percorsi seguiti dall’investigatore per smascherare la trama abilmente congegnata dal suo antagonista.
È una vera e propria partita, tanto più evidente in quanto la sala da gioco fa da teatro e sfondo alle indagini dell’investigatore. La roulette gira, le puntate sono sul tavolo e tutti gli attori di questo dramma seguono i movimenti della ruota. Uno dei protagonisti è Lynn Llewellyn, abile giocatore che si affida ad un proprio sistema per vincere alla roulette. Le basi matematiche di questo gioco consentono combinazioni di puntata per ottimizzare le vincite, manque e passe, rosso o nero, cavallo, terzina, ma la mente dell’investigatore è puntata verso un’altra direzione.
Il gioco non lo interessa, se non come metafora della vita umana e se gli altri tengono gli occhi puntati sulla ruota e sulle probabilità di uscita delle singole puntate, lui preferisce affidarsi al proprio intelletto. In questo lo ha sottovalutato il suo avversario e in questo Philo Vance si distingue dagli altri esseri umani. La logica prima di tutto e sarà proprio la logica a portarlo alla soluzione del mistero. Mentre inquirenti e investigatori brancolano nel buio e tutti gli altri seguono con attenzione la ruota che gira, lui punta nell’unica direzione possibile: la soluzione del caso.


















