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Naro. Francesco Rotondo “Manifesto dell’Umanesimo Cristiano” e “la città che vorrei”

Scritto da il 26 novembre 2021, alle 07:19 | archiviato in Arte e cultura, Costume e società, Photo Gallery. Puoi seguire ogni risposta attraverso RSS 2.0. Puoi lasciare un commento o un trackback a questo articolo

I cosiddetti rapporti di distribuzione corrispondono a forme specificamente sociali e storicamente determinate del processo di produzione e dei rapporti in cui gli uomini entrano gli uni con gli altri nel processo di riproduzione della loro vita e ne scaturiscono; e ne scaturiscono. Il carattere storico di questi rapporti di distribuzione è il carattere storico dei rapporti di produzione, dei quali non esprimono che un lato. La distribuzione capitalistica differisce dalle forme di distribuzione nascenti da altri modi di produzione, e ogni forma di distribuzione scompare insieme con la forma di produzione determinata da cui scaturisce e alla quale corrisponde. Nella misura in cui il processo intercorrente fra uomo e natura, i suoi elementi semplici restano comuni a tutte le forme della sua evoluzione sociale, contrasta con l’idea capitalista che siano storici solo i lavori di distribuzione e non i processi produzione; una confusione che non qualifica la realtà – dove la produzione sociale non è il puro e semplice processo di lavoro ma un un uomo anormalmente isolato, senza alcun concorso della società. Raggiunto un certo grado di maturità, la forma storica determinata viene lasciata cadere e cede il posto ad una superiore.* Il riflesso psichico di di questo cadere lo troviamo in Fredrich W. Nietzsche sia nel superuomo, sia nel nichilismo. I Tipi estroverso e introverso sono razionali in quanto si fondano su funzioni giudicanti. Il giudizio razionale non si basa solamente sul dato oggettivo ma anche su quello soggettivo. Una ratio ideale sarebbe assecondare i fattori oggettivi e soggettivi*. In’altro psicologo e filosofo, prendendo spunto dalla psicologia analitica junghiana, ha proposto un ulteriore visione: Tipo psichico dell’essere e Tipo  psichico dell’avere. Dicendo essere o avere, non mi riferisco a certe qualità assestanti di un soggetto… Mi riferisco, al contrario a due fondamentali modalità di esistenza. Proprio nella struttura  caratteriale dell’essere questa ratio ideale si fonde. Per Eckhart dobbiamo riappropriarci di quello che siamo e non di quello che abbiamo o ci crediamo di essere. Vigile a qualsiasi tipo di egoismo Fromm critica ferocemente l’avere come emblema di questi tempi. 6. L’archetipo dell’anima e Il culto ancestrale: eventuali riflessi cognitivi e psichici Approcciandoci all’anisi dell’archetipo dell’anima dobbiamo prendere in considerazione l’andamento diacronico del termine anima nella speculazione teologica e metafisica. Asseriamo innanzitutto come tutte le civiltà vedono nell’anima qualcosa di incorruttibile ed eterno, qualcosa di divino. L’immagine della divinità viene serbata e relegata nell’anima, per questo quando parliamo di questa discutiamo essenzialmente della natura stessa del divino. Cos’è la divinità? Come si ci approccia ad essa? Queste domande seguono lo stesso percorso dell’uomo, sono sempre presenti e sono stati sviluppate in maniere parzialmente diverse da ogni cultura o società. Il legame tra essenza e divinità ha radice profonda nella cultura orientale – l’Upanisad – e ci perviene grazie agli studi sul misticismo di Parmenide, Eckhart e Schopenhauer – tra gli altri – “.. il mistico muove dalla sua esperienza individuale interiore, in cui si riconosce come il centro del mondo e l’essere unico ed eterno..” Per dare una definizione del concetto di conoscenza in questo senso “..è il sapere, cioè, oltrepassare il sapere finito all’acquisizione del sapere infinito come operare del Sè in ogni essenza ed esserci venuto al giorno nel soggetto assoluto”. Da queste due frasi deduciamo l’intima essenza con cui la divinità si manifesta nell’uomo e qual’è la prassi teologico-filosofica per approcciarsi ad essa. Questo sapere è la porta dell’anima nel suo diagolo ultraterreno. I passi che seguono riprendono questa tradizione. Il primo fa parte della cultura orientale mentre il secondo fa parte della nostra tradizione patristica essendo questi imputato a Sant’Agostino. Analizziamoli scindendoli: “Dice Krsna, ovvero Dio: “impara che la parola ksetra significa corpo, e ksetra-jna colui che lo conosce. Sappi che io sono questo ksetra-jna in tutte le forme mortali. La conoscenza di ksetra e ksetra-jna è ciò che io chiamo jnana, la Sapienza” ( Upanisad ) “Vediamo al di sopra di noi rifulgere i luminari, il sole bastante il giorno, la luna e le stelle confortanti la notte: e per essi è segnata ed espressa la successione del tempo. Vediamo l’elemento umido dovunque prolificante pesci, mostri marini e uccelli (…) Vediamo la superficie della terra abbellirsi di animali, terrestri, e l’uomo fatto a tua immagine e somiglianza che regna su tutti gli animali irrazionali appunto per questa tua immagine e somiglianza, ossia in forza della ragione e dell’intelligenza” ( Le Confessioni, Sant’Agostino) In entrambi i passi l’imago della divinità è qualcosa di raggiungibile, una forma pura nella corruttibilità della carne. Ancora più selettivi e radicali erano gli gnostici. Questa corrente di pensiero si diffuse intorno alla fine del I secolo d.C. – inizi del II secolo d.C. Il loro rappresentante principale era Valentino, vissuto ad Alessandria nel II secolo d.C. La maggior parte dei documenti gnostici presenta una serie coerente di caratteristiche che si possono riassumere nella concezione della presenza nell’uomo di una scintilla, proveniente dal mondo divino, che deve essere risvegliata dalla parte, dell’uomo interiore per essere finalmente reintegrata nella realtà celeste. La metafisica e l’antropologia gnostiche sono affini al dualismo platonico, che contrappone il mondo divino a quello della materia e della necessità, ma, mentre Platone non condanna il mondo terreno, lo gnosticismo lo svaluta radicalmente e ne sottolinea la corruzione. Proprio in quest’ottica la creazione del mondo per gli gnostici sarebbe da attribuire non al Dio unico ma ad esseri di rango inferiore che non conoscevano il vero Dio o si sollevavano verso di lui. Per lo gnostico il mondo è un luogo malvagio ed estraneo, una prigione. La rivelazione spiega a questi perchè esiste e perché si trova nel mondo, e sopratutto gli dà la conoscenza salvifica necessaria a fuggire verso il vero e unico Dio, la patria lontana, il mondo della Luce. L’imago è presente in Omero è connota sia divinità che defunti; c’è l’immagine di Persefone e c’è quella Eacide. Dei ed eroi ( o defunti in generale) hanno la stessa qualifica di identificazione. Sorger lo spirto del Peliade Achille, Di Patroclo, d’Antìloco, e d’Ajace, Che gli Achéi tutti, se il Pelíde togli, Di corpo superava, e di sembiante. Mi riconobbe del veloce al corso Eacide l’imago; e, lamentando: O, disse, di Laerte inclita prole, Qual nuova in mente, sciagurato, volgi Macchina, che ad ogni altra il pregio scemi? (Odissea XI ) La terminologia che userà Carl Gustav Jung per il suo archetipo dell’anima è possibile accettarla come qualcosa però di specifico. Risulta vero che nell’archetipo dell’anima noi incontriamo gli dei, cioè archetipi ancestrali, che ci rimandano a qualcosa di “assoluto, pericoloso, soggetto a tabù, magico”. Ma non è solo questo. L’incontro con engramma ancestrale o dell’anima è un incontro della psiche con la dualità consueta (ciò che è benevolo, tollerante e amorevole e ciò che è occulto, tenebroso; l’abisso, il mondo dei morti). La mente legge l’archetipo dell’anima con gli stessi parametri dei miti di creazione e dell’archetipo uterino. Non vi è ratio, ius, nell’inconscio ma “impulsi naturali” che vengono man mano soppressi dalle acquisizioni Super Io. Scrive Jung: “È un fattore nel senso proprio del termine. Non può essere fatta; è sempre l’elemento aprioristico di umori, reazioni, impulsi e di tutto quello che esiste di spontaneo nella psiche. […] Con l’archetipo dell’anima noi incontriamo gli dei, cioè la regione che la metafisica ha riservato a se stessa. Tutto quel che l’Anima tocca diventa numinoso, cioè assoluto, pericoloso, soggetto a tabù, magico” Abbiamo la certificazione di questo processo di apoteosi e culto ancestrale nella casa di Lafkandi/Xieropolis. La struttura, abitazione del basileus datata al 950 a.C., presenta schema perimetrale rettangolare allungaro con peristasi: una corte esterna immetteva nel vestibolo che si collegava ad una sala dalle caratteristiche probabilmente triclinari – rappresentanza e/o simposio; all’area domestica si associano tre ambienti ricavati dall’abside terminale fruiti rispettivamente come Thalamoi, Thesauros e magazzino per la conservazione delle derrate. Dalla ricostruzione analitica fatta da I. Protodikos della casa di Ulisse – così come esposta nell’Odissea – ci pervengono le somiglianze strutturali, perimetrali, architettoniche. Le connotazioni cultuali dell’edificio ancor più palesi dal ritrovamento al centro del vano maggiore di due sepolture, una cineraria – in un vaso cipriota di pregevole fattura – e una inumazione di un’individuo di sesso femminile. Quest’ultima rientra ritualmente e simbolicamente nel sacrificio mirante l’apoteosi del defunto – rito delle suttee. Un sepolcreto di perimetro semicircolare si costituirà intorno a tale edificio nelle fasi successive alla morte del propretario e della vita dello stesso. è mio parere, comprovato da quanto detto, che siamo alla radice neonatale del tempio di stile greco, l’assunzione da parte del basileus di connotati eroici – quindi semidivini – conduce a far si che la sua residenza sia soggetta a caratteri rituali che nei secoli successivi permangono strutturalmente e architettonicamente. E forse questo senso và attribuito alle parole vetero testamentarie in Re,13-29 e a quelle che seguono del Nuovo Testamento. “Ti ho costruito una casa per tua dimora un luogo per tua eterna residenza” “Allora i Giudei presero la parola è gli dissero: ” Quale segno ci mostri per fare queste cose?” Rispose loro Gesù: ” Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere”. Gli dissero allora i Giudei: “Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?”. Ma egli parlava del suo cor Nall’antico Egitto il Duat ( l’Ade ) è ” un’immenso e lunghissimo tempio diviso in un certo numero di camere separate da porte alle cui estremità vi è un cortile esterno e un pilone che tiene stretti insieme il mondo che è all’interno del tempio e quello che è all’esterno.” Secondo la tradizione con il tramonto le anime si imbarcavano, attraversavano il mare, e raggiungevano questa vera e propria “isola dei morti”. Giuntì colà accedevano ai compartimenti ultramondani attraverso un vestibolo e porte specifiche. Questa “apertura delle porte” veniva espressa ritualmente nell’apertura delle porte del naos spezzando i serramenti, staccando i sigilli e facendo scorrere i catenacci. In seguito si scomponeva la statua della divinità e la si ricostruiva. Questa si puliva con acqua ed incenso e la si vestiva di indumenti cerimoniali ungendola con particolari oli profumati. Infine la si riponeva nel vestibolo “proprio come la mummia o la statua del morto nel rituale funebre”. Credo sia elonquente quanto detto ma un’annotazione breve serve per chiarire definitivamente alcuni punti. Il rapporto con la statua della divinità, il suo stesso trattamento di disfacimento e ristrutturazione, indica chiaramente un suo rapporto generalizzato con il concetto di morte in generale. Solo presupponendo una radice ancestrale della religione antica può intercorrere questo nesso ambiguo. Oltre ciò l’immagine divina viene trattata come se si dovesse purificare dalla violazione di un tabù. Lo spostamento in luoghi particolari e la pratica della lustrazione, infatti, erano connesse al trattamento di diverse forme di “impurità rituale”. Una particolare e peculiare affinità ci avvicina ai tabù in cui intercorre la paupera, ed in seguito il bambino, nel periodo neonatale. Nell’india vendica al nascituro si recita un orazione alla fine della quale gli si concede un talismano: “Prendi possesso di questo incantesimo di immortalità … Io ti porto il soffio vitale e la vita; non andare verso le nere tenebre … restane indenne; va verso la luce dei vivi che sta davanti a te..”. La posizione che fa tendere il bambino tra il mondo dei vivi e quello dei morti definisce come queste due costanti siano intrinsecamente collegate. Nel libro XI dell’Odissea gli spiriti vengono richiamati attraverso un rituale che fà di questo nesso costrutto portante sia a livello simbolico che a livello psichico: Trass’io la spada, e un cubito profonda Da tutti i lati vi scavai la fossa; Cui d’intorno ad onor de’ trapassati Primamente col mèl versava il latte. Indi ’l vin puro e la chiara onda; e ’l tutto Di bianca cereal polve aspergea. Molto a’ levi indi orai capi dell’ombre (Odissea lib XI ver 30 – 36 ) Il latte e il vino rappresentano rispettivamente l’allattamento neonatale e il sangue sacrificale indicando la radice comune dei due fattori. Nella Sura IV ( An-Nisâ’, Le Donne) si prescrivono metodologie rituali per la purificazione dall’ impurità ( janada, junud ): 43. O voi che credete! Non accostatevi all’orazione se siete ebbri finché non siate in grado di capire quello che dite; e neppure se siete in stato di impurità finché non abbiate fatto la lavanda (a meno che non siate in viaggio). Se siete malati o in viaggio, o se uscite da una latrina, o avete avuto rapporto con le donne e non trovate acqua, fate allora la lustrazione pulverale con terra pulita, con cui sfregherete il viso e le mani. In verità Allah è indulgente, perdonatore. In Russia, nei governatorati di Penza e di Simbirsk, si usava celebrare il funerale di una divinità in maniera per certi versi abbastanza simile. Il dio in questione prende il nome di Kostroma e il rituale secondo la tradizione veniva fatto il 28 di giugno. La cerimonia prevedeva che una ragazza imitasse la divinità ed insieme alle proprie compagne venisse accompagnava nelle rive di un fiume per bagnarsi nell’acqua. Ritornati al villaggio si profondevano in processioni rituali, giochi e danze. Un processo architettonico analogo a quello poco innanzi indicato per la casa-tempio di origine greca si ha per il contesto latino. “.. Il tipo di casa con tre stanze diviene tipico e offre un significativo parallelo con il tempio etrusco a tre celle – Capitolium – (…) il vano trasversale delle tombe corrisponderebbe al pronao porticato del tempio..” ed ancora “…è da notare che in qualche caso il vestibolo trasversale aveva l’aspetto di un porticato sostenuto da pilastri e colonne..”. I Kouros e le Kore rappresentano proprio questo: il volgersi all’apoteosi del defunto che assorge a forme divine. Il perdurare in età romana di questa pratica non è che un residuo frammentario di un’impostazione cultuale arcaica. *

Fine parte I

 

*Karl Marx – Il Capitale. *Carl G. Jung – Tipi Psicologici. L. Mattia Guerrera – Prologomeni allo studio degli engrammi archetipici

 

 

Francesco Rotondo



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