“Essere uno con il tutto,
questo è il vivere degli Dei;
questo è il cielo per l’uomo”

Iparione, F. Holderlin
Tralasciando l’acquisizione dedotta dall’inconscio collettivo – che risulta permanente poiché non generato  – ci soffermiamo sulle mutazione a cui è soggetto il Super Io. La civiltà è un prodotto della progressiva rinuncia alle pulsazione animalesche. Ogni individuo viene costretto attraverso una serie di regole – civili ed etico-religiose – ha uno stato di privazione nell’intento di sopperire ai desideri pulsionali. Progressivamente le costrizioni vengono man mano interiorizzate, poichè la suddetta istanza psichica del Super Io ne assorbe le fondamenta.   Se ne deduce che per ergersi in uno stato culturale – e di cooperazione fruttuosa – sorge la necessità di sopprimere gli agenti prettamente naturali insiti nell’uomo.   La prerogativa di una “contrapposizione” con la Natura è giustificabile e postuma se si preme nell’ottica di ricordo armonico primordiale dove queste due variabili cosmiche hanno nessi causali e sensibili combacianti – il che è reso vero dalla presenza di questa nella codifica delle tradizioni filosofico – teologiche di tutti i popoli. “Al principio Dio creò il cielo e la terra. La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso ”  : l’engramma della genesi cosmica traspare immediato nel testo ebraico che si completa con la seconda creazione “..il Signore formò l’uomo dalla polvere della terra e gli alitò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne essere vivente “. L’individuo, dunque, assume carattere connaturale al binomio Cielo-Terra;  è,  tuttavia, riscontrabile una situazione che ha certificazione esatta nella riflessione filosofica; difatti ” l’essere” è profondamente legato alla divinità. Punto, dunque, due solide basi simboliche e di lettura psichica primordiale onnicomprensiva: la proibizione di non mangiare dell’albero “..della conoscenza del Bene e del Male..” e la trasgressione della legge divina che condurrà testualmente a quanto segue “.. si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi..” Entrambi i passaggi biblici sono riferibili al concetto di razionalizzazione del mondo circostante dacchè è deducibile che l’armonia primordiale si ruppe attraverso le prime acquisizione civilizzanti del Super Io. Per quanto riguarda “l’essere” seguiamo due rami paralleli che ci conducono a due conclusione analoghe; il primo espresso in vari versetti neotestamentari ma in particolare è bene citarne uno relativo all’Apocalisse: “..Io sono l’Alfa e l’Omega, dice il Signore Iddio, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente!..”. Il secondo ramo ci conduce ad una conclusione prettamente filosofica che in primis traduce il legame tra essenza e divinità che ha radice profonda nella cultura orientale – l’Upanisad – e che ci perviene grazie agli studi  sul misticismo di Parmenide, Eckhart e Schopenhauer – tra gli altri –  “.. il mistico muove dalla sua esperienza  individuale interiore, in cui si riconosce come il centro del mondo e l’essere unico ed eterno..” Per dare una definizione del  concetto di conoscenza in questo senso   “..è il sapere, cioè, oltrepassare il sapere finito all’acquisizione del sapere infinito come operare del Sè in ogni essenza ed esserci venuto al giorno  nel soggetto assoluto”.   Parafrasando, ora,  il testo bibblico ma anche le teorie evoluzionistiche darwiniane deduciamo che la rottura armonica insieme alla prima reale manifestazione dell’uomo non sia da ricercare in caratteristiche fisiologiche e/o anatomiche ma psichiche; di fatti l’essere umano è uomo quando comprende di esserlo – “…si aprirono gli occhi a tutti e due ..” . Dalla suddetta rottura armonica l’uomo si proietta come “viandante sulla terra”, fattore esterno e non organico.   Questa stato di cose viene inconsciamente ottemperata attraverso una trasfigurazione razionalizzante delle forze agresti – le divinità – e all’impotenza dovuta  all’incapacità di influire su di essa si sostituisce il rito.” La casa della divinità è presente nel simbolo” ed è lo stesso che in sistema semantico organico produce la funzione mistico-religiosa. Il principio secondo il quale vi è un rapporto organico primordiale tra Cielo- Terra- Uomo è presente anche nella cultura orientale. Secondo la tradizionale interpretazione Taoista il Tao si concede con il Soffio, ed è lo stesso Tao che si vede espirare “all’esterno del Grande Inizio”. Il soffio originario generò per primi tre soffi primogeniti da cui il Cielo, la Terra e l’Uomo e in seguito una moltitudine di soffi minori da cui scaturiscono tutte le creature manifeste.
“A guardarlo non lo vedi, ad ascoltarlo non lo odi, ad afferrarlo non lo prendi; perciò si chiama Indistinto. Nell’indistinto non vi sono né forme né delimitazioni. L’Indistinto evolvette e divenne l’Uno. L’Uno evolvette e […] fu l’inizio dell’evoluzione e delle forme. In alto ciò che è puro e leggero formò il cielo, in basso ciò che impuro e pesante formò la terra
Il Tao si concede attraverso soffi sottili, e vi sono tre soffi associati a tre colori: l’azzurro, il giallo e il bianco. Il soffio azzurro, il trascendente, dà luogo al cielo, il soffio giallo, il formatore, dà luogo alla Terra, il soffio bianco, primigenio, da luogo al Tao tra gli uomini
Nella tradizione cristiana sopratutto medievale l’armonia primigenità ritorna alla fine dei tempi in una città aulica. Una Gerusalemme celeste prende forma da Dio in illo tempore, nel tempo cioè  in cui l’uomo viveva ancora nell’Eden. A tale conclusione ci conducono le parole del profeta nell’Apocalisse siriaca di Baruch 2,42,2-7:
“Credi che sia là la città di cui ho detto: ” Nella palma delle mie mani ti ho fondata?” La costruzione che si trova attualmente in mezzo a voi non è quella che è stata rivelata in me, quella che era preparata dal tempo in cui mi sono deciso di creare il paradiso, e che ho mostrato ad Adamo prima della sua colpa…”
Ritroviamo questa stessa tradizione in Babilonia poichè la città aveva fondamenta nella “Porta d’apsù, dove apsù designa l’acqua primordiale. Analogie vi sono presso un racconto ebraico. Secondo quando ci dice il Mishna il tempio di Gerusalemme si trova proprio sul tehom (equivalente ebraico di apsù).
Ora, Le percezioni ancestrali di una mente primitiva perviene alla divinizzazione o apoteosi in linea patriarcale o matriarcale – esempi, su cui si tornerà, sono riscontrabili nelle tradizioni cultuali della società romana come in quella Olmeca mesoamericana, in quella greca come in quella sciamanica nord americana. Nel proseguo noteremo come questo linguaggio mistco-religioso, sociale, culturale si traduca in senso materiale acquisendo una mimica teatrale che ben lungi da non avere riscontro in senso archeologico o di oggetto antropico. Interessanti scoperte, in merito, ci vengono da un periodo che solo da poco tempo ha ricevuto una meritata rivalutazione: la Dark  Age ellenistica ( XII – VIII secolo a.C. ). Gli studi archeologici per questo periodo hanno portato alla luce una costruzione  dall’isola di Eubea Lafkandi/Xieropolis. La struttura, abitazione del basileus datata al 950 a.C., presenta schema perimetrale rettangolare allungaro con peristasi: una corte esterna immetteva nel vestibolo che si collegava ad una sala dalle caratteristiche probabilmente triclinari – rappresentanza e/o simposio; all’area domestica si associano tre ambienti ricavati dall’abside terminale fruiti rispettivamente come Thalamoi, Thesauros e magazzino per la conservazione delle derrate. Dalla ricostruzione analitica fatta da I. Protodikos della casa di Ulisse – così come esposta  nell’Odissea – ci pervengono le somiglianze strutturali, perimetrali, architettoniche. Le connotazioni cultuali dell’edificio ancor più palesi dal ritrovamento al centro del vano maggiore di due sepolture, una cineraria – in un vaso cipriota di pregevole fattura – e una inumazione di un’individuo di sesso femminile. Quest’ultima rientra ritualmente e simbolicamente nel sacrificio mirante l’apoteosi del defunto – rito delle suttee.  Un sepolcreto di perimetro semicircolare  si costituirà intorno a tale edificio  nelle fasi successive alla morte del propretario e della vita dello stesso. è mio parere, comprovato da quanto detto, che siamo alla radice neonatale del tempio di stile greco, l’assunzione da parte del basileus di connotati eroici – quindi semidivini – conduce a far si che la sua residenza sia soggetta a caratteri rituali che nei secoli successivi permangono strutturalmente e architettonicamente. E forse questo senso và attribuito alle parole vetero testamentarie in Re,13-29
“Ti ho costruito una casa per tua dimora
un luogo per tua eterna residenza”


La raffigurazione dell’engramma indica efficacemente la costruzione del Tempio di Gerusalemme ed, a mio modesto parere, la reale derivazione della struttura templare “dall’ eterna residenza” di cui se detto.
ver 27

“Ecco, i cieli e i cieli dei cieli non possono contenerti
tanto meno questa casa che ti ho costruito”

Il rimando alla “casa del Dio”, come d’altronte il termine latino aedes, àncora il nostro discorso trovando l’ermeneutica simbolica della struttura architettonica nella sua derivazione dall’ambiente abitativo. C’è, inoltre da considerare che il recinto sacro dal greco temenos deriva direttamente da te-me-no sa-ra-peda possedimento terriero del wa-na-ka miceneo.
Una verace lettura del passo neo testamentario Giovanni 3,7 17-25 induce ad una interpretazione simbiotica e combaciante tra la morte e il tempio. Gesù infatti nel rivolgersi ai Giudei rimarca il nesso per cui la “distruzione del tempio” rappresenta la vittoria sulla morte. Sta infatti scritto:

“Allora i Giudei presero la parola è gli dissero: ” Quale segno ci mostri per fare queste cose?” Rispose loro Gesù: ” Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere”. Gli dissero allora i Giudei: “Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?”. Ma egli parlava del suo corpo”

Nelle parola di Gesù riecheggia ancora la consapevolezza propria del tradizionale legame della struttura templare con il mondo dei defunti. L’engramma, che si realizzerà pienamente col la morte e la resurrezione successiva, si incardina nella figura del Cristo in quanto espressione della prevaricazione del figlio dell’Uomo sulla morte.
Ora, anche per il tempio di stile latino la regola più essere – ed è, a mio parere – valida proprio per la conformazione e l’arredamento delle tombe. Qui, le tombe a camera di pianta quadrangolare, accessibili tramite gradinate di discesa, hanno un vestibolo su cui si apre la porta della camera  funeraria. Tutto risulta analogo alla trasposizione della casa aristocratica come ci dimostrano gli scavi condotti a Marzabotto ( Bologna ), a Tarquinia, a Veio, a  Roselle, Vetulonia e così via. Infatti i dati archeologici avvalorati dai modellini fittili di Chiusi indicano una casa di forma quadrangolare con pronao o vestibolo coperta a falde spiovente. Ambiente unico con un alzato in mattoni crudi coperto a tetto a spioventi, la casa più antica è parallelo perfetto delle tombe. Costato, inoltre, che in una seconda fase – espressa nelle case di Acquarossa – la struttura domestica si complica ma che ancora il rapporto  con il mondo  ultramondano ritorna: le tombe di Cerveteri, infatti, riprendono questo tipo di casa con un vestibolo scoperto, tre ambienti adiacenti che danno su un vano trasversale coperto da soffitto a spioventi. Che ci sia lo stesso rapporto evolutivo tra Lefkandi- tempio greco anche per il contesto etrusco-italico non è da rigettare a prescindere anzi risulta probabile dato che “.. Il tipo di casa con tre stanze diviene tipico e offre un significativo  parallelo con il tempio etrusco a tre celle – Capitolium – (…) il vano trasversale delle tombe corrisponderebbe al pronao porticato del tempio..” ed ancora “…è da notare che in qualche caso il vestibolo trasversale aveva l’aspetto di un porticato sostenuto da pilastri e colonne..”. Per concludere anche l’arredamento proprio delle tombe ripropongono la stessa idea poichè si presentano, infatti, come apparato imitativo dell’equipaggiamento ad uso domestico con vestiario, strumenti, mobili, cibi. Le pitture rappresentano in modo realistico i “valori”, il “modus vivendi” dei ceti maggioritari con scene di caccia, banchetti, cerimonie funebri etc etc. Una domanda a questo punto può sorgere spontanea: tale connessione – che può andare a ritroso fin alle piramidi egizie – è un emergere dell’engramma inconscio a cui si danno fattezze reali o un sincretismo culturale? La risposta è ardua ma è molto probabile che  la genesi sia connessa alla variabile psichica e che il proseguimento può risultare più propriamente un atto di assimilazione abitudinaria di carattere sociale. Una cosa può considerarsi certa che la gerarchizzazione e la legittimazione politica –  come detto – passi per la trasfigurazione eroica e quindi per l’engramma archetipico. La figura arcaica barbata – Apollo, Poseidon, Zeus, Dioniso – è l’iconografia più confacente a quella vitalità piena che si vuole esprimere. In modo analogo i Kouros rappresentano il volgersi all’apoteosi del defunto che assorge a forme divine, nella pienezza greca. Le relazioni tra l’Etruria e il mondo greco sono già collocabili tra il 1300 e il 1150 a.C. come è attestato dalle ceramiche micenee del tipo III B e III C anche se in Erodoto si prospetta la discendenza diretta dei “Tirreni” dai Lidi intorno al VI secolo a.C.. I rapporti intessuti sono di tipo commerciale inerente ad una corrente di traffici marittimi dalla Sicilia alle Eolie che risale fin al XVII secolo a.C. Naturalmente dopo la colonizzazione greca dell’Italia meridionale nell’VIII secolo le sollecitazioni sincretistiche diventano più vigorose. Risulta verace l’affermare che la chiave di lettura funeraria, per questo caso, ha matrice materialistica; gli aristocratici etruschi, infatti, non nascondono le proprie pretese di grandezza tramite l’utilizzo dell’engramma eroico ma vi è una più chiara enfasi alle pratiche “nobiliari”; cioè la serie di azioni che scindono i cittadini liberi ( le Gens ) da quello  non liberi o dai barbari. Indubbiamente, come ci testimonia la Coppa di Nestore, la radice della discendenza semidivina o divina è presente ed applicata ma vi è un più chiaro rifarsi alle consuetudini di certi ceti sociali.  La casa, dunque, si carica, dai riti di fondazione abitativa iberici e la divinizzazione greca  fin al culto di Vesta a Roma,  simbolicamente di preponderanza cosmica. Una concezione ontologica primitiva ci dimostra come il reale sia tale perchè ripetizione archetipica. Così alla realtà si perviene attraverso una ripetizione esemplare. Qualsiasi atto primitivo è intrinsecamente collegato ad un identificazione della stessa azione ma proiettata in tempo mitico, in illo tempore.La procreazione, il raccolto, la  pesca, la caccia fanno in modo di identifarsi nel tempo sacro, che vede soggetto una divinità, un eroe, un antenato. Mircea Eliade ha dimostrato come esista un processo di mitizzazione che spoglia l’eroe dal carattere individuale per un carattere più propiamente esemplare. La storia post mortem di un soggetto perde le caratteristiche del tempo profano e gli avvenimenti che comportava per mostrarsi sotto i volto del mito.
“Il mito è l’ultimo stadio di sviluppo dell’eroe non il primo”
Per esempio Diodato di Gozon, il terzo Gran Maestro dei cavalieri di San Giovanni di a Rodi, è rimasto nella tradizione medievale come colui che ha ucciso il drago di Malpasso. Per tale fatto in alcuni documenti risulta essere assimilato a San Giorgio che secondo la tradizione sconfisse il mostro-rettile. La versione popolare quindi perde la propria storicità per la trasformazione in mito o leggenda.  Più precisamente la storia lascia il posto al mito in breve tempo. Conformemente a tale processo alla morte di un personaggio eminente della Dark age  la propria casa può venire mitizzata insieme alla propria persona. La casa acquista, dunque, prerogative magico-religiose e può farsi prototipo della struttura templare. Una certificazione di questo processo ci viene dalla tradizionale assimilazione dei re con personaggi mitici. Dario si identificava con Thraetaona, eroe mitico iraniano che sconfisse un mostro tricefalo; gli Eraclidi, come già si denota dal nome, connettevano la propria discendenza a Eracle. La lotta tra il faraone e i suoi nemici nell’antico Egitto veniva spostata in un tema mitologico:  il dio Ra che sconfigge il drago. Tutti questi esempi possono farci intuire la situazione vigente a Lefkandi e ci viene in aiuto per comprendere che cosa ha dato il via alla formazione della struttura templare greca e latina.

Francesco Rotondo