Elementi primordiali emergono e vengono percepiti materialisticamente; tra i quali è bene enunciare quello che Carl Gustav Jung definisce il “concetto-forza”: un’energia innata che ha riscontri nei secoli.

“l’idea dell’energia e della sua conservazione deve essere un’immagine originaria latente nell’inconscio” ed inoltre che “le religioni primitive nelle più diverse zone del mondo  sono fondate su quest’immagine”
Le trasfigurazione che si hanno nella storia di quest’energia sono molteplici e ciclicamente riscontrabili. Il “fuoco civilizzatore” rubato da Prometeo dal carro solare e consacrato da Pisistrato nel giardino dell’Accademia. Gli stessi Pritanei, spazi sacri dove risiedevano i custodi del sacro focolare. Il culto di Vesta associato anche architettonicamente alla regia.  Nell’antico testamento espresso nel passo: ” gli apparve l’angelo del Signore in una fiamma di fuoco, dal mezzo di un roveto ( Es 3, 13, 2-3 ) Nel testo neo testamentario in atti 2,16 3-4 si legge in riferimento alla discesa dello spirito ( Pentecoste ):
“…Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro; ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo..”
ed, ancora, in rimando al testo vetero testamentario in Gi 3,1-5 il profeta Gioèle annuncia:
” Io effonderò il mio Spirito  sopra ogni persona
i vostri figli e le vostre figlie profeteranno
i vostri giovani avranno visioni
e i vostri anziani faranno dei sogni.
E anche su i miei servi e le mie serve
in quei giorni effonderò il mio Spirito
ed essi profeteranno.
Farò prodigi in alto nel cielo
e segni in basso sulla terra
sangue, fuoco e nuvole di fumo.
Il sole si muterà in tenebre
e la luna in sangue..”


La stessa professione di fede  trinitaria dell’associazione del Padre al Figlio e allo Spirito costituisce l’attestazione dell’associazione alla divinità del concetto-forza suddetto ponendolo quindi come base religiosa. Anche l’estasi dei santi – in una iniziazzione analoga a quella sciamanica – medievale ci riconduce a questo spirito come è evidente da varie pitture e sculture dell’estasi di San Francesco o in quella di Santa Teresa. Il concetto-forza, infatti, è espressione ” di Dio, salute, forza fisica, fertilità, potere magico, influsso, potenza, prestigio, rimedio medicinale, come pure per certi aspetti dell’animo dove si serba lo scatenamento degli affetti”. Inoltre, nel considerare lo studio dello sciamanismo e degli sciamani indonesiani si rileva la loro caratteristica di “dominatori del fuoco” – dominatori di fatto di questa energia primordiale. Uno sciamano yauta afferma che il neofita muoia ritualmente per tre giorni e che poi risorga nella pienezza mistica. Inoltre, nel rituale di reclutamento  presso i samoiedi yurak di Lehtisalo l’aspirante sciamano entra in connessione prima con varie divinità ( divinità silvo- pastorali e degl’Inferi ) ascendendo al Cielo o negl’Inferi. Dappoi,  gli animali guida lo conducono al Centro del Mondo , sulla vetta della Montagna Cosmica dove troverà l’albero del mondo e il Signore Universale; oltre a ciò questi viene simbolicamente smembrato dalle interiora e dalle viscere da parte dei “demoni” – spiriti degli antenati –  nel  periodo dell’estasi iniziatica. La morte rituale e la risurrezione sono argomento anche del paragrafo precedente ma qui voglio indicare la pregnante presenza ancestrale nella formazione iniziatica del futuro sciamano in assimilazione a quella di un re, eroe o profeta. Nella società romana il legame tra il concetto – forza e la domus regia è evidente nel riassetto del Foro Romano in età Repubblicana. La domus, qui, viene scissa in merito ad un uso areale pubblico e rappresentativo. Il vano delle regia vera e propria viene separato dall’atrium Vestae che si avvia a diventare la sede delle vestali – custodi del sacro fuoco – L’altro ambiente ricavato è la domus regis sacrorum che è sede del Pontefice Massimo – almeno per tutta l’età repubblicana. La regia permarrà sotto il culto di Marte e Ops Corsiva. Ops è una divinità silvo-pastorale, agreste, della fecondità mentre per Marte non è da escludere che alle caratteristiche belliche siano associate funzioni agricole, simbolo della fertilità primaverile. Nel foro romano, dunque, si rappresenta archeologicamente e architettonicamente il nesso potere – concetto-forza. Tanto si è sulla via verace quanto ci si accorge che lo stesso Augusto trasferisce il culto di Vesta e i libri sibillini nella sua sede sul Palatino possedendo e ponendosi in diretta protezione dello spirito. Tornando a noi, nel caso romano il mito della fondazione è simbolicamente abbastanza articolato toccando vari punti che qui ho considerato: nella figura di Romolo, l’eroe fondatore scaturisce la sublimazione della nascita di Roma; il mito così come è codificato ha antichissime origini ritrovandosi già in ambito orientale nella fondazione di Babilonia ( 2.800 a.C.) da parte di Sargon di Arage.

” Sargon, il re potente, il re di Arage sono io. Mia madre fu una vestale, mio padre non l’ho conosciuto mentre il  fratello di mio padre abitava sulle montaqgne. Nella città di Azupirami, che si trova sulle rive dell’Eufrate, mia madre, la Vestale, mi concepì. In segreto mi partorì. Mi pose in un recipiente di giunchi, chiuse con pece il mio soprtello e mi abbandonò alla corrente, che non mi sommerse. La corrente mi portò dove era Akki, che attinge l’acqua, Akki che attinge l’acqua, nella bontà del suo cuore, mi trasse fuori. Akki, che attinge l’acqua, mi allevò come figlio.  Akki, che attinge l’acqua, fece di me suo giardiniere. Mentre facevo il giardiniere, Ishtar ( la dea ) si innamorò di me, divenni re e regnai per quarantacinque anni”
Questa codifica Babilonese combacia con quella romulea mentre una terza esposizione sembra distorta: quella di Mosè. Le prime due, infatti, seguono un processo di nascita da alto rango – re e/o vestali – ritrovamento silvo-pastorale da una persona di umili origini. Nel caso mosaico invece:
“Un uomo della famiglia di Levi andò a prendere in moglie una figlia di Levi. La donna concepì e partorì un figlio; vide che era bello e lo tenne nascosto per tre mesi. Ma non potendo tenerlo nascosto più oltre prese un cestello di papiro, lo spalmò di bitume e di pece, vi mise dentro il bambino e lo depose fra i giunchi sulla riva del Nilo (…) Ora la figlia del faraone scese nel Nilo per fare il bagno, mentre le sue ancelle passeggiavano la sponda del Nilo. Essa vide il cetello fra i giunchi e mandò la sua schiava a prenderlo. L’aprì e vide il bambino: ecco era un fanciullino che piangeva. Ne ebbe compassione e disse: ” è un bambino degli ebrei” (…) Quando il bambino fu cresciuto, lo condusse dalla figlia del faraone. Egli divenne un figlio per lei ed ella lo chiamò Mosè..” ( Esodo 2, 1-10 )
Secondo il pensiero e l’interpretazione che ne dà Sigmund Freud le divergenze, di cui risente quest’ultimo mito, sono dettate dalla necessità di adattamento con la realtà. Di fatti, lo studioso predispone per il padre bibblico una natura non ebraica ma egiziana da qui le differenze nella rappresentazione archetipica. Indicativo risulta l’utilizzo romano di questo engramma semitico probabilmente dovuta alla sensibilità del ceto eminente del VI secolo a.C. verso la virtus dei propri membri. Ma una quarta esposizione tradisce la longevità del mito dove l’elemento acqua torna a simbolizzare l’utero, il seno materno. Quest’altro esempio lo troviamo nel racconto di Mau, eroe divino dei polinesiani. Egli concepito da una madre divina sulla spiaggia racconta la propria vita neonatale:
“Dopo che tu ti sei tagliati i capelli, per avvolgermi in essi venni gettato fra le schiume della risacca. Le alghe marine mi formarono e mi modellarono. Le maree, infrangendosi, mi avvilupparono in un groviglio di fuco, rotolandomi da una parte  all’altra; finalmente i venti che passano a fior di mare mi spinsero nuovamente alla deriva; morbide meduse mi coprirono e m protessero sulla spiaggia di sabbia” fin quando non fu ritrovato dal divino Tamaniki-te Rangi
L’acqua, d’altronde, permane come immagine dell’inconscio denotando il suo valore arcaico. Intesa come utero, seno materno induce ad essere connessa con la nascita, una seconda nascita: quella divina. Il battesimo di Gesù ben riassume quel valore uterino dell’elemento acquatico riannodandosi alla nascita , alla creazione, ad una nuova spiritualità:
In quel tempo Gesù dalla Galilea andò al Giordano da Giovanni per farsi battezzare da lui.  Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Io ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me?». Ma Gesù gli disse: «Lascia fare per ora, poiché conviene che così adempiamo ogni giustizia». Allora Giovanni acconsentì. Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di lui. Ed ecco una voce dal cielo che disse: «Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto».
Rigenerazione di Cristo che nasce “due volte”, ma questa seconda è una nascita spirituale dall’acqua e dallo spirito. La natura umana si unisce a quella spirituale e divina: «Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto». Quello che è il mito cristiano perviene a rituale nell’antico Egitto. Sulle pareti dei mammisi posti trasversalmente all’asse dei templi egizi è dipinta la seconda nascita del faraone: quella divina. Nel racconto indico del Mārkandeyasamāsyparven del Mahābhārata il saggio eremita Mārkandeya incontra sotto un albero di Nyagrodha un bambino. Questo fanciullo divino, che è il dio universale si chiama Nārāyana etimologicamente “colui che abita nelle acque”. Aprendo la bocca il piccolo assorbe l’eremita che nel suo ventre cammina per oltre cento anni senza giungere ai confini e ritrovando tutto il mondo coi suoi imperi e i suoi animali, gli dei e tutto ciò che vi era nella terra.
Sorse un uomo su dal mare,
un eroe salì dall’onda:
grande grande egli non era
e nemmen proprio piccino:
alto un pollice d’un uomo,
una spanna d’una donna.

In Omero l’acqua da origine agli dei ed è rappresentata come origine del tutto. L’analogia in Anassimandro il quale riferendosi alla nascita dell’uomo così la descrive:

“Dall’acqua riscaldata e dalla terra sorsero o pesci o esseri simili ai pesci. In tali esseri si formarono gli uomini che rimasero dentro di essi fino alla pubertà. Allora gli esseri simili ai pesci si aprirono . Uomini e donne ne uscirono, ed erano già in grado di nutrirsi”

Così si esprime un racconto di una nascita presso gli antichi Armeni pagani:
“Partoriva il cielo, partoriva la terra,
Partoriva il purpureo mare.
Aveva le doglie, nel mare, la canna sanguigna
Dal grembo della canna uscì un fumo,
dal grembo della canna uscì una fiamma
E dalla fiamma saltò fuori un bambino..”

Come ha dimostrato Kerenyi l’acqua rimanda l’infante in una situazione atemporale di sapore primordiale attribuendo al fanciullo caratteristiche ovviamente divine. La nascita da questo elemento è un indicatore, di un secondo concepimento, di un rigenerarsi ad una nuova e mistica identità. Come Eracle che ebbe due discendenze, quella umana in primis e in seguito fu  adottato da Hera per assurgere all’apoteosi.  Si tratta dell’archetipo della doppia madre. L’idea di una doppia nascita si trova in tutti i tempi e in tutti i luoghi. In molte religioni è il punto di riferimento centrale del misticismo ed a livello cosciente è presente nei bambini che in tenera età molto spesso credono che i propri genitori siano in realtà adottivi.  Ponendo ad analisi ogni particolare del mito romuleo scopriremo  degli altri elementi che ci sono noti nei mitologemi. È questo il caso dell’archetipo del fanciullo. Il fatto che il fanciullo divino possegga già i suoi attributi di divinità fa escludere per i mitologemi di Zeus, Hermes, Apollo e in linea generale per tutti i miti l’intento biografico. Anche nei testi sinottici vi è la precoce luminescenza di Gesù nel famoso passo del Cristo tra i maestri nel tempio:

“..lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte..”
Oltretutto i bambini Romolo e Remo subiscono l’abbandono della madre, un abbandono repentino, che li conduce ad essere dunque dei trovatelli.  Il padre stesso è assente in maniera analoga a Zeus quando i Titani dilaniarono Dioniso. Questo motivo lungi dall’essere esente nella mitologia e nelle atmosfere fiabesche di alcuni popoli. I casi in cui si verifica quest’abbandono sono molteplici sia per gli dei che per gli eroi. Per i primi è il caso di citare l’inno omerico a Pan. Il piccolo viene abbandonato dalla madre e dalla nutrice, raccolto dal padre Hermes e avvolto in una pelle di coniglio viene condotto all’Olimpo.
Ed ella poi generò nelle stanze un figliuolo
a Ermes diletto, un prodigio a vedersi,
col piede di capra, bicorne, stridente,
e dolce ridente: fuggì la nutrice
il fanciullo lasciando atterrita alla vista
di quel volto selvaggio e barbuto.
Ma subito Ermes lo prese in sue braccia
benevolo: godeva nell’animo il dio.
E avvolto il fanciullo con pelle villosa
di lepre montana, salì alle sedi dei numi:
presso Zeus lo depose e degli altri immortali,
Semele è già morta quando Dioniso viene alla luce e neanche la madre di Asklepio sopravvive alla nascita del proprio figlio. Una favola dei Tartari della Foresta Nera nell’Altai comincia in questo modo:
Tanto tanto tempo addietro
Creato da Dio
Creato da Pajana
Viveva un orfanello
Senza cibo da mangiare
senza veste da vestire:
così viveva
Nessuna donna che lo sposasse
Una volpe venne da lui
La volpe disse al fanciullo
Come diventerai tu un uomo?
Cosi gli domandò
Il fanciullo le rispose:
come diventerò un uomo
non lo so neppure io.

Anche il fanciullo divino dei Voguli è un orfanello. I Voguli sono una popolazione che abita le vallate settentrionali degli Urali e delle foreste del fiume Ob’, alla sponda sinistra di questo fiume a valle di Tobol’ sk. Noti anche come Mansi venerano più di ogni altro “L’Uomo che sorveglia il mondo”. Questi nella sua infanzia arrivò dal cielo in terra senza sua madre ne suo padre e venne dato per la sua educazione allo zio:

Suo padre lo mise in una culla falcata dalle curve d’argento
E lo fece discendere nel mondo degli uomini, abitanti della terra inferiore

Sul tetto dello zio-uomo dalle piume d’aquila
Cade egli con il fracasso di un potente tuono.
Suo zio saltò fuori e lo prese dentro.

L’allevamento dagli animali è un elemento presente nell’inno a Zeus in Callimaco. Dopo essere affidato dalla madre Rea ad una Ninfa, Neda, l’infante giunge a Creta in una grotta. In un secondo momento viene posto in una cesta e sfamato dagli animali:

In un canestro d’oro ti depose
a dormire Adrastea, alla poppa gonfia
della capra Amaltea succhiasti il latte
e il dolce miele fu tuo nutrimento.
E dell’ape Panacride sull’Ida,
nei monti che hanno il nome di Panacri,
vi fu sùbito l’opera.

Tutti gli è elementi desunti nella leggenda di Romolo e Remo sono, dunque, analizzabili in frammenti che hanno riscontri nelle tradizioni cultuali di tutti i popoli. I simboli e i mitologemi, richiamandosi a quella oscura parte del nostro inconscio, ci appartengono; sono intrisi dei primordiali ricordi della mente umana dacchè preservano quel che è a noi noto come istinto.

Francesco Rotondo