Ho sempre ritenuto dilettevole avere la consapevolezza delle parole che adoperiamo quotidianamente; soprattutto conoscerne la prima matrice e come sia giunta a noi trasformata o, sovente, presa a prestito da azioni con essa correlate. Un vocabolo racchiude in sé un mistero che non può essere lasciato in un canto privo di logica spiegazione; una parola è il mondo intero che ci ha preceduto e rappresenta, come in un film, le azioni già vissute nel passato e che rivivono attraverso il linguaggio in continuo movimento e dunque mutamento. La grandiosità del termine si evince soltanto a pensare che esso racchiude una forma concreta che si astrae nella nostra mente e viene resa all’esterno unendo insieme consonanti e vocali che, opportunamente coniugati, danno vita all’universalità dell’immaginario reso comprensibile a tutti nell’attuazione del tangibile concreto intessuto di concettualità.
A volte l’etimologia non ci spiega del tutto la natura della parola poiché niente, apparentemente, sembra avere a che fare con il termine iniziale eppure…dietro una parentela esiste sempre. Consideriamo ad esempio “fegato” cominciando col dire che ai Romani piaceva moltissimo farcito con i fichi. E che cosa c’entra giacché in latino si diceva iecur, gen: iecinoris? In verità esisteva il termine “ficatum” sottintendendo iecur, ciò significava nel complesso“cotto con i fichi” da cui derivò l’italiano fegato.
Mi sono sempre raccomandata sempre di non apostrofare mai un bambino chiamandolo “cattivo” che ha in sé un contenuto orribile. Nel latino classico il “captivus” era il prigioniero (il verbo generatore è, infatti, captare cioè prendere da cui l’italiano catturare, captare) mentre il malvagio era definito “malus”. Con l’avvento del cristianesimo, il malvagio diviene “captivus diaboli” cioè prigioniero del demonio e giunge sino a noi con formula veramente spregiativa. Può essere mai un bimbo “cattivo”? Monello sì, ma cattivo mai!
Se i nostri signori politici volessero riprendere le antiche abitudini romane, in tempo di elezione dovrebbero andare in giro abbigliati completamente di bianco. La parola “candidato” come candeggiare, candido, candore deriva dall’aggettivo latino “candidus”(bianco). I cittadini romani che aspiravano ad una carica erano candidati e nel periodo preelettorale erano soliti indossare una toga bianca. Niente male riprendere le antiche abitudini!
Era antico uso dei nostri antenati, cospargere il capo delle vittime da sacrificare agli dei con farina ricavata dalla molitura del frumento (macina=mola). Ancora oggi il verbo immolare ricorda questo costume. Da pax deriva il verbo pacare cioè: pacificare il creditore dandogli del denaro. Da pacare a pagare il passo è breve.
Quasi incredibile è il viaggio del termine “mus” (topo) con il suo diminutivo musculus cioè topino. Dapprima indicò la macchina da guerra mobile dietro cui si celavano gli assalitori, in seguito osservando la velocità del topo ed il suo essere elastico, passò a designare i muscoli del corpo umano.
Il verbo “flagrare” (ardere) ci conduce alla frase “cogliere in flagrante” (si sottintende crimine) cioè mentre il delitto non è stato ancora consumato poiché arde. Ancora oggi, dunque, proseguiamo ad adoperare la lingua dei nostri avi, senza essere consapevoli del lungo viaggio cui è stata sottoposta.
“Ho ottenuto una licenza di dieci giorni” esclamiamo lieti oppure: ”Era una donna dai costumi licenziosi”sussurriamo scandalizzati. Il verbo originario è licere cioè permettere quindi la licenza è un permesso ed i costumi licenziosi sono permissivi.
L’impiegato che lascia il servizio per andare a godere la pensione avendo riposo e del pane certo che ha maturato con il lavoro, si dice che “va in quiescenza” cioè può quiescere (riposare tranquillo).
Sfogliando una rivista, ci troviamo a dover decifrare un rebus cioè un gioco che dobbiamo risolvere costruendo una frase di senso compiuto interpretando immagini di cose. Rebus è l’ablativo plurale di (res= cosa) e tradotto vuol dire “con le cose”
Può capitare di sentirsi dire: ”Ti racconterò tutto ab ovo” Poiché i Romani iniziavano la cena con stuzzichini tra cui l’uovo, dire”ab ovo” cioè dal principio divenne uso comune.
Nei mercati rionali è facile udire il venditore che esalta le sue persiche o le sue percoche. Ebbene il nostro fruttivendolo si sta esprimendo in latino e non lo sa… Il pesco è di origine orientale e prese il nome nel mondo latino di persica cioè melo persiano, al contrario l’albicocco era ben radicato in Italia e veniva chiamato praecoquum cioè precoce ovvero che si cuoce prima dunque che matura prima. Saranno gli Arabi durante la loro dominazione a premettere il loro articolo “al”
costruendo così la parola al-praecoquum da cui albicocco.
Il Cristianesimo non soltanto si affermò sul piano culturale proponendo valori del tutto innovativi per il mondo latino, ma ebbe anche una notevole forza sul piano linguistico conducendo parole latine ad esprimere concetti del tutto nuovi e, sovente, contrastanti con quelli originari.
Come mai le “ferie”sono le attuali vacanze mentre feriale indica un giorno lavorativo? E’ presto detto. Ferialis in latino indicava “festivo” mentre feria era il giorno di festa; la liturgia della Chiesa celebra ogni giorno la feria cioè la festa di un Santo, tranne la Domenica che si dedica solo a Dio (dies Domini=domenica) quindi dal lunedì al sabato erano giorni feriales cioè lavorativi.
Il peccatum per i Romani indicava un errore non grave come se si mettesse il pes (piede) in fallo per cui si barcollava. Non così fu per il cristianesimo che vide nel peccato una grave violazione della legge divina e conseguente offesa a Dio.
A questo punto fermarsi è davvero difficile poiché gli esempi sono davvero innumerevoli, ma è necessario. E’ importante ricordare che andare a caccia tra le parole può procurare una forte consapevolezza di ciò che vogliamo esprimere unita ad una scelta di vocabolario di elezione poiché sapendo esattamente ciò che diciamo chiarifichiamo il nostro pensiero a chi ci ascolta; a ciò si può aggiungere che diviene opera meritoria il salvataggio di tante parole che sono sul punto di morire perché in disuso. Ci preoccupiamo di salvare le piante, gli animali, le terre in estinzione perché non rivolgere la nostra attenzione anche al vocabolario agonizzante?
Maddalena Rispoli


















