Il sole era così cocente da spaccare la testa oltre che le pietre addormentate sull’aia davanti alla masseria di Don Diego Lattuca che da quando era diventato burgisi(benestante) col sudore della fronte e la forza delle braccia pelose, aveva anche guadagnato il Don davanti al nome. La coppola piangeva sotto le suole chiodate mentre Don Diego la calpestava senza pietà quasi fosse colpevole di un tristo reato, gridava strappandosi quei pochi capelli che gli erano sopravvissuti sul capo, minacciava di morte a destra e a manca mentre le donne di casa con i bambini stretti al collo, i braccianti e perfino le galline tacevano con gli occhi sbarrati dal terrore.
“Corpu di sangu,malanova mi hai, assassino che ti passò in quella testaccia fradicia?La mia morte decretasti, figlio di una luridissima cagna”
E qui dovettero intervenire gli stallieri prima che si strappasse la pelle a forza di schiaffi.
”Carogna, e che, mai pane ti detti per ripagarmi così? Non ti levai dalla strada, schifoso figlio di una gatta selvatica, dove marcivi con tutta la tua famiglia? Assassino, delinquente, la vita mi vuoi levare. Il veleno ci desti a Rosetta, anima mia,per vederla morire tra spasimi e tormenti. Cosa fitusa,(fetente) ora t’ammazzo!”
E si slanciò su di un ragazzotto che si nascondeva tremante dietro l’abbeveratoio, con le mani levate al cielo e gli occhi rossi di rabbia. Gli uomini fecero appena in tempo a fermarlo prima che il gran calcio sferrato raggiungesse l’addome del reo.
Si formò un gran crocchio di uomini e donne, bimbi e polli che sostenevano le ragioni di Don Diego ed inveivano contro quello “ scocienziato testa di scecco,(malandrino testa d’asino) buono solo per spalare letame e mangiare pane a tradimento”.
“Credetemi, amici miei, la mattina mi dava il buongiorno con un morsetto leggero e delicato sull’orecchio. Poi. L’anima mia, mi guardava con quegli occhioni neri e profondi, la sera non poteva prendere sonno se non ci portavo un dolcino” A questo punto, travolto da tanti ricordi, Don Diego sembrò prossimo a svenire ma per buona sorte si riprese subito e si volse a guardare i presenti come in cerca di conforto per il suo grande dolore.
“Alle feste era la più ricercata, sempre altera, allegra, vivace con tutti quei nastri colorati che le pendevano dalla testa. Era una regina quando marciava muovendo le natiche rotonde e sode. Gli uomini se la mangiavano con gli occhi e poi mi facevano i complimenti. E ora questo assassino mi avvelenò la gioia mia!”
Le donne piangevano silenziosamente nei loro fazzoletti, gli uomini parlottavano cercando di capire che cosa quel minchione le avesse fatto ingurgitare. Forse si era ancora in tempo per un rimedio, anzi ci si doveva affrettare andando alla ricerca di Peppi u surdu, unico in tutto l’agrigentino per casi disperati come questo.
Fu spedito come un razzo “Gerlando occhi di pecora”il quale letteralmente volò poiché ritornò in men che non si dica con il salvatore al seguito.
I presenti appena lo scorsero, fecero crocchio osservando l’uomo che inforcava i suoi occhialetti da vista tratti con una certa lentezza dal taschino di quella che con molta buona volontà si poteva considerare una giacca più ricca di macchie d’ unto e di toppe che di stoffa.
“Dov’è l’ammalata?” Disse socchiudendo le palpebre Peppi u surdu.
Con solerzia, fu condotto sul posto in un silenzio quasi tombale. Anche Don Diego adesso taceva tutto compreso dal responso che presto avrebbe sancito speranza o condanna.
“Ma chi schifiu ci destivu a manciari? (ma che accidenti avete dato come cibo?)’” Riprese il guaritore.
“Fravecchia, Voscenza (favetta, eccellenza)Rispose tra le lacrime il quasi assassino.
“E quanta ci nni desti, bestia?”(quanta gliene desti?)
“Quanta ni vosi” (quanta ne volle)Concluse il reo.
La diagnosi non si fece attendere e calò come l’ala di un corvo sui presenti che pregavano a mani giunte.
“Presto, mi necessitano un tubo e una fontana di acqua corrente” Ordinò Peppi e fu subito servito tra lo sbigottimento generale, poi prese il capo del tubo e proseguì nei comandi.
“Intrombatelo nel posteriore dell’ammalata e aprite l’acqua a tutta forza.”Gridò perentoriamente, ma siccome nessuno eseguiva quanto richiesto, ululò:
“Fate come dico…Bestie!”Stizzì il guaritore.
Subito fu accontentato e l’operazione procedette sveltamente tra i lamenti dell’ammalata che subiva il trattamento, fin quando gonfia di acqua e di pressione non scoppiò in una putrida doccia che investì tutti i presenti ed il bucato che era stato steso proprio quella mattina.
Si levò un grido corale di “schifiu” e “fitinzia” che però si tramutò presto in un “Ohh!” di meraviglia non appena la cavalla, ormai libera, si rizzò sui garretti ed iniziò a trotterellare come una puledrina verso il padrone che non finiva più di baciarla e di ringraziare San Calogero e Santa Rosalia per il miracolo compiuto.
Maddalena Rispoli


















