Lo sguardo si fissò sulle crepe grigiastre del muro che, come una barriera si opponeva al viso adombrato da grate fittissime di ferro.
L’orologio della torre batté il mezzodì e le mani continuarono a scorrere febbrili il rosario di legno che scivolava chicco dopo chicco con una sorta di violenta delicatezza.
Poi la destra s’infilò lesta nel gran tascone della gonna nera e gonfia di pieghe per estrarre un libricino rivestito di cuoio.
Lo aprì alle orazioni ed il dito pollice si posò sul foglietto che opponeva protezione alle pagine. Così sarebbe durato più a lungo e non si sarebbe sporcato né usurato troppo.
Le labbra sottili si mossero silenziose seguendo una voce interiore che non riusciva ad esternarsi mentre il tacito movimento spronava una sorta di mobilità al viso stretto dal candido soggolo che si concludeva sullo scapolare poggiato sulle spalle come un basto.
Improvvisamente uno zoccolìo proveniente dall’esterno fece fremere le sopracciglia tese come due ali di gabbiano che si libra nel cielo per poi riplacarsi nel vuoto; giunse un mescolio di voci alcune delle quali lamentose, altre stizzite, altre ancora sopra tono.
“Il cavallo di destra è sgroppato…”
“Guarda quanti fiocchi e pennacchi…”
“Il cocchiere in serpe sembra una scimmia…”
“E’ un tiro di prima classe!”
Il viso si aggrondò nello sguardo ed una sorta di costernazione si dipinse sul volto mentre gli occhi riprendevano la lettura del De profundis e le ginocchia si ricomponevano sotto lo sbuffo delle pieghe.
Lentamente essa si sollevò dal sedile e con un movimento millenario, quasi in punta di piedi, si accostò al muro e si perse all’interno del convento, già invaso dalle ombre del pomeriggio uggioso.
Maddalena Rispoli


















