Indubbiamente Marziale è la voce di Roma e per noi rappresenta una validissima guida nella vita dell’epoca in cui visse. Non era romano di nascita infatti vide la luce a Bilbili nella Spagna Terraconense, tra il 38 e il 41 d. C. come si può dedurre dall’epigramma X24 in cui celebra il suo 57° compleanno. Ebbe grandi sostenitori per i suoi studi nei genitori Valerio Frontone e Flaccilla che gli fecero impartire una preparazione letteraria ottima, prima a Bilbili poi in qualche centro più importante. Il salto a Roma fu il successivo passo caro a tutti gli scrittori dell’epoca che dalla provincia vedevano la propria affermazione solo in questa splendida città, porta per i giovani dotati e ambiziosi pronti per il gran salto che avrebbe permesso loro di emergere prestigiosamente anche in campo sociale poiché le amicizie altolocate sarebbero state il trampolino di lancio per accedere ai salotti che via via avrebbero concesso di giungere, in alcuni casi, ai fasti della corte. Così fu per lui che successivamente sarà colto dalla morte dopo 34 anni di successi. Molto interessante per vedere la Roma dell’epoca sotto angolazioni di scoperta, sono gli epigrammi e in De Spectaculis l’occhio dell’Autore ci conduce alla scoperta di usi largamente praticati all’epoca. Gli spettacoli mimici a tema mitico o storico erano apprezzati moltissimo soprattutto perché l’interpretazione era affidata non ad attori bensì a bestiarii, cioè condannati a morte da esporre alle belve, il realismo ottenuto era davvero incredibile. Percorriamone alcuni: viene riesumata la figura di Pasifae, moglie di Minosse re di Creta e madre di Asterione, il Minotauro. Nel gioco , Marziale afferma che l’antico mito si era rinverdito offerto agli occhi popolari. “Tutto ciò che la fama tramanda, te lo mostra l’arena.” Ancora ci informa di quanto segue:” O Cesare, non è sufficiente che Marte ti serva con armi invitte: la stessa Venere è al tuo servizio.” Ciò ci conferma che anche le donne, contrariamente al pensiero romano verso le donne che avrebbero dovuto dedicarsi solo a lavori muliebri, si esibivano come gladiatori nell’arena. Non era frequente ma poteva avvenire. In seguito Settimio Severo proibì questa consuetudine.” Marziale ci riferisce un fatto di cronaca legato ad un certo Laureolo, un malfattore che nel gioco subisce un supplizio atroce, peggiore di quello che Zeus volle per Prometeo incatenato ad una rupe dove ogni giorno un’aquila gli divorava il fegato. Commenta l’autore:”…quella che prima era stata solo una punizione scenica divenne reale supplizio.” La storia prosegue, purtroppo per i condannati, con un morituro che veste i panni di Dedalo il quale dovette subire la vendetta di Minosse e sulla scena un orso lucano fa strazio del poveretto. Non mancava chi in un gioco, impersonava anche il volo di Icaro e immancabilmente il poveretto si sfracellava al suolo. E’ raro ma subentra un momento di generosità: Prisco e Nereo combattono ma l’esito è a lungo incerto; si chiede la grazia urlando: ”Missum” ma non è possibile poiché lo stesso Cesare aveva voluta la legge secondo la quale :”Solo deposto lo scudo e alzato il dito termini lo scontro” In effetti, quando un gladiatore si arrendeva, si gettava in terra alzando la mano sinistra o un dito e qui la folla poteva chiedere la grazia. Al vincitore doni e denaro su di un vassoio d’argento, con palma in segno di vittoria. Nel caso in questione la trovata di Cesare è quella di riconoscere la parità per cui palma ad entrambi. Anche questa era Roma e gli avvenimenti ludici riferiti da Marziale quanto vollero essere di adulazione per Cesare e quanto di denuncia per un mondo da trasmettere ai posteri?

Maddalena Rispoli