Nella storia della Sicilia del dopoguerra è innegabile che Salvatore Giuliano ebbe un posto di rilievo,ricco di interrogativi, ma comunque fu un personaggio di cui ancora oggi si parla per scoprire quale sia stata la verità della sua vita cioè se fu un mezzo caduto con ingenuità in maglie politiche tanto sottili da solleticare la sua vanità oppure un giocatore che elesse il delitto a scopo della sua vita. Certamente il mondo degli studi non fu suo anche se cercò di proseguirli terminate le scuole elementari, pur dovendo aiutare il padre che tornato dagli Stati Uniti da emigrante con il denaro guadagnato era riuscito a divenire proprietario di alcuni pezzi di terra da coltivare. La storia vuole che il giovane Salvatore si recasse dopo il lavoro presso il suo ex insegnante o presso il prete del paese per migliorare le proprie conoscenze desiderando dedicarsi al commercio. Naturalmente ciò denota una curiosità spiccata verso l’apprendimento ed anche una forte volontà di migliorare le condizioni culturali. Ma il destino gli prepara una sorte ben diversa; gli anni sono molto difficili e la fame data dalla guerra ha portato tanti alla borsa nera osteggiata dalle forze dell’ordine così avviene che nel settembre del 43 mentre trasporta due sacchi di frumento a dorso di mulo viene fermato da una pattuglia di carabinieri a cui tenta di sfuggire con la fuga, raggiunto da due colpi di moschetto al fianco reagisce e nel conflitto a fuoco un giovane carabiniere resta in terra privo di vita. Da questo momento Giuliano è un bandito che deve guadagnare la macchia in cui dovrà vivere aiutato da coloro che vedono in lui una vittima delle circostanze. E’ soltanto l’inizio di ciò che diverrà una guerra aperta tra la Legge e la sua persona, ancor più dichiarata quando nel dicembre del 43 mitraglia un carabiniere che sta operando un rastrellamento a Montelepre, uccidendolo. Ormai la sua vita è decisa ed ancor più quando costituisce la banda ricca, vox populi, di parenti evasi( certamente con il suo aiuto) dal carcere di Monreale. Sarà bene ricordare, a volo radente poiché l’argomento merita una trattazione ben più approfondita, che in quegli anni di confusione post bellica, la Sicilia vuole vedere se stessa separata politicamente dal resto della penisola e prende piede il MIS o Movimento Indipendentista Siciliano con cui Giuliano prende contatti affiliandosi nel 1945 alla sua organizzazione paramilitare E.V.I.S.o Esercito volontario per l’Indipendenza Siciliana. Ne nacque una vera e propria guerra armata; da una parte lo Stato Italiano che mise in campo un forte dispiegamento di forze ricorrendo financo all’esercito poiché Giuliano addirittura faceva imboscate alle forze dell’ordine o assalti alle caserme dei carabinieri giungendo anche ad attaccare la sede della Radio di Palermo. In un periodo in cui la guerra aveva imperversato le armi erano naturalmente di facilissima reperibilità ma le forniture, è verosimile che venissero anche dall’organizzazione medesima la quale vedeva nel bandito un valido aiuto per le proprie rivendicazioni, aiuto rinnegabile poi in qualsiasi momento non avesse fatto più comodo. L’EVIS aveva deciso intanto che era giunto il momento opportuno per rientrare nella legalità partecipando alle elezioni per l’Assemblea Costituente nel maggio del 1946, anno in cui Umberto II riconobbe l’isola a Statuto speciale, poco prima che con il referendum l’Italia divenisse Repubblica assorbendo così nella Costituzione tale atto. Seguì l’amnistia per reati politici per cui la banda Giuliano vide assottigliarsi le sue fila a causa di coloro che ne godettero e si compose solo di coloro che avrebbero dovuto pagare per i reati comuni. Fu a questo punto che avvenne il fatto che rimase nella storia come Strage di Portella della Ginestra. Era il primo maggio del 1947 e presso la Piana degli Albanesi (PA) si era riunita una gran folla di contadini i quali protestavano contro il latifondismo e chiedevano che le terre incolte fossero distribuite, a ciò si aggiungeva il plauso per la vittoria delle forze di sinistra che aveva conquistato 29 rappresentanti all’Assemblea Regionale. Nell’attacco vi furono morti e feriti. Lo stesso avvenne in una seconda strage , quella di Bellolampo per cui venne costituito il Comando forze repressione banditismo. La fine di Giuliano era ormai prossima ma le modalità non apparvero mai chiare. Il cugino Gaspare Pisciotta, suo luogotenente, lo avrebbe attratto presso l’Avvocato De Maria a Castelvetrano (TP) perché avrebbe dovuto farlo imbarcare su di un sommergibile USA diretto in America. Da uno scontro con i carabinieri, nel cortile dell’Avvocato, ne sarebbe uscito vittima. Grande scalpore fece la rivelazione del giornalista dell’Europeo Tommaso Besozzi il quale si dichiarò certo che l’assassino di Giuliano fosse stato Pisciotta quest’ultimo, però, al processo del massacro di Portella denunciò personalità politiche allora in vista, Carabinieri e mafiosi che avrebbero offerta la loro connivenza per il raggiungimento dei loro scopi. Le sorprese non finirono poiché Pisciotta si riservò di fare importanti rivelazioni sulla strage di Portella ma non arrivò davanti al Giudice Pietro Scaglione :un caffè alla stricnina pose fine alla sua vita nel carcere dell’Ucciardone di Palermo. Sulla morte di Salvatore Giuliano si apre un capitolo che ancora oggi non trova risposte confacenti a tutte le domande di cui la prima è:” Come fu possibile che quest’uomo ricercato capillarmente concedesse interviste e si facesse filmare tranquillamente da giornalisti i quali sapevano, innegabilmente come raggiungerlo? “ Questa e tante altre si pongono per tentare di comprendere la personalità ed il ruolo giocato o dal sanguinario bandito o dal moderno Robin Hood circondato da troppi interessi ruotanti intorno alla sua persona.(continua)

Maddalena Rispoli