Quello che analizzeremo in questa sezione è il rapporto industriale e il concetto di classe che svilupperemo attraverso la visione umanistica in maniera semplice ma che ci permetterà di renderci parzialmente conto della situazione attuale. Innanzitutto con l’abolizione dell’art. 18 abbiamo gettato le basi della flessibilità in entrata e in uscita per l’ambito industriale cioè licenziamenti e assunzioni più facili attraverso contratti a tempo determinato. Una legislazione squisitamente capitalista che non tiene in nessun conto che l’esigenza primaria dell’uomo è la pianificazione economica della sua vita. Inoltre segmentando le esperienze annulla assolutamente qualsiasi sviluppo individualista specifico e, come nel caso dell’educazione, costipa scialbe esperienze né sentite né vissute. La forma nichilistica che si sviluppa e giustapposta ad un attaccamento meramente monetario e meccanico. L’individuo si contrae in una privazione consensiente in cambio di un variabile potere d’acquisto ma essenzialmente delega all’industria e all’inerzia la sua formazione discrezionale. L’impianto lavorativo viene degradato a mera azione ripetuta, marginale, quasi infinita in cui non si deve dare né ricevere nulla. Questo procedimento inumano concepisce arbitrariamente che un’azione umana per eccellenza sia da abbandonare sotto sostruzioni meccanicistiche. Abbiamo precedentemente accennato al modello Olivetti ma in che cosa cosiste questo modello? Alcune interviste possono chiarire un sistema industriale che associa l’emancipazione umana e l’attività produttiva. Qui la divisione del lavoro, basata dapprima su logiche funzionali e successivamente divisionali, viene da tutti definita altamente flessibile e informale, e la competitività interna tra le sue componenti viene giudicata sana e proficua.

“In Olivetti si respirava un clima di grande informalità caratterizzato da una capillare diffusione dell’organizzazione implicita che interagiva continuamente con quella esplicita”.


“Non esisteva l’organigramma”.

“Fino al 1978 Olivetti si caratterizzava per una struttura verticistica molto semplice (Alta Direzione, gruppo commerciale, amministrazione e finanza, pianificazione, prodotti industriali…). Tale struttura era molto classica, senza matrici. A livello di base prevaleva invece la molteplicità dei gruppi e delle strutture, spesso di carattere informale, che erano in grande competizione reciproca (…)”.

Con lo sbocco commerciale ha esteso il modello progressivamente creando delle difficoltà nel sistema eppure si mantiene un utilizzo razionale dell’operaio salariato. Infatti

(…). C’era una grande rete di solidarietà che era in grado di sostenere le persone quando queste si trovavano in difficoltà, perché il bisogno rende le persone dipendenti privandole della loro libertà (…). Una simile politica del personale non poteva essere definita “paternalismo”…era piuttosto una forma di management illuminato, che passava attraverso scelte ben precise, come quella di non licenziare mai (…)”

In una prima fase, il successo del modello di gestione è basato sull’inventiva e sulla qualità e innovatività della proposta Olivetti. La grande libertà di pensiero e la ricchezza intellettuale e umana di cui l’azienda dispone la mettono nelle condizioni di essere rapida e tempestiva nei suoi processi di anticipazione e risposta al mercato. Molta importanza viene attribuita alla formazione, intesa sia come arricchimento della persona, sia come sviluppo di capacità. Grande sviluppo ottengono il Centro di Formazione Meccanici e il Centro Istruzione e Specializzazione Vendite. Per il management vengono attivate le grandi scuole internazionali (MIT, Sloan School of management). L’apprendimento organizzativo, ovvero la diffusione di valori e modelli professionali, avviene anche in gran parte attraverso meccanismi di diffusione della competenza tacita, in cui i “vecchi” svolgono un ruolo di socializzazione e trasferimento tacito di conoscenza.

“(…) le persone che erano più legate al periodo adrianeo, fungevano da cinghia di trasmissione dei valori”.

Un altro punto, che connota in modo significativo il funzionamento dell’azienda è l’attenzione estetica e al bello, confermata dall’ampio ricorso e sostegno che Olivetti fa di designer, artisti e architetti e umanisti nella progettazione dei prodotti e dei luoghi di lavoro, assumendo il ruolo, in un certo momento in particolare, di “trend setter”. Il design e la scelta dei prodotti, sempre sostenuti da un’estrema raffinatezza grafica, vengono mantenuti, per molti anni, prerogativa del top management. Il design diventa in Olivetti parte integrante del processo strategico e di sviluppo e progettazione dei prodotti e dei setting di lavoro, nell’ipotesi che esso possa caratterizzare la stessa visione strategica e l’identità stessa dell’azienda. Alla base di quanto finora ricostruito si intravede uno sfondo culturale forte, in cui spiccano il valore delle persone, della libertà di pensiero, della apertura verso la diversità, della partecipazione. In definitiva il sistema industriale che fin qui abbiamo promosso è un sistema dove l’uomo riabilita se stesso nel lavoro sviluppando un idea complessiva dell’azione produttiva e qualificandosi arbitrariamente in “idee di sviluppo e di funzionalità specifiche”. Purtroppo l’Olivetti rappresenta un fatto peculiare nello scenario industriale ancora fermo a strutture retrograde e inumane. Ebbene esiste un programma socialista per giungere a tali propositi?. Le pressioni in tal senso sono tenui e tendendi ad una visione radicale netta e probabilmente, con il senno di poi, inconcludente. Scrive Goldmann:

Nelle società capitaliste del mondo occidentale l’unico programma socialista realistico è oggi quello di intraprendere riforme strutturali che analizzino la situazione, chiaramente e senza scrupoli o esitazioni, in modo tale da far comprendere ai lavoratori che è esclusivamente nel loro interesse chiedere, per prima cosa, il diritto di controllo, e poi anche di dirigere, le loro fabbriche. Solo questi diritti possono assicurar loro, oltre a vantaggi economici, che possono variare di importanza, un efficace partecipazione e responsabilità nella principali decisioni di vita economica, sociale e politica, e un ruolo attivo nello sviluppo di una cultura veramente umanistica. In questo modo arriviamo al concetto di una via borghese che conduce al socialismo.

L’approcciarsi al lavoro è il cardine intrinseco del miglioramento individuale e del progressivo avvicinarsi a canoni e predisposizioni socialiste. Questo ci è enunciato dall’antinomia stridente che, in un’analisi comparata, si ottiene con il capitalismo.

L’uomo ha dunque dei diritti – sulla sua attività come consapevole produttore, sul suo “consumo di lavoro”, e sugli oggetti che produce. Nel sistema capitalistico, tuttavia, l’uomo subisce una doppia alienazione, una doppia frustrazione, dovuta al fatto che egli vende al capitalista la sua “forza lavoro”, che è la fonte di ogni bene umano. Il prodotto del suo lavoro viene ghermito dal produttore, nella forma di plusvalore, allo scopo di realizzare il capitale. … Nel capitalismo la produzione viene imposta al produttore dall’esterno – è un lavoro coercitivo. Non è la soddisfazione di un bisogno interiore di creazione, ma un mezzo per soddisfare necessità “esterne all’uomo”.

Con questo avviene che l’energia propria dell’operaio, la sua vita personale si rivolge contro lui stesso, e da lui indipendente, a lui non appartiene. Fin qui abbiamo tralasciato volontariamente di porre sotto analisi il concetto di “lotta di classe” e sopratutto abbiamo predisposto una straordianaria “fase borghese” per approcciarsi al socialismo. Non siamo forse marxisti? Creiamo forse paradossi? Chiunque risponderebbe positivamente a queste domande se non fosse che esiste una ragione squisitamente storica che vincola qualsiasi “altra speculazione” o “speculazione proletaria”. Il capitalismo a sviluppato un, seppur inumano, stato di benessere e ogni giorno, attraverso esenzioni fiscali e incentivi, incrementa gli anticorpi contro il socialismo. Inversamente proporzionale però è di fatti per la cultura: mentre l’economia mantiene attinenze borghesi la cultura borghese ed elitaria viene quasi esclusivamente rilegata a strati determinati della società. Questo squilibrio provoca dislivelli sociologici importanti e non permette né una dittatura di un proletariato realmente inesistente né tantomeno una diffusione di una cultura borghese tra le masse. Noi consideriamo la cultura borghese come uno stato di miglioramento individuale a cui può essere assoggettato qualsiasi individuo e non la flessione prodotta dalla cultura pseudoproletaria. Lo scopo è ben espesso da Gyorgy Lucacs:

La posizione dialittica di Lukacs è specificamente caratterizzata dal rifiuto di subordinare i mezzi allo scopo, lo scopo ai mezzi, il gruppo all’individuo, l’individuo al gruppo, ecc., el pensiero dialettico, essendo fine, mezzi, individuo, gruppo partito, massa, elementi che costituiscono una totalità dinamica in cui si crea il problema di combattere, in ogni situazione concreta, il pericolo sempre presente della supremazia di uno sull’altro con rapporto agli altri all’insieme.

Noi siamo d’accordo nel cogliere in queste parole la vera “essenza interiore dell’opera di Marx” e postuliamo una via per il socialismo di tipo umanistico che connoti l’uomo, lo preservi e lo inciti.

Francesco Rotondo