Il primo a captare questa distinzione caratteriale, e a criticarla in modo omogeneo,  è stato il filosofo tedesco Immanuel Kant nelle sue due grandi opere “Critica alla ragion pura” e “Critica alla ragion pratica”. Attingo dalla seconda: “Tutti quanti i principi materiali sono, in quanto tali, di una stessa specie, e appartengono al principio generale dell’amore di sé, o della propria felicità. Il piacere derivato dalla rappresentazione dell’esistenza di una cosa, in quanto deve essere il motivo determinante del desiderio di questa cosa, si fonda sulla recettività del soggetto, perché dipende dall’esistenza di un oggetto; dunque appartiene al senso ( sentimento)  e non all’intelletto, che esprime una relazione della rappresentazione secondo concetti, ma non con il soggetto secondo sentimenti. E’ pur vero quello che Kant rappresenta nell’incipit della Prefazione della Critica alla ragion pura. La ragione umana, in una specie delle sue conoscenze, ha il destino particolare di essere tormentata da problemi che non può evitare, perché le son posti dalla natura stessa della ragione, ma dei quale non può trovare la soluzione, perché oltrepassano ogni potere della ragione umana.

In tal imbarazzo cade senza sua colpa. Comincia con principi, l’uso dei quali nel corso dell’esperienza è inevitabile, ed è insieme sufficientemente verificato da essa, Con essi ( come comporta la sua stessa natura) la ragione sale sempre più in alto, a condizioni sempre più remote. Ma, accorgendosi che in tal modo il suo lavoro resterà sempre incompiuto, perchè i problemi non cessano mai di incalzarla. Se non che, per tal modo incorre in oscurità e contraddizioni, dalle quali può bensì asserire asserire che ci devono essere errori nascosti perché quei principi, di cui si serve, uscendo fuori dei limiti di ogni esperienza, non riconoscono più la pietra di paragone dell’esperienza. Per esempio la domanda che con l’esperienza mi sono posto è come sviluppare il materialismo storico escludendo il Thanathos e non escludendo i valori cattolici. A questa domanda non ho una risposta. Parziale consolazione è il “Trattato Teologico-Politico” di Spinoza.  Poiché pertanto la legge non è altro che una regola di vita che gli uomini prescrivono a sé o agli altri individui per qualche fine, sembra necessario distinguere la legge in umana e divina. Per legge umana intendo la regola di vita che serve soltanto per rendere sicura la vita di ognuno e di tutti; per legge divina, invece, la legge che riguarda soltanto il sommo bene, cioè la vera cognizione e l’amore di Dio. L’intelletto, la parte migliore di noi, è il Logos, l’archetipo dell’anima, quindi divina. E’ certo che se vogliamo cercare realmente il nostro utile, dobbiamo tentare prima di tutto di perfezionare, per quanto ci è possibile, il nostro intelletto; il nostro sommo bene deve consistere nella perfezione. Interiorizzando la legge, sia umana che divina – che pur è interiorizzata nella morale -, si può sviluppare l’uomo giusto: quanto di Paolo, tanto di Salomone. Il disagio della civiltà di Freud che partendo dalla legge evoluzionistica darwiniana mostra la faticosa accettazione e interiorizzazione di leggi umane e divine o mistiche o religiose; a seconda delle età del mondo definite già a suo tempo da Schelling. E’ il momento di fermarsi in un zoppicante contraddizione: quella degli impulsi. L’arte costituisce un valore, ha forza persuasiva. La società non è altro che un espressione artistica proprio perché questa si radica sul territorio. Esiste qualcosa che mi dà un piacere immenso dell’arte ed è l’urto emotivo e l’essenza pedagogica. Ecco che gli impulsi solleticati plasmano la società in senso positivo e in senso, ahimé poverino, negativo, Tra quelli negativi c’è lo straniamentp e anziché educare alla moderazione fomenta gli appetiti e quindi gli impulsi [ Platone, Sant’Agostino, Pascal, Kant ].   Il senso positivo e pedagogico si trova come detto in Spinoza e non è necessario ripeterlo. Un piccolissimo appunto però alla stampa lo vorrei fare: l’elenco necrologico quotidiano ha effetto di plagio, imitazione e insegnamento. Mi taccio. Risulta però interessante l’esperienza del secolo XIX e in particolare del Neoclassicismo. Mettendo in evidenza questi punti cardine adesso strutturiamo un “laboratorio città” quindi proiettiamo il nostro discorso culturale in una realtà fattuale: oggettiva e soggettiva insieme. Prendiamo in esame due esempi in qualche maniera paritetici: il Rinascimento italiano è famoso anche per il mecenatismo delle case regnanti e in qualche modo sia l’art. 9 della Costituzione Italiana vigente sia nel secondo comma dell’art. 142, 150 e 158 della costituzione di Weimar. Nelle città medio-piccole questo mecenatismo, seppur di vitale importanza, non è considerato. Portando alle estreme conseguenze le mie si potrebbe, senza alcun vincolo legislativo e burocratico, statalizzare gli artisti. L’artista-impiegato, che sia esso un pubblicista-redattore, un blogger, uno scrittore o un pittore, è chiamato a svolgere un ruolo importante: sviluppare i semi del neoclassicismo e del cristianesimo sviluppando la società in cui vive. Si acquisirebbero posti di lavoro, anche se si dimezzerebbero la manodopera dell’area tecnica, e si darebbe la possibilità a voci inconsuete di fare della propria passione un mestiere. Anche i lavoratori occasionali e i percettori di reddito, secondo le loro inclinazioni, possono essere partecipi di questo progetto nella misura che darà l’artista-i.