Nel parlare di cinema italiano prima o dopo è inevitabile ricadere in alcune categorie che, per un motivo o per l’altro, hanno finito per caratterizzarlo. Impossibile non pensare al genere spaghetti western, partito come revamp italiano del western statunitense e arrivato a influenzare importanti registi come Quentin Tarantino. Oppure al cinema d’autore con i vari Fellini, Visconti e De Sica che hanno segnato il cinema italiano fra gli anni ’50 e ’70. Ricadono in questa categoria anche i cosiddetti cinepanettoni, pellicole così definite per la distribuzione nelle sale in prossimità delle feste natalizie e caratterizzate da una comicità quasi esclusivamente fisica e fatta di battute grevi e tormentoni. Una produzione che, data la sua prolificità, non ha mancato di creare un pericoloso luogo comune: quello per il quale i film comici italiani fossero poco validi. Uno stereotipo da sfatare: il cinema comico italiano, al contrario, si spinge ben oltre, e vanta una tradizione di tutto rispetto.

 


Un ottimo esempio viene dalla saga cinematografica, e prima ancora letteraria, di Fantozzi. Anche quella del protagonista è a ben vedere una comicità molto fisica e, volendo, anche di tormentoni come i congiuntivi sbagliati; si tratta però di una precisa scelta dell’attore. Paolo Villaggio, inventore di Fantozzi, aveva esordito come attore teatrale prima e televisivo poi, contesto nel quale aveva sviluppato un personaggio profondamente satirico nei confronti del contesto sociale degli anni ‘60, caratterizzato dal boom economico e dal consumismo. Non a caso Fantozzi, al cinema, prende vita come un personaggio tragico nella sua comicità, diventando specchio dell’uomo comune e dei suoi problemi in indimenticabili scene. Fra queste, il viaggio a Monte Carlo in veste di accompagnatore del nobile superiore gerarchico: per l’occasione uno dei personaggi di contorno, facendo leva sull’amore che Fantozzi nutre per lei, chiede di giocare il 27 alla roulette, sostenendo sia il numero dei suoi anni. Si tratta di una puntata che, per chiunque conosca lo schema dei numeri della roulette, avrebbe pochissime possibilità di riuscita: è perciò con sorpresa che invece tale puntata si rivela vincente, una situazione ben presto riportata alla tragica normalità dall’intervento del superiore che si impossessa della vincita del protagonista. Merita menzione il linguaggio ricco di iperboli, tratto distintivo del personaggio: dai 92 minuti di applausi a dei pomodorini da 18.000 gradi, le esagerazioni fantozziane sono entrate nel linguaggio quotidiano.

Più introspettiva, invece, la comicità che caratterizza un’altra serie: quella di Amici Miei, con i primi due film diretti da Mario Monicelli. La comicità, in questo caso, non è altro che un modo per descrivere i rapporti di reciproco affetto di cinque amici fiorentini sulla cinquantina, i cui problemi personali vengono esorcizzati attraverso gesta goliardiche e scherzi definiti zingarate. Significativa, in proposito, la scena al cimitero del secondo film: quattro dei protagonisti vanno in visita alla tomba del quinto, nel frattempo mancato, e alla prima occasione improvvisano uno scherzo ai danni di un terzo estraneo per poi commentarne l’esito paragonandolo alle gesta dello scomparso. Al di là della comicità della scena, comunque storica, fortemente rappresentativo rimane il modo scelto per commemorare l’amico e affrontarne la morte.

 

Possono essere fatti numerosi altri esempi, da Non Ci Resta Che Piangere fino ad arrivare a uno qualsiasi dei personaggi interpretati da Totò nei suoi film, unione di cinema e tradizione teatrale napoletana: considerando gli anni, comunque, si potrebbe forse concludere che si tratti di un tipo di comicità oggi ormai lontano, sostituito dalle citate commedie natalizie. È quindi utile, per smentire anche questa conclusione, citare una pellicola del 2011: Boris Il Film. Dando seguito alle tre stagioni dell’omonima serie televisiva, alle quali si è recentemente aggiunta la quarta, il film porta al cinema le vicende di una scalcinata troupe televisiva, alle prese per l’occasione con un film di denuncia che finirà per trasformarsi, non a caso, proprio in un cinepanettone. Tra le tante scene, con battute quotidianamente citate, merita menzione quella nella quale l’attore protagonista si intestardisce nel voler interpretare l’allora Presidente della Camera Gianfranco Fini, entrando in un piano sequenza e resistendo ai tentativi fuori campo di farlo uscire.

Insomma, il cinema comico italiano può vantare opere di tutto rispetto: i cinepanettoni sono solo uno dei vari prodotti ad esso appartenenti, e sono ben lungi da rappresentare l’unica offerta di un genere decisamente variegato.