Perfide,improbe,tecum fer detestabile omen! Mox ibit sub terras imago mei sed sequar atris ignibus absens. Si, io morirò, ma ovunque tu sia la mia ombra sarà sempre innanzi a te e ti perseguiterà non appena alzerai lo sguardo su altre donne.
Morirò, forse mi taglierò le vene affinché il sangue coli lento ed inesorabile fino a raggiungere le tue suole cosicché ogni tua impronta detesti il suolo che tu calpesti e ti ricordi ciò che hai fatto di me. Si, io morirò e la tua anima sarà dannata per sempre, come la mia che si contorce in questa disperata solitudine priva di conforto e d’amore.
Ti punisco per il male che mi hai fatto e voglio dimenticare la tua persona bella e raggiante, le tue braccia larghe e avvolgenti come quelle di un fiume, il tuo calore profumato di muschio e di erbe pungenti, il tuo petto splendido rifugio di vigorosi nidi d’amore, le tue labbra corollario dipinto di flutti tempestosi, i tuoi occhi scrigni di tempestose gemme.
Morirò, forse stringerò un cappio intorno al mio collo da vittima sacrificale finché l’ultimo soffio vitale s’involi verso il cielo per divenire diluvio che ti colpisca fino a farti male e a distruggere la tua carne malsana. Si, io morirò e tu vagherai perdendoti senza un porto per l’attracco, andrai alla deriva tra flutti ostili.
Quando ti accolsi nel mio regno eri solo e senza rifugio, io creai per te un palazzo d’oro dalle porte scolpite in bronzo pesante, sempre aperte al tuo richiamo,io spalancai le finestre sui tesori del mio regno e acclamai ogni tuo gesto come fonte di ordine immediato, io bevvi le tue parole come gocciole di latte e miele,io mi inchinai riverente ad ogni tuo desiderio, io non mi negai mai alla tua volontà, io mi feci incatenare dalle tue mani tremando al contatto della tua pelle sulla mia.
Inverecunde, male sit tibi! Impudico, ti maledico e non vedrai mai più i tuoi figli, seme di te stesso,non carezzerai mai più i loro riccioli inanellati, non ti perderai nelle loro carni tenere e profumate,non udirai più le loro voci trillanti nel canto. Si, io morirò ed essi con me in modo che tu sia stretto da irreversibile destino e ti perda in lamentose litanie.
E’ entrato un raggio di sole, mi accarezza come un tiepido velo ed illumina il pavimento, gli uccelli cinguettano sugli alberi del giardino, i fiori sbocciano ancora ed offrono le loro tenere corolle alle api laboriose, le nuvole si inseguono nel cielo terso e pulito,l’acqua scorre cantando note cristalline.
Che strano, la natura mi è compagna e mi accoglie nel suo seno generoso, non mi respinge, mi chiama e mi regala doni preziosi.
Non mi parla di morte anzi di rigenerazione. Morte, sottile gelo che si diffonde nel corpo e distrugge la bellezza divina con spietata freddezza senza pietà alcuna,ignobile regista di scheletriche danze.
Perché dovrei consegnarmi ad essa ancor prima del tempo e chiudermi nel suo putrido abbraccio mentre tu potresti trovare conforto in altri petti odorosi?
Vivrò allora, e ti cancellerò dai miei pensieri con una spugna intrisa d’acqua odorosa, cercherò altri porti sicuri, altri occhi cristallini, altre labbra coralline, altri padroni che non mi rendano schiava ma liberta. Vivrò e i miei figli con me.
Vivrò e riderò di te fino alle lacrime, riderò del tuo strano accento che distruggeva ogni parola, riderò dei tuoi denti da coniglio selvatico, riderò della tua infantile paura del buio, riderò dei tuoi comandi da dittatore, riderò della tua atavica avarizia, riderò della tua superbia ingiustificata, riderò di te e la morte non mi avrà.
Si, io vivrò per me e mai più per te!
Non più tua, Didone
Maddalena Rispoli
















