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Le Banche e le PMI: è giunto il momento di cambiare

Scritto da il 8 marzo 2012, alle 08:05 | archiviato in Eventi, Finanza e dintorni. Puoi seguire ogni risposta attraverso RSS 2.0. Puoi lasciare un commento o un trackback a questo articolo

Il rapporto tra le banche e le imprese nel nostro paese ha sempre suscitato accesi dibattiti, forti polemiche e fiumi di convegni nati con l’obiettivo di avviare un proficuo dialogo tra le parti al fine di superare le storiche diffidenze esistenti tra questi due importanti attori dell’economia nazionale. Ora, evitando di fare cenno alle anomalie del sistema bancario italiano, che lo ha visto, troppo spesso, negativamente cointeressato nel capitale di imprese più o meno importanti del nostro paese poi andate a male , o di fare cenno ai fenomeni deleteri per i quali le banche non finanziano l’economia reale ma preferiscono fare business speculando sui mercati finanziari, quello che qui conta è cercare di fotografare lo stato attuale dei rapporti alla luce della poderosa crisi economica europea ed italiana in particolare, cercando di sfatare luoghi comuni riportando i termini della querelle nelle giuste proporzioni. Qui mi sforzerò di fare qualche riflessione, spero obiettiva, al fine di avviare una discussione su quale dovrebbe essere il ruolo della banca in una sana economia di mercato dove le imprese finanziate tendono a creare ricchezza.

Il punto di domanda è: banche e imprese possono crescere insieme? A mio avviso assolutamente si, anzi appare quanto mai indispensabile che debbano crescere insieme specie in un periodo così difficile per la crescita economica del nostro paese.

Ma se provassimo a chiedere all’uomo della strada cosa pensa delle banche e del loro modo di operare, con ottima probabilità ci sentiremmo rispondere con affermazioni del tipo: “ Le banche danno i soldi a chi ce li ha”, “ le banche danno uno e chiedono tre a garanzia”, oppure: “le banche sono degli usurai legalizzati “ o peggio “le banche sono delle sanguisughe pronte a mollarti e a chiudere i rubinetti della finanza al primo cenno di debolezza dell’impresa.

Probabilmente, se parlassimo con un esperto operatore bancario, ci direbbe che con l’impresa vi è, storicamente, una forte asimmetria informativa: “che l’imprenditore italiano non sempre è sincero con la banca”, “lo è ancora meno con il fisco”, “di sovente i dati reddituali e patrimoniali dell’impresa non corrispondono quasi mai alle reale situazione aziendale”, “ “che l’imprenditore, in genere, è privatamente solvibile e benestante ma che l’impresa opera con un capitale minimo spesso insufficiente a far fronte agli obblighi assunti”, “che spesso le richieste di prestito per investimenti prevedono che a rischiare maggiormente sia la banca e poco l’imprenditore” e così via.

Ma se le cose stanno così, diventa indispensabile creare i giusti presupposti per un avvicinamento che consenta una positiva evoluzione del rapporto banca-impresa in un ottica di marcato cambiamento delle relazioni.

Le piccole e medie imprese, costituenti il sistema portante del tessuto produttivo italiano per oltre il 90 %, hanno necessità di crescere per poter essere più competitive e un ruolo chiave per favorire questa crescita è rappresentata dal credito bancario. Ma al contempo, le banche hanno da gestire crescenti problemi di bilancio connessi all’aumento delle “sofferenze” (cioè dei prestiti non restituiti) frutto di crisi di mercato, conseguenti cali di fatturato delle imprese e, quindi, ridotta capacità di rimborso dei prestiti.

Quale soluzione allora? Gli esperti in materia hanno proposto diverse soluzioni al riguardo tutte potenzialmente valide ma tra queste mi convince di più è quella che affida alle banche territoriali, cioè quelle che per dimensione ed organizzazione conoscono e presidiano meglio il territorio, il compito di affiancare il piccolo l’imprenditore nei propositi e progetti di crescita imprenditoriale fornendo allo stesso vera e propria consulenza economica e finanziaria, consulenza volta al successo della iniziativa finanziata che crei reciproca soddisfazione tra le parti. Questo potrebbe gettare le basi per distendere un rapporto fatto spesso di diffidenza, colmando quelle criticità di fondo che hanno portato, quasi sempre, l’imprenditore a vedere la banca non come partner necessario ma come l’ennesimo ed eccessivo costo da pagare. Daltro canto sovente l’attività di prestito della banca a mera raccolta documentale e richiesta di garanzie anziché studio dei punti di forza e di debolezza del progetto imprenditoriale da finanziare.

Si può fare? Assolutamente si, ma basta convegni è giunta l’ora di cambiare sul serio per il bene e nell’interesse di tutti. E allora gli istituti di credito che avranno questa visione dovranno investire rapidamente in processi di riqualificazione delle risorse umane orientando le stesse allo studio dei mercati e delle sue evoluzioni, all’approndimento delle tematiche connesse agli strumenti agevolativi previsti da leggi nazionali ed europee, alla conoscenza di tutti i prodotti finanziari utili a favorire la crescita dell’impresa e la copertura dei rischi connessi alla attività imprenditoriale.

In conclusione sono certo che i nostri piccoli e medi imprenditori, spesso disorientati e confusi da una miriade di scelte/opportunità da vagliare, sceglierenno quelle banche che riusciranno a fornire loro una stabile assistenza consulenziale di primo orientamento finalizzato a creare quel clima di fiducia oggi quasi del tutto inesistente. Risorse umane qualificate e punti di consulenza al servizio delle imprese potrebbero essere le scelte vincenti per una rinnovato rapporto banca – impresa.

Ma le banche, specie quelle locali, sono pronte ad investire nella qualità delle risorse umane premiando il merito o continueranno a selezionari i quadri dirigenti e gli impiegati con le solite e vecchie logiche?

Vincenzo Racalbuto



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6 Risposte per “Le Banche e le PMI: è giunto il momento di cambiare”

  1. Calogero ha detto:

    Bravo Enzo
    ci vogliono persone come te piene di idee nuove da parte di giovani per poter risollevare la situazione stagnante delle Nostre banche. Purtroppo chi dirige le Nostre banche non ha capito che gli scenari sono del tutto cambiati e se non si sta al passo con i tempi purtroppo si è buttati fuori.
    Bene speriamo che questo porti una ventata di rinnovamento, almeno me lo auguro.
    Ciao.

  2. Marianna ha detto:

    Complimenti
    hai focalizzato benissimo la criticità del rapporto banca-impresa.
    L’impresa che si rivolge al proprio Istiruto bancario vorrebbe avere delle soluzioni per superare le difficoltà che incontra a causa della grave situazione economica che attraversa il Paese. Soluzioni, che come tu dici, si possono trovare attaverso lo studio dei mercati e delle sue evoluzioni, studi che possano portare alla conoscenza di tutti i prodotti finanziari utili a favorire la crescita della stessa diversificandoli sulla base delle esigenze del territorio in cui si opera ( ed è qui l’importante ruolo che la banca locale è tenuta ad esplicare)
    Mi auguro che. leggendo questo articolo, si possa avere più consapevolezza che il mondo e le sue regole stanno cambiando, che ci si impegni fattivamente nella crescita professionale avvalendoci di percorsi formativi altamente qualificanti.

  3. Sergio ha detto:

    Complimenti Vincenzo,
    come al solito chiaro e schietto con una perfetta visione d’insieme che ti contraddistingue da tutti quei professoroni che si vantano di saper fare BANCA, costringendo il personale a fare o non fare determinate cose. Sono onorato di conoscerti ma ancor di più di averti come capo.
    Grazie e ti prego…continua così ad istruire ed istruirci.
    Ciao

  4. svegliamoci ha detto:

    Niente prestito, commerciante si suicida

    L’uomo, un 60enne tarantino, temeva di non riuscire a superare il periodo di crisi dopo il “no” della banca a un nuovo fido di poco più di mille euro

    foto LaPresse

    18:05 – Si era visto addebitare, forse per errore, 4.500 euro di commissioni bancarie e rifiutare un prestito di poco più di mille euro. E con la paura di non farcela a gestire la crisi che aveva colpito le sue attività commerciali, il 60enne Vincenzo Di Tinco, titolare di un negozio di abbigliamento e di altre attività commerciali a Ginosa Marina (Taranto), si è ucciso, impiccandosi a un albero.
    A scoprire la morte dell’imprenditore questa mattina è stato uno dei suoi tre figli, insospettito dal mancato rientro a casa del padre. Ora la moglie e i figli del commerciante hanno ricostruito le ultime ore di vita di Vincenzo Di Tinco. Il sessantenne ieri pomeriggio, alle 15.30, aveva appuntamento con il direttore di una banca locale, a cui aveva chiesto aiuto per un fido di soli 1.300 euro, necessario per coprire una fornitura.

    Di Tinco si era già rivolto a un legale e aveva aperto un contenzioso con la stessa banca in quanto si era visto addebitare somme rilevanti (oltre 4.500 euro), che lui contestava, come commissioni per l’utilizzo del Pos, il terminale fornito ai commercianti per accettare il pagamento con carte di credito. Per questo aveva chiamato in causa anche la concessionaria del Pos, una società di Palermo.

    “Dagli estratti conto – spiega Giuseppe Lecce, il legale nominato dalla famiglia del commerciante suicida per seguire gli sviluppi dell’inchiesta – sono emersi addebiti sproporzionati per le transazioni, probabilmente frutto di errori. Il commerciante lo aveva fatto presente quando ha chiesto il nuovo fido, ma non è riuscito ad ottenere la copertura finanziaria”: il prestito gli è stato rifiutato in quanto l’uomo aveva già una rilevante esposizione bancaria.

    Dopo essere uscito dall’istituto di credito, Di Tinco si è recato in campagna dove si è impiccato a un albero. Nella sua auto ha lasciato un quaderno sul quale, in due pagine, ha raccontato la sua odissea in cui le parole-chiave sono la crisi economica che attanaglia il Paese e il ruolo delle banche.

  5. massimo ha detto:

    La mia personale impressione è che la Sua analisi parte bene nell’individuare il problema economico-sociale più evidente dei ns tempi (il rapporto banca-impresa) ma si arena su una visione di soluzione che, secondo me, non è pertinente (investire nella qualità delle risorse umane bancarie): il problema fondamentale dei ns giorni, detto da un operatore bancario, oltre che la lentezza nel prendere decisioni nelle aree di risk management delle banche (quelle più importanti perchè quelle locali hanno solo sperato di distribuire il rischio insolvenze con la frammentazione del credito polverizzando in questo periodo di crisi, però, anche la probabilità di ritorno dell’investimento) c’è anche quello della assoluta immobilità imprenditoriale delle ns realtà, incapaci di agganciare quelle aree di crescita che l’internazionalizzazione del proprio business protrebbe determinare. Dovrebbe essere li che si dovrebbe intervenire: nella competenza dei ns imprenditori, che invece si ritrovano a barattare le condizioni meno peggiori per tirare a campare senza nemmeno uno scampolo di proiezione allo sviluppo o al cambiamento. Ben venga comunque il confronto.

  6. VINCENZO RACALBUTO ha detto:

    @MASSIMO:
    Ringrazio Massimo per il Suo commento e per l’interesse mostrato sull’argomento. A quanto pare mi rivolgo ad un collega e quindi posso essere anche un pò piu’ tecnico. Vedi Massimo, dico subito che condivido totalmente quello che dici. Infatti, circa 9 anni fà, mi sono fatto promotore e tutor di un corso rivolto agli imprenditori sulla internazionalizzaizone delle imprese e sugli strumenti finanziari destinati alla copertura dei principali rischi del commercio estero. Il corso, gratuito, ha avuto un grande successo ed è stato molto apprezzato da circa 70 micro e piccole imprese partecipanti. Io volevo comunque sottolineare che lo sviluppo della cultura d’impresa possa trovare ulteriore slancio e diffusione anche attraverso una qualificata presenza consulenziale nelle banche di ogni livello e dimensione perchè come tu sai, a volte, l’imprenditore dinanzi all’operatore bancario si trova un pò disorientato o addiruttura smarrito. Questa esperienza ho avuto modo di verificarla in alcune banche europee e devo dire che funziona, specie con le banche di prossimità quando è rivolta ai piccoli operatori. Certo l’impresa ben strutturata che magari ha il direttore finanziario non saprebbe cosa farsene della c.d. “consulenza di primo orientamento” tipica delle Agenzie di sviluppo locale. Sono contento del confronto che hai attivato e spero di poterlo sviluppare ancora sui prossimi argomenti che tratteremo in questa rubrica. ciao e a presto.

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