Canicattì è una città, come tutte quelle del territorio girgentino, che non permette mezze misure: o si ama o si ignora. Personalmente io ho sempre amato l’Isola in toto, sia nel bene che nel male considerando però quest’ultimo come frutto di una realtà storica che ha spogliato da sempre tutti gli esseri umani locali della loro verginità spirituale per scippar il frutto della fatica quotidiana e le ricchezze naturali offerte dal buon Dio che volle fare di quella terra ferace, un piccolo angolo di Paradiso. Eppure mi è capitato sovente di dover ricordare a siciliani , che la trasmissione dialettale dovrebbe essere in cima alla lista dei doveri che concorrono a formare un buon isolano, fiero di rappresentare una razza senza pari; rimango allibita nel sentire una sorta di motivo costante da gente nata e vissuta in quei luoghi: “ In casa nostra non si è mai parlato in dialetto, solo in italiano” e di fronte a ciò io provo una sorta di vergogna per loro poiché è come offendere la propria madre, come disconoscere i geni di cui essi stessi sono composti e mi ribello a ciò. Mia nonna mi parlò sempre in dialetto( grazie, nonna, devo a te la conoscenza del dialetto canicattinese legato a termini ottocenteschi) affermando che conoscendo la lingua sicula anche in America ti capiscono. Mio padre fece di più, volle che io conoscessi il dialetto di suo padre convinto, foscolianamente, che la trasmissione sfida la morte ed io a mia volta feci in modo che i miei figli, portandoli nell’isola d’estate, fossero in grado di comprendere l’idioma che, oggi, inesorabilmente si perde assalito da terminologie dimentiche delle sacre radici linguistiche. Quando la nonna tornava a Roma dalle sue visite canicattinesi, non dimenticava mai di portare per me un mazzo di spighe di grano dai chicchi grossi e neri che mi consegnava dicendo: “ Ricordati sempre, è dono di Dio!”Certamente oggi, sarebbe sbalordita nel vedere quel mare di uva che si pavoneggia sui ricchi filari in attesa di raggiungere le nostre tavole con la scritta Uva di Canicattì, oppure le coltivazioni di frutta che hanno sostituito territorialmente il mare di grano che ondeggiava ai soffi di vento nelle infinite vallate rendendole simili a distese messicane.
Il paese dell’epoca era certamente lontano dalla città di oggi e si componeva della parte più alta, Borgalino, e dalla zona bassa che gravitava su Viale Regina Margherita con la chiesa di San Diego; dove oggi sorge l’attuale Ospedale era già aperta campagna. La lotta quotidiana era sempre la stessa: la mancanza di acqua che però ( diceva nonna), ogni politico prometteva di elargire in quantità in caso di elezione; mi pare che ancor oggi le cose non siano molto cambiate sul territorio agrigentino. Ho sempre sostenuto che non essendo i Greci genia di sciocchi ma fondatori di città, mai avrebbero dato vita alla Magna Grecia se non in posti ricchi di acqua quindi questo liquor, usando un termine caro a Fedro, è presente in abbondanza nel sottosuolo e si disperde se le tubature del periodo regio non sono state rinnovate a dovere.
Mi capitò, tempo addietro, di entrare in un negozio il cui proprietario era indiscutibilmente canicattinese ed egli stesso me lo confermò chiedendomi però da che cosa lo avessi compreso. Fu facile rispondere indicando l’immagine di un grande appesa al muro: Padre Gioacchino La Lomia amato e venerato per la sua bontà e santità. Mia nonna era solita ricordarlo per le sue prediche che facevano accorrere gente da ogni dove, piena di ardore e devozione verso quest’uomo che seppe fare del suo passaggio terreno un giardino di carità e amore per il prossimo. Anche questo è Canicattì, terra generosa di personaggi che ancora oggi riescono ad attrarre il visitatore. La città ai nostri giorni gode di ottima illuminazione ma così non era un tempo e le strade divenivano buie e origine di paure per i viandanti che mai si sarebbero arrischiati a recarvisi se non costretti. Ancora esiste la Vaneddra degli incantesimi, luogo in cui si vociferava avvenissero fatti soprannaturali come sentire miagolii rabbiosi forieri di sventure. In realtà la strada era molto buia, accompagnata da alti muraglioni da cui lesti ladruncoli lanciavano gatti sui poveri passanti i quali, impauriti, non si rendevano conto di essere vittime di furbastri matricolati. La leggenda degli incantesimi ebbe così terreno favorevole. Fu la miseria che costrinse una forte ondata di canicattinesi all’emigrazione; i giovani non trovavano lavoro mentre una terra sconfinata appariva ai loro occhi come il paese di Dio: l’America. E’ desolante, ancor oggi, assistere alle splendide menti giovanili costrette a lasciare la propria terra cui tanto potrebbero dare solo se fosse loro concesso. Un certo Signor Politico, ha definito i nostri figli: “ Bamboccioni” che non vogliono lasciare la casa genitoriale perché troppo viziati dalle madri. Questo signore ha preso moglie ma io non credo che la possa mantenere con mille euro al mese( quando va bene) come sarebbero costretti i giovani “da mille Euro”; recita l’antico adagio “Chi ha la trippa piena non comprende chi è digiuno”e i nostri giovani sono ormai allo stremo delle forze, non nascono bimbi decimando la popolazione italiana! Certamente questi ragazzi incontrano pazzesche difficoltà nell’acquisto di una casa, sogno irrealizzabile, non potendo accendere un mutuo per carenza di garanzie e di fissità lavorativa; quel signor Politico è certo che non subisce la crisi e mi piacerebbe tanto visitare la sua casa ma capisco da sola che mi sarebbe impedito dalla sorveglianza cui sicuramente ha diritto. Ho conosciuto molti giovani della zona durante le mie pause estive, e devo dire dai vivacissimi intelletti, che oggi, vivono al Nord unica chance per la loro vita. Mi chiedo quanto tutto ciò sia giusto anche se politicamente trova la sua ragione nella cosiddetta “mobilità” che, guarda caso, tocca solo i nostri figli come se fossero “figli di un Dio minore”! Io amo molto Canicattì e l’aria che vi si respira, la gente generosa e accogliente, i profumi che al mercato colpiscono tutto il tuo essere con la loro intensità e bellezza che solo madre Natura può dare, passeggiare nei pomeriggi assolati quando la gente riposa abbattuta dal gran caldo e trovare rifugio al bar lungo il Viale Regina in cui il gelataio ( intendiamoci anche il più piccolo di questi artigiani è un vero Maestro) prepara per te uno spongato oppure una granulosa, divino refrigerio per il corpo e l’anima, affacciarsi da Spigadoro a caccia delle paste nuove o dei babà intrisi di profumato rum. Difficilmente gli odori di questa città si possono estirpare perché sono sottili e prepotenti, si insinuano nel tuo essere e ne divengono padroni rimanendo accesi nella memoria, difficilmente si potranno cancellare i silenzi carichi di mille vite e frutto di puntuale riflessione geneticamente trasmessa dai grandi geni di ieri che ancora oggi vivono. Canicattì non ha mezze misure: o si ama o si ignora ebbene io, di certo, non la ignoro!
Maddalena Rispoli

















