Dire di Peppi Paci non è semplice sia per il mondo interiore che il poeta maturò in sé sia per il vernacolo che, a parer mio, diviene mezzo di elezione per analizzare il mondo in cui vive con ironia ma anche con tanta acutezza e viva partecipazione. Egli nasce a Canicattì il 19 luglio 1890, da Salvatore e Carmela Aronica. Il lavoro cui si dedica è quello di sarto però il suo cuore è posto sulle tavole del palcoscenico infatti , pur non ricoprendo un ruolo fisso, partecipa con passione alle rappresentazioni teatrali allestite da compagnie che si dedicano a tale Arte. E’ uno dei fondatori dell’Accademia del Parnaso, cui si dedica apportando una vis poetica del tutto personale poiché,per alcuni versi quasi rinnovato Fedro, permette ai suoi personaggi di esprimersi con apparente semplicità in cui agisce, in realtà, la forte ricerca della verità che si può rivelare anche ridendo. Ciò induce il poeta a velare la sua tristezza offrendola al lettore celata dietro l’ironia. La raccolta poetica Mascari di Paci vede la luce nel 1937 e nei versi si ritrova quel travestimento dietro cui si può spiare se stessi ed il proprio mondo. Lo sguardo dell’Autore indugia sul piccolo universo che lo circonda ma non si sofferma solo a quanto proposto dai versi, in realtà dietro i singoli personaggi vive una folla; la coralità del popolo che pulsa negli abitanti di una Canicattì, agricola ed artigianale, del primo Novecento. Le sue poesie sono una raccolta di quadretti alla cui base si muove la società dell’epoca con tutto ciò che comporta di problematiche quali la vita, la morte, gli avvenimenti belli o brutti che incidono nel mondo dei ricchi e dei poveri, senza distinzione , muovendosi con il trascorrere delle stagioni ed il trascorrere dell’esistenza in un microcosmo che dell’agire umano ha fatto regola di vita. Ogni personaggio mostra il suo carattere ed il suo modo di vedere le cose, frutto della trasmissione di valori che affondano le loro radici nel passato, un passato in cui le tradizioni erano consolidate vigorosamente e si tramandavano secondo rituali ben precisi, immutabili, come per le regole del fidanzamento in cui i versi del Poeta ci immettono con la poesia “Parti di cunzulazioni” : una madre deve arrendersi all’abbandono del figlio che va sposo; dietro di lei si intravedono gli abitanti delle casette che si affacciano sui cortili e sui vicoli con le popolane curiose di ascoltare le lodi che questa mamma tesse per il proprio figliolo mentre un capannello di curiosi l’ascolta per raccogliere le notizie da commentare insieme. E’ questo un mondo fatto di cose semplici, di tradizioni ripetute, di chiacchiere atte ad arricchire una vita segnata da regole, retaggio di un tempo passato che non vuole morire. Peppi Paci, non è estraneo alla società del tempo, in fondo il suo lavoro lo porta in costante contatto con la gente e, forse, mentre prende le misure per un abito, registra mentalmente le conversazioni che tradurrà in versi apparentemente ironici. In questa poesia la figura che si staglia con grande centralità, è quella della mamma, orgogliosa ma sofferente per il distacco naturale vissuto in tenera rassegnazione. Un gioiello è “Autru è parlari di morti, autru è murìrì “in cui si ritrova quasi un inno alla vita che è presente nell’uomo e non l’abbandona mai,nemmeno se il trascorre degli anni lo conduce verso il momento del saluto. Qui protagonista è una vecchietta che sente su di sé tutto il peso della vita vissuta e anela, a parole, alla morte per liberare se stessa e gli altri dal proprio peso. Il nipote Giacomo, in cui ravviso una certa punta di sadismo, si traveste da angelo e le annuncia la fine del viaggio terreno. Con una forza totale di attaccamento alla vita, la risposta della vecchietta è un capolavoro delizioso di acume: “Avverti chi di dovere che non mi hai trovato,quindi il tutto può essere rimandato a data da destinarsi.” L’opera del Poeta è espressa in vernacolo, il che è nodale per la conservazione linguistica del canicattinese, in continuo mutamento dato dalla costante evoluzione sociale e dal progredire scolastico; ciò comporta, ovviamente, la perdita dell’antico idioma che si trasforma con la vita stessa essendo la lingua un fenomeno in continuo movimento e mai statica. Dunque queste voci divengono strumento di storica conservazione. Particolarmente puntuale ed esaustivo è il Prof. Gaetano Augello, studioso del mondo canicattinese, il quale con grande maestria sa condurre, tramite attenta analisi, il lettore all’interno dell’anima di questo Maestro della realtà siciliana che, pur essendo lontana nel tempo, è ancora viva e pulsante nella cultura canicattinese. Ad onore della città, bisogna riconoscere che il gruppo degli studiosi è ben nutrito. Canicattì ha molto da raccontare soprattutto a coloro i quali sono desiderosi di capire l’anima degli abitanti di oggi che, innegabilmente , sono figli della cultura di ieri.
Maddalena Rispoli


















