Chi di noi non ha visto il film “Il Marchese del grillo” magistralmente interpretato da Alberto Sordi? Onofrio del Grillo scorrazza nella Roma papalina e ci fa assistere ad un mondo scomparso fatto di una romanità che oggi difficilmente potrebbe rivivere. Nella finzione il brigante Fra’ Bastiano, ottimamente impersonato da Flavio Bucci, viene decapitato nella Piazza di San Giorgio al Velabro, “Nell’anno del signore”Targhini e Montanari subiscono la pena di morte a Piazza del Popolo o ancora altre condanne vedono il loro epilogo a Campo de’ Fiori cioè sulla sponda sinistra del Tevere e non nel borgo papalino. La pena di morte era infatti una condanna praticata nello Stato Pontificio e anche se oggi a noi appare come esecrabile, così era e basta. Mirabile esecutore di questa forma di giustizia fu Giovanni Battista Balducci meglio noto come “Mastro Titta” che trasmise il nome ai tutti i suoi successori. Ebbe una lunga carriera e poté anche godere di una pensione di trenta scudi mensili per l’opera prestata con tanta solerzia e competenza. Ufficialmente era un riparatore di ombrelli e viveva sulla riva destra, nel rione Borgo in Via del Campanile 2 evitando accuratamente di recarsi sulla sponda sinistra popolata da gente di malaffare che sicuramente non gli avrebbe concesso di passarla tanto liscia. Come abbiamo detto però, le esecuzioni essendo considerate educative si svolgevano proprio sulla riva sinistra raggiungibile attraverso Ponte Sant’Angelo che er boja doveva attraversare, da cui nacque il modo di dire “Quando Mastro Titta passa ponte”…l’esecuzione è in atto, o ancora “Boja nun passa Ponte”cioè è bene che stia nel suo territorio per evitare vendette. Questo solerte maestro punì 516 tra suppliziati e giustiziati e non è poco considerando che si recava in tutto il territorio pontificio per assolvere questo compito che egli asseriva di condurre da vero artista; in fondo una certa verità in ciò vi era poiché la sofferenza del condannato dipendeva dalla maestria di chi operava materialmente tant’è che sovente i parenti delle vittime pagavano il carnefice perché strangolasse il condannato prima del supplizio onde evitargli lo strazio che avrebbe vissuto prima di morire. L’attività lo vide all’opera a Foligno dove impiccò e squartò( non si andava di certo per il sottile) un certo Nicola Gentilucci omicida e, per citarne qualche altro, il suo ufficio lo condusse ad Amelia dove impiccò Sabatino Caramina, omicida per bestiale furore, a Valentano nel viterbese nella località Poggio delle forche dove mazzolò e squartò tale Marco Rossi che per motivi di eredità aveva assassinato lo zio ed il cugino con una scure. Insomma l’elenco è davvero lungo infatti prestò la sua opera( si fa per dire…) dal 1796 al 1864 lasciando dietro di sé un segno che ancora oggi perdura, lo stesso Giuseppe Gioacchino Belli gli volle dedicare diversi sonetti ed il cinema si è servito a piene mani della sua figura, senza dimenticare che anche G. G. Byron descrisse in una lettera la decapitazione di tre condannati così come C. Dickens; insomma Mastro Titta fu un personaggio di tutto rilievo e anche se in noi non può che destare raccapriccio, all’epoca era un dipendente a tutti gli effetti infatti percepiva uno stipendio di 15 scudi al mese oltre alla gratifica di 20 scudi a Natale, Pasqua e Ferragosto. Ciò che risulta inconcepibile ai nostri occhi è il fatto che le condanne fossero ritenute deterrente educativo per il popolo in quanto osservando la pena non vi sarebbe incorsi; il cavalletto o la corda in cui incappavano borsaioli, falsificatori, incettatori per le loro malefatte avrebbero fatto pensare ai “buoni” di non abbandonare la retta via. In realtà in una Roma papalina retriva,austera e codina in cui tutto ciò che di frivolo poteva sembrare si rivestiva di peccato, i prelati non si rendevano conto che questi pubblici supplizi rappresentavano soltanto un passatempo per i popolani i quali all’annuncio del banditore che con ripetuti squilli di tromba annunciava la punizione in fieri,correvano sotto il palco per godersi lo spettacolo tra risa, feroci incitamenti e lancio di oggetti mentre la frusta cadeva impietosamente sul sedere della vittima che urlava di dolore. L’inizio del Carnevale era poi segnato da una condannato a morte che avrebbe caricato su di sé tutte le colpe della comunità ed in mancanza di questo un galeotto reo di misfatti, su di un asino era condotto in giro con al collo una tavola recante le sue colpe ed i ferri del mestiere. Mastro Titta incarnò l’assassino di Stato rendendolo, a suo modo di vedere, un serio professionista e tale egli si sentì sempre; non ebbe mai rimpianti anzi si considerò nel suo campo un valente artista che “passava ponte” con il mantello rosso e la sua maschera, perché no?, fiero del suo alto ufficio. Noi, oggi, non concordiamo con lui!

Maddalena Rispoli