Dire di Omero significa definire un prodigio che rivoluzionò un momento della civiltà greca ancora in confronto con quelle insediate nel Mediterraneo e già in crescita come patrimonio culturale, specialmente nella ricerca scientifica così abilmente impiegata dagli Egizi o dagli Assiro- Babilonesi prova tangibile sono le imponenti piramidi frutto di ingegno matematico o le osservazioni astronomiche assire. Eppure il popolo greco già in nuce contiene quei fermenti che permetteranno di crescere fino a donare all’umanità intelletti filosofici e letterari come il percorso culturale della Grecia antica ancora ci mostra. In questo contesto di grandissimo respiro di certo il succitato Omero è una stella che non ha mai perso lucentezza nonostante gli affanni degli studiosi volti a scoprire dove egli fosse realmente nato o se fosse lui solo il padre delle due opere più eccelse che l’umanità abbia avuto in dono: l’Iliade e l’Odissea. Dottissime dissertazioni hanno visto una dissezione della biografia, in verità piuttosto povera, del poeta generando quella questione omerica che ancor oggi non risolve i problemi posti: dove è nato, il suo nome significa “ non vedente” ma anche “ostaggio” ed era un rapsodo che passava di corte in corte cantando i suoi versi, era figlio di Orfeo il poeta della Tracia che rendeva mansuete le belve con il suo canto( chi di noi non ricorda le interminabili versioni scolastiche su tale argomento?), è forse alla fine avvalorato che sia nato nella Ionia, in Asia Minore? E’ davvero lui l’autore dei due poemi che ancora oggi si leggono con godimento e rappresentano l’acme dell’intelletto umano che riesce a rendere fruibile attraverso il verso l’epopea epica che visse un popolo tramandandola ai posteri in tutto il suo splendore? Sarebbe troppo ponderoso riportare la questione omerica sunteggiandola, soffermandosi sui particolari che hanno fatto nascere disquisizioni interminabili prive poi, sovente, di risultanze oggettive fin da quando la diatriba ebbe inizio con i dubbi dei grammatici alessandrini. Insomma sembra quasi di voler trovare il pelo nell’uovo quando in fondo, si sa, l’importante è poter godere delle opere mentre delle altre notizie sarebbe bello poterne disporre ma in mancanza di certezza, ci delizieremo leggendo questi due portentosi monumenti che sono l’Iliade e l’Odissea. Nel primo il lettore può penetrare un mondo in cui la società del tempo, quella ancora micenea, si muove secondo schemi ben delineati dove la guerra e la conquista la fanno da padroni su uno scenario composto di personaggi che intersecano le loro storie personali in avvenimenti bellici in cui sovente non vi è posto per la pietà poiché gli eroi devono essere guerrieri e ad essi la misericordia è interdetta, anche perché l’animo è ancora intriso di una legge di guerra che poco spazio lascia alla pietas, invece molto amata letterariamente nel mondo romano ed il pius Enea ne è esempio. Il sentimento che domina però è quello dell’aretè o virtù intesa come compimento d’onore che soltanto nella cavalleria guerriera può trovare riscontro ancor meglio se con una morte eroica che consegni il personaggio alla leggenda. L’uomo è uomo e come tale è depositario dei valori cavallereschi che lo vedono slanciarsi nella lotta senza nulla temere anzi con i capelli simili a criniera di leone affronta la battaglia affondando gli artigli nella carne del nemico. Tutto è esasperato, l’ira di Achille non ha pari, essa è “funesta ed infiniti lutti addusse agli Achei”, lo sdegno scenderà con il semidio persino nell’Ade e ciò gli renderà il volto corrucciato anche nel regno dei morti, il suo carattere è selvaggio e non perdona sembra quasi privo di sentire al contrario di Ettore, padre, figlio, sposo, fratello, uomo di terreni sentimenti a cui non manca l’amore espresso per la sua Andromaca o per il figlioletto Astianatte esternato con tenerezza senza il timore che mettere a nudo il proprio animo possa inficiare il valore di guerriero e senza la preoccupazione che gli àristoi possano giudicarlo vile poiché confessa il proprio amore per una donna; la società dei migliori è quella che determina una profonda disciplina verso se stessi perché non si scada nella mancanza di onore ,espressione letale che conduce irrimediabilmente ad uscire dall’élite degli eroi da ricordare anche dopo la morte, quando si vagherà nell’Ade luogo di disperazione senza fine in cui pallide evanescenze ricordano chi si fu con estrema angoscia e afflizione ; Achille stesso preferirebbe vivere da mendicante piuttosto che regnare nel mondo dei morti. L’onore e l’immortalità si acquisiscono dunque perseguendo una morte eroica e solo così saranno sempre ricordati e non periranno mai come anche Foscolo asserirà nei Sepolcri. Nell’Iliade i personaggi, i luoghi, le situazioni pulsano si, di eroi sovente costruiti dall’intervento degli dei ma anche di tanta verità storica che lascia un corridoio temporale aperto tra noi e ciò che fu in un periodo di costruzione per la futura grandezza del pensiero greco destinato a dominare le menti fino ad oggi. Nell’Odissea il protagonista è Odisseo( il molto paziente divino Odisseo) che intraprende, finita la guerra di Troia, il viaggio di ritorno con i suoi compagni verso la “petrosa Itaca” Il nostos o ritorno dell’eroe lo vedrà sofferente per gli ostacoli che il nemico dio Poseidone Squassaterra gli opporrà senza pietà, trascinandolo di sofferenza in sofferenza e facendolo lottare continuamente contro la furia degli elementi e dell’uomo. Così lo punirà per avergli accecato il figlio Polifemo. Per fortuna la glaucopide Atena gli è sempre accanto. In Odisseo il tema dell’aretè è insito nell’animo, ma in lui è da sempre stata presente anche la Metis cioè quel saper fare che gli consentirà di districarsi nelle situazioni più imprevedibili e difficili quando tutto appare perduto e così non è, se l’intelletto ti sostiene. E pure il valore della famiglia lo aiuta, il nostos significa infatti rientrare a casa in cui moglie e figlio lo attendono accanto al focolare acceso, ritrovare i beni che lasciò partendo per la guerra e ormai dimezzati dalla presenza dei Proci, tarli che intendono non solo attentare a quanto egli ha costruito nella sua vita ma anche al potere di cui egli è depositario. Essi si sono precipitati nella reggia di Odisseo, minacciano la virtù di Penelope, banchettano nel megaron consumando tutte le sostanze della casa, e provengono dalle migliori famiglie di Itaca ed isole vicine:cioè Dulichio, Same e Zacinto. “Da Dulichio sono due e cinquanta/ giovani eletti, e li seguono sei servitori;/ da Same sono quattro e venti uomini,/da Zacinto sono venti figli di Achei,/e dalla stessa Itaca dodici, tutti fra i più nobili,/ con loro c’è l’araldo Medonte e il divino aedo/e due servitori abili nel tagliare la carne.”( Od.XVI vv.247-252). Ma Odisseo non è quel guerriero iliaco che parte lancia in resta e si getta nella mischia con furore, egli sa riflettere, sa ragionare, sa trovare una soluzione per ogni problema insomma è polutropos: possiede il multiforme ingegno che ha perenne sete di conoscenza, fosse anche la più spiacevole. L’eroe non vive di luce propria assoluta: altri personaggi lo circondano e fanno rifulgere un mondo in cui anche il sentimento ha una sua parte; non ultimo il rispetto per la donna come quello di Laerte verso Euriclea, schiava- nutrice stimata tanto che il padrone mai si permise comportamenti oltraggiosi nei suoi confronti, o ancora l’astuta Penelope che fino alla fine chiede prove di riconoscimento al marito, Telemaco in lotta per la conservazione del potere cui aspira essendo figlio di Odisseo, Eumeo il porcaro a torto considerato un poveraccio ma in realtà conduttore di azienda e così via. Insomma Omero possiamo affermare, sia esso o meno l’autore dei poemi, ha saputo conquistare la sua immortalità.
Maddalena Rispoli

















